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Miti e leggende kirghize

Tiene banco il manas-cì dentro la yurta, la casa mobile del popolo kirghizo. Ci sono tutti, dagli adulti, che conoscono il poema epico della loro tradizione culturale, e ci sono tanti giovani, soprattutto ragazzini, incantati con la bocca aperta e gli occhi sbarrati a scolarsi l’epopea di Manas, l’eroe del popolo kirghiso, colui che ha guidato e ancor adesso è la guida dell’identità nazionale per dare a questa gente una Patria.

Tutto ebbe inizio dalla leggenda delle quaranta madri, genitrici dei primi quaranta clan kirghizi. Il poema epico di Manas, lungo due volte e mezza il Mahabharata, racconta le tradizioni di questi pastori nomadi, abilissimi nel muoversi a cavallo secondo l’impronta mongola, si potrebbe dire a danzare con straordinaria eleganza fra le montagne del Kirghizistan portando all’alpeggio le loro mandrie di pecore, capre e montoni.

A – Clan kirghiso con yurta e cavallo.

B - caricatura dell’Epopea di Manas.

Il manas-cì ha tramandato da sempre oralmente le avventure, o leggende, di questo popolo: è la sua memoria storica, la biblioteca vivente. Come nell’Occidente i menestrelli del Medio Evo cantavano, nell’aia d’estate e nella stalla durante i filò invernali, le gesta eroiche di dame e cavalieri, così i manas-cì dentro la capiente yurta intrattengono l’intero clan sorseggiando il kumis, la loro bevanda preparata con latte fermentato di giumenta, e mangiando il naan, il tipico pane tondo.

Alcuni di questi manas-cì sono diventati famosi, come Togolok Moldo (1860-1942) e di generazione in generazione hanno arricchito con qualcosa della loro produzione letteraria il lungo poema epico di Manas. Al giorno d’oggi questi manas-cì sono venerati come i santi perché è un miracolo trovarne all’opera qualcuno di autentico. Adesso ci sono le imitazioni, come nei nostri karaoke, e sono in tanti a provarci fra le risate di chi non solo ascolta.

Le avventure di Manas, l’eroe nazionale, sono come l’elisir del paradiso, che fa andare in estasi e poi addormenta questi cavalieri nomadi kirghizi al termine di una giornata di duro lavoro, facendoli sognare con le nostalgie di un fantasioso passato e proiettandoli in un futuro di nuove speranze. Questa terra fra i Monti del Cielo (Tian Shan), il Pamir, l’attuale Kazakistan e la Valle di Fergana con epicentro la millenaria città di Osh, ospitò un tempo gli Sciti e poi appartenne all’antica Sogdiana, conquistata da Alessandro Magno; quindi dalla Siberia scesero nel XIII secolo le orde kirghize, qui vi fiorirono le credenze religiose di Zoroastro, del buddismo, del manicheismo, del nestorianesimo, antecedenti all’arrivo dell’islam e alle invasioni turca (IV secolo), araba (VII secolo), uigura (XI secolo), mongola con Gengis Khan nel 1207 e infine russa dal 1876.

C - Monti del cielo, yurte e mandria di pecore.

D - Elegante Yurta colorata con tappeti.

La tolleranza e la curiosità per conoscere mondi diversi hanno da sempre caratterizzato questo popolo che si trova sul percorso della Via della Seta. Quando, in questa moltitudine di immigrazioni, la convivenza fra etnie diverse viene soffocata provocando rivolte, le gesta dei nativi si identificano in Manas per far risorgere l’identità patria degli abitatori di questo Paese meraviglioso, ma poco conosciuto, collocato in un territorio montagnoso con ghiacciai perenni, ricco di acque e di fiumi incantati, dove i cavalli pascolano liberi. Secondo una leggenda Dio fece dono della sua residenza estiva a questo suo popolo eletto, per questo i kirghizi sono timidi, curiosi e molto ospitali.

Tutto questo, e ancor molto di più, appartiene al poema epico di Manas e ancor oggi nella yurta lo raccontano i novelli manas-cì, sempiterni cantastorie dei miti e delle leggende kirghize.

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