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Come sono messe le lampade

Nonostante le limitate dimensioni, che si attestano intorno alle quindici pagine, quel che di più colpisce è la notevole capacità di devolvere uno spaccato di un mondo al femminile spoglio di orpelli e che, nella sintesi stessa del verso, fuoriesce nitido, fintanto da coinvolgere adeguata attenzione e riflessione in un percorso che ci dona per intero e senza riserve squarci di amorosi sensi che poco hanno di sdolcinato e molto di vissuto in contenuti che, purtroppo, spesso neppure sfiorano nella media un corrispondente al maschile. Corrispettivo che qui, più che condannato, emerge infine in un pacificato essere messo a nudo. “Che fare di questi dieci anni” è la domanda indiretta di apertura che la Biuso colloca in un ottimo incipit, capace di un ponderato e razionale speculare tra vive emozioni sin dalle prima battute date in risposta.

Anni che, dalla “cantina”, richiameranno comunque l’attenzione di un qualche “feticista”, di quelli che comprano purché “incellophanato”. Un’ironia composta scorre e trabocca dal personale per attraversare un’intera società irrisolta, orba di futuro. Una cultura per cui è meglio lasciare “riposare in frigo” ciò che verrà pur di non assumere dirette responsabilità col presente. Tra un tempo senza tempo si lasciano fluttuare “tacchi” che ne scandiscono cadenze su “vetrine” allestite per ricoprire le nudità di fondo. Un tempo dove, secco e tagliente, implode un ossimoro dialettico e assai intenso del verso illuminando una consueta glacialità che filma il tutto: “Tu mi manchi. Non sei una persona sei un mostro. Sei un mostro e sei divino”.

Un tempo condiviso in anonimi luoghi senza più un’anima, che vengono ben messi a fuoco a partire dallo stesso stile intessuto dall’autrice oltre agli inequivocabili simboli introdotti. Il “supermercato” diviene così quel punto evocativo del nulla, “dove potrei vederlo tra chi spinge carrelli di scatole / tra chi scompare nei magazzini”, un luogo senza cielo e senza luna per cui l’origine non sarà mai riscatto di un eterno sotteso e anelato. Con “Il tuo medico” prende forma anche la parodia più intelligente, quella di essere specchio di malattie verso un mittente maschile: “Il tuo medico può aiutarti a smettere / di stare a un passo dietro / di dare un controtempo inutile al rumore delle foglie”, perché il suono della natura delle cose non necessita alcun alibi e, tantomeno, un contrappunto. Una natura che ritorna, catartica, per chi ancora ne ha coscienza. Proporzioni e ritmi, pertanto, giungono come una cascola programmata: “ti lascerò andare a primavera / quando i fori non ce la faranno più”. Natura che, nondimeno, appare dissestata da contaminazioni e bizzarrie nella rottura dei cicli che tutt’intorno imperversa: “neanche l’amore tra un uomo e una donna segue più il ciclo delle cose” è l’amara constatazione a cui si perviene. Un ciclo che, tuttavia, svolge sempre la sua nemesi per cui “un giorno” “dovrai gettare la tua altezza in basso”, “sbatterai sul letto come se qualcuno ti sparasse” fino a “bestemmiare il tuo io” e il suo egoismo “immenso nel peccato”. Ma tutto questo non sarà rancore, bensì misericordia, perché solo così “dentro il mio corpo trasparente / vedrai le parole che cerchi”. Natura che non è duplicante ma generante, dove “la copia non è concessa”. “Come sono messe le lampade” è il dettaglio da cui non si sfugge, “Vita o tormento”.

Per concludere l’autrice riprende quel lungo verso colloquiale, che deborda incidendo, un cesello testimonianza di pensiero e ricerca: “perché anche se l’amore è sparso perché proprio perché l’amore è sparso / continua a defluire come aver trovato il giacimento / e quindi c’è”. Resta quindi la ricchezza per quanto scoperto e introiettato, la catarsi di una chiusa degna della dimensione più alta dell’amore: “profondamente prego che tu sia / profondamente libero e felice”.

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