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Poesie 2009-2016

L'èkfrasis poetica tra psiche e corpo fotografico

Il libro di Roberto Mosi Poesie 2009-2016 vuole essere un viaggio del poeta raccontato per immagini, un’antologia di ‘epoche’ della vita ricomposte attraverso le icone della memoria e i colori delle emozioni, tra luci ed ombre, cadute e risalite dell’essere. Si tratta di immagini di luoghi, paesaggi, situazioni e opere d’arte arricchite da una miriade di suggestioni attinte spesso dal mondo della poesia, in particolare toscana, della mitologia classica e anche contemporanea, quest’ultima scaturita da episodi della storia dei nostri tempi.

Desidererei dunque porre l’accento almeno su due elementi importanti che emergono dalla lettura di questo libro, entrambi collegati alla tradizione classica: il tema dell’Ulisse omerico, il viaggiatore per mare in rapporto costante con la perdita e il recupero dell’io; e la forma poetica dell’èkfrasis, ossia la descrizione o celebrazione di un’opera d’arte visiva;[1] due forti presenze che peraltro ci riconducono all’attività creativa di Mosi, la fotografia, e a quel rapporto tra pittura e poesia, tra immagine e parola, che ha esordito presso gli antichi [2] e che si è sviluppato sino ai nostri giorni, con l’intermediazione decisiva dei cenacoli intellettuali fiorentini che se a fine quattrocento si occuparono, tra l’altro, di studiare e tradurre l’opera dello scrittore Luciano di Samosata, nel cinquecento diedero impulso alla vera e propria critica storica attraverso la descrizione dei capolavori artistici.[3]

Ecco che nel libro di Mosi, che senz’altro risente della temperie culturale in cui è nato e cresciuto, la poesia non solo celebra la pittura bensì le parole vengono forgiate a realizzare fotografie di paesaggi, situazioni e luoghi dove l’inquadratura ottica segna di volta in volta il cammino interiore del poeta offerto al lettore.

Mosi viaggiatore rievoca il mito dell’eroe greco Ulisse, che dall’antichità a Dante, da Tennyson a Joyce, da D’Annunzio a Bigongiari,[4] da Boecklin a De Chirico, ha attraversato l’arte e la letteratura di ogni tempo, esercitando una profonda fascinazione, sempre caricandosi di nuove significazioni. [5]

La prima delle tre parti in cui il libro si suddivide esordisce con Nonluoghi, poesie che sono il risultato di assemblages di materie, oggetti, frammenti e alienazioni tecnologiche e mercificatorie (emblematica la lirica Mercati dove i saldi coinvolgono tutti i settori della vita ormai in preda al deterioramento che infine coinvolge anche l’io depresso) dove gli uomini hanno “facce bianche di neon”, ed emergono i grandi miti contemporanei, dal www alla lavatrice ai pixel, mentre l’amore diviene singhiozzo anomalo e rapido della quotidianità risolto in un sms e in un ironico gioco di parole (“messaggio d’amore, d’amore messaggio/you tube you tube/tube you” in cui tube ricorda il tubare degli innamorati), un riflesso di quel ‘non nome’ che Ulisse omerico si attribuisce, ossia ‘Nessuno’, colui che non ha nome, l’uomo che viaggia eternamente per mare, disperdendosi attraverso i luoghi, lasciando una parte di sé dappertutto, dissolvendo davvero il proprio nome, il proprio io fratturato e moltiplicato, per poi riprenderselo attraverso le mentite spoglie del mendico, umile e vituperato, in vista di un riscatto che se da un lato recupera i valori originari, dall’altro prepara ad altre prove di viaggio, di perdita, di dolore: in Mosi accade dunque che il luogo/i luoghi si depersonalizzino mentre l’io poetico cerca di riappropriarsi di sé ricomponendosi, cercando di differenziarsi dal destino tragico del tu sebbene vi si immerga con ironia canzonatoria “Avvertenza dal monitor: “Si prega evitare suicidio/ore di punta, consultare:/www.oreopportune,org”. A questa immersione seguirà dunque un viaggio di emersione dell’autore, attraverso quelli che potremmo definire i ‘luoghi dell’io’: così ai Nonluoghi seguono i Luoghi del mito ad essi contrapposti, che sono visioni di paesaggi riletti attraverso richiami mitologici; nella lirica Ulisse il poeta si racconta come colui che ogni sera torna ad Itaca (Firenze) con il computer per scudo, in compagnia di una serie di divinità ‘classiche’, dalla sostanza contemporanea. Con la sezione Viaggi il poeta dichiara che ogni suo viaggio comincia dalla corte dell’infanzia (in cui si trasfigura il Palazzo di Ulisse) dove si mescolano i ricordi dei Padri e dove il cancello di ferro è il confine tra il magico quadrato dell’innocenza e il mondo, tra il paradiso dell’infanzia sognante e un mondo dove in ogni angolo è la guerra. Mosi / Ulisse diviene così reduce, migrante e naufrago, viaggiatore angosciato dalle visioni della guerra o di mari sconosciuti e ancestrali, ma anche pellegrino in paesaggi rassicuranti che sono le Terre di Toscana. L’approdo a Firenze (Itaca), che si snoda nella sezione intitolata Florentia, e alla vita familiare è segnato da fermi e salvifici punti di riferimento, geometrie, gesti e prospettive, rumori e musiche dei quartieri trasfigurate nei ritmi della vita personale, nelle età, nelle stagioni che passano (emblematiche le liriche Le Murate e La Villa di Fiesole). Seguono altri mondi terrestri e celesti dove il poeta sogna di Migrare verso le visioni della Pace come semplice via da percorrere senza preamboli, con la sola forza di volontà, e l’invito alla pace si presenta come uno dei grandi messaggi di questo libro: “Non esiste una via/alla pace, la pace/è la via da percorrere/a passo deciso, lo sguardo/che vede lontano”.

La seconda parte si lega più strettamente all’ambito artistico e letterario fiorentino, in particolare a Dante, al quale l’autore si richiama nelle sezione L’invasione degli stormi con un percorso dall’Inferno al Paradiso, e a Botticelli con la sezione Flora in cui la lirica Venere rievoca il dipinto La Nascita di Venere in forma di parole, e il poeta si nutre della visione di un magico Rinascimento per immaginare e ritrarre un nuovo quadro di Rinascita contemporanea, ricucendo il passato al presente, operando un assemblage di epoche nella rievocazione nostalgica di un’età aurea del pensiero.

La celebrazione dell’arte pittorica trova il suo clou nella terza parte del volume che omaggia Proust con sei testi sulla sua vita che si chiudono con La veduta di Delft, descrizione del quadro di Vermeer, un omaggio alla passione dello scrittore francese per l’opera del pittore olandese, dunque un omaggio che potremmo definire ecfrastico, dove Mosi sembra addirittura identificarsi in Proust parlando proprio di immagini per poesia o di poesia per immagini. Il poeta Mosi è in questo caso soprattutto fotografo, e, come dicevamo, il talento per la fotografia ha sviluppato nel poeta proprio questa predisposizione espressiva, poiché l’ècfrasi, come la fotografia, può mettere in evidenza il significato o una particolarità di un’altra opera visuale.

Il poeta simula un processo visivo e il lettore può prendere spunto dal verso poetico per ricordare l’opera d’arte che si materializza come una visione, oppure, nell’ipotesi non conosca l’opera in questione, è spronato a cercarla e a riconoscerla e ad addentrarvisi non senza meraviglia.

Questo accade per la poesia Flora in cui il poeta racconta il quadro di Botticelli; in questo racconto l’autore trasforma la propria stessa emozione in una esperienza estetica che condivide con il lettore in un imprevedibile dialogo. Avviene che tra le righe, mentre prende forma il dipinto, prenda forma anche il pensiero del poeta/fotografo e una sua interpretazione dell’opera e un conseguente collegamento alla contemporaneità e a quel messaggio di fondo che egli, in questo caso, intende lasciare attraverso la raccolta, Trafigge l’ultima nube/residuo della discordia,/mostra il tempo della pace. Dunque Il quadro scelto da Mosi e raccontato dai versi si amplifica in diversi modi: dai versi è analizzato, trasfigurato e raccontato ad altri che attraverso il dipinto possono cogliere anche le intenzioni spirituali dell’autore.

Ecco che il tema del confronto e del rapporto tra arte e letteratura assume in questo libro un ruolo primario, poiché la parola e l’immagine si potenziano vicendevolmente insieme al pensiero: in questo scambio di identità tra poesia e pittura e tra pittura e poesia vengono senz’altro a crearsi molteplici piani estetici e interlocutori, composti da diverse sostanze che, attraverso l’alchimia delle parole e delle immagini, attraverso lo scambio verbale e mentale tra poeta e lettore, vanno dall’emozione all’interpretazione, dalla memoria a una novella visione, dal passato al futuro, dall’io al tu, di cui Ulisse diviene a questo punto testimone attonito.


Note

[1] L’ècfrasi è una descrizione verbale di un’opera d’arte visiva.

[2] Ricordo lo scudo di Achille descritto nell’Iliade. La tradizione dell’ècfrasi è importantissima anche in veste di documento archeologico e storico artistico; ad esempio sullo scudo di Achille sono descritte le città greche studiate dagli archeologi. Anche in Virgilio troveremo alcune importanti descrizioni: lo scudo di Enea nel libro VIII dell’Eneide (ai versi 625-731), lo scudo di Turno nel libro VII (ai versi 789-792), le coppe intagliate da Alcimedonte nell’Ecloga III (44-46). Lo scrittore greco Luciano di Samosata (121- II sec. d. C.) formatosi sulle opere dei classici greci, è colui che si pone come vero precursore della critica d’arte con le sue descrizioni e interpretazioni di opere d’arte visive.

[3] Lo scrittore greco Luciano di Samosata (121- II sec. d. C.) formatosi sulle opere dei classici greci, è colui che si pone come vero precursore della critica d’arte con le sue descrizioni e interpretazioni di opere d’arte visive: importanti brani come Non bisogna prestar fede facilmente alla calunnia e La Sala che si richiamano all’opera di Apelle, ispireranno nel Quattrocento moltissimi artisti e in particolare Botticelli per la sua Calunnia: nel 1496 l’opera di Luciano viene pubblicata a Firenze. Per restare in Toscana, ricordiamo le ècfrasi di Vasari nelle cui Vite le descrizioni di opere d’arte acquistano nuovo spazio e nuovo ruolo, grazie ad esse possiamo infatti ricostruire e rintracciare opere del passato. A proposito di un inquadramento storico e dell’opera di luciano si veda Luciano di Samosata, Descrizioni di opere d’arte, a cura di Sonia Maffei, Einaudi, Torino, 1994. A proposito della continua fortuna iconografica di Luciano, e in particolare della Calunnia di Apelle, si veda Luca Viviani, La Calunnia di Apelle, un reperto di antica arte contemporanea, Alinea Editrice, Città di Castello, 2011.

[4] A questo proposito si veda in particolare Gianna Pinotti, Il dono di Ulisse, Appunti sulla silloge Abbandonato dall’Angelo di Piero Bigongiari, in Otto/Novecento, anno XXX, n. 2, Milano, 2006, pp. 131-160.

[5] Si veda a questo proposito il bel libro di Piero Bottani, Il grande racconto di Ulisse, Il Mulino, 2016, Bologna.

Recensione
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