Servizi
Contatti

Eventi


Ringraziamo il dott. Marco Baiotto per l’attenzione dedicata a La ragione nell’amore e prendiamo l’occasione dalle sue considerazioni per approfondire alcuni dei diversi aspetti ravvisabili nel nostro libro. Contiamo di averlo fatto nel modo più semplice e con precise circostanze umane e letterarie da rendere accessibili a tutti, come pure contiamo di averlo fatto in nome di una dialogica connatura nel libro stesso, di un dibattito auspicato a partire del progetto itinerante che già vede libri in viaggio incontrarne altri sul territorio. Impresa non sempre facile ma che, ne siamo certi, arricchirà la cultura quanto più verrà alimentato un costruttivo incontro-confronto. La ragione nell’amore, in fin dei conti, nasce da tutto questo.

La ragione nell’amore: un libro “eretico”

La ragione nell’amore è un libro “eretico”, che fa discutere, perché irrompe dentro i confini di un mondo rituale cercando i valori dell’amore nell’autenticità dialogica, tanto con l’umano quanto col divino, per coniugarli anche a una sessualità incapace di scindersi dal cuore. Un libro che indaga tra quei stessi mali che pure già narrava Pasolini denunciando quanto, attraverso l’omologazione piccolo-borghese, è all’origine stessa della disgregazione della famiglia tradizionale, degenerata nell’egoismo di un vivere caratterizzato da comuni valori di facciata.

L’etica spirituale in quest’opera si evidenzia in un unico comandamento: la sincerità del cuore, mentre la pornografia viene insita nel moralismo di un’ipocrisia retorica e manipolatoria. Come Pasolini stesso aveva intuito, da prediligere sono anzitutto gli “autentici”, sono coloro che sono quasi analfabeti e incontaminati oppure quanti sono andati oltre i loro formali studi, nel mezzo resta una borghesia incapace della grazia di amare e che forse, qualche volta, dovrebbe porre qualche attenzione etologica in più nell’innocenza espressa dalla capacità di amare degli animali. Fare l’amore resta il gesto più naturale e denudato di ogni perversione che due esseri viventi possono compiere. Un atto in cui, l’educazione all’amore, non può prescindere dall’apertura dal pregiudizio e il lungi dal supporre dell’altro. L’amore è anche una favola da vivere ad occhi aperti, senza la quale non c’è mitopoiesi emotiva edificante un futuro per più concrete riflessioni che, senza il congiunto, autentico vissuto, si oscurano da sole nella sola ragione.

La poesia, nondimeno, può spaventare taluni ma La ragione nell’amore no, è comunque un libro che fa discutere, che trattiene alla lettura nell’aspettativa che in ogni libro ripone il lettore. All’autore, del resto, mai dovrebbe premere il giudizio se non l’aver destato un’attenzione complessiva sull’opera che rende, al di là di ogni esegesi critica o supposta tale, compiutezza di ruolo piuttosto che atteggiamento a ruolo. L’autore dovrebbe sempre andare oltre la gratuità dell’esibizione in una globalizzazione del protagonismo che contraddistingue i tempi, averne quanto più possibile coscienza e guardare all’esistenza nella prospettiva di un palcoscenico dove è il teatro a essere vita e non la teatralità a ipotizzare l’esistenza stessa.

Nella responsabilità della scelta di una scrittura ibrida, dove la contraddizione diviene spazio d’indagine e spunto per una comune rielaborazione, La ragione nell’amore tenta di comunicare la vita stessa, seguendo una sua identità e un suo percorso, svelando la maschera dell’omologazione nella totalità della rappresentazione. La ragione nell’amore, in quel suo essere anche teatro, forse abbraccia anche Buñuel e quel suo sipario aperto, pronto tanto a contenere quanto a svelare una borghesia che, non comprendendo la grandezza del sentire, ostenta simulazione anteponendo, nell’artifizio, un costrutto esistenziale. Una borghesia d’indifferenti e d’inquieti dell’altrui gioie, che deve fare i conti con la sua noia nella ricerca di un sesso colmato nelle certezze del denaro sul solco impresso da Moravia.

Enrico Pietrangeli

La ragione nell’amore: l’amore stesso

L’unica ragione che conosco nell’amore, è l’amore stesso, quello vissuto nella carne e nell’anima. Non esistono eresie nel sentimento quando è autentico, non esiste il sacro ed il profano se non nel dualistico pensiero occidentale. Di qui le contraddizioni, strumento indispensabile per chi crede nella ricerca interiore senza autocelebrazioni di sorta. Ci si mette in discussione, si porge la propria anima su un piatto d’oro attraverso la parola poetica. Una parola che può essere depauperata del senso, ma che tuttavia resta parola in una possibile mancanza di comunicazione.

Parola che non riesce a rendere la rispettiva verità o che il ricevente non riesce a recepire nel significante perché non intessuto dello stesso significato, in poche parole il codice linguistico, nel relativismo ossimorico cui tende nell’atto della poiesis lirica, può non essere condiviso. E ciò che non viene condiviso, naturalmente, non dovrebbe mai necessariamente debordare oltre una dialogica costruttiva, presupposto, quest’ultimo, che ha reso possibile La ragione nell’amore. L’amore, per taluni, può anche essere una malattia, una sorta di “epilessia”, un’alterazione fisiologica (Catullo e Saffo ben descrissero la passio amorosa intesa come sofferenza psicologica e fisica) che si unisce a quella mentale perché non ha certezze come la vita, ne sancisce l’impermanenza per trovare pace e riposo con il comune traguardo esistenziale umano, ossia la morte. Tuttavia l’Amore ha reso eterne quelle “fragilità” umane denominate emozioni. Morire amando è forse più biasimevole del morire senza amore?

Il Poeta, allora mi domando, è solo colui che è destinato a dipingere la società a lui contemporanea ove l’Indifferenza e gli sterili intellettualismi conducono alla rinuncia ad ogni autentica Passio? Fa così paura l’Amore da sembrare ormai lo scheletro di un fossile preistorico o uno sdolcinato film hollywoodiano degli anni Cinquanta? E qual è il confine tra la psicologia dell’autore e le sue parole, come risalire ad una presunta biografia attraverso segni scritti sulla carta? Forse non ci sono risposte, ma solo domande, quelle domande che dovrebbero condurre opportunamente al dubbio quale indice di apertura possibilista per poter riuscire ad accettare l’Altro nelle sue dimensioni emotive e a dare ancor oggi uno spazio all’Amore condiviso, nel bene o nel male, nella sofferenza come nella gioia. Si può forse morire d’amore, ma sarebbe un morire glorioso in un’epoca contaminata ormai da contro-valori che inducono alla mistificazione perentoria dei sentimenti a favore di un’estetica sperimentale che trattiene il Vuoto del Nulla.

Vincenza Fava

La ragione nell’amore, una recensione di Marco Baiotto.

Materiale
Literary © 1997-2020 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza