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Sincrasie nel Buddismo cinese

Il Buddismo è la terza grande religione della Cina, dopo il Confucianesimo e il Taoismo, anche se è improprio chiamare "religione" queste ultime due filosofie di vita e di rituali comportamentali. A differenza del Confucianesimo e del Taoismo, che sono nati e cresciuti in Cina, il Buddismo proviene dall’India, ma ha trovato in Cina un terreno favorevole per la sua diffusione, in quanto dava quelle risposte sull’immortalità, che le altre due non riuscivano a dare, nonostante l’osservanza scrupolosa delle regole, la pratica diligente della cultura fisica con particolare attenzione alla respirazione, e la sperimentazione di alchimie, sconfinanti a volte in vere e proprie stregonerie, alla vana ricerca del mai raggiunto obiettivo dell’immortalità.

Il Buddismo nasce ai piedi dell’Himalaya, in un piccolo Regno dove è principe ereditario Gautama Sakyamuni (560-480 circa a.c.), contemporaneo di Confucio, che cresce fra il lusso e i piaceri fino a 35 anni, finchè un giorno sotto l’albero del Risveglio (bodhi) ha l’illuminazione che "tutto è illusione" (maya). Chiamato "il Budda" (Illuminato), questo principe passa il resto della sua vita ad insegnare (famoso è il sermone di Benares, la sua prima predica). Il messaggio buddista è universale e trascende i rituali vedici e la società indiana fondata sulle caste, però incorpora alcuni elementi del pensiero indiano, come il "karma", una sorta di patrimonio genetico, o di semi, per cui le azioni di una vita determinano le vite successive tramite la reincarnazione. Le azioni compiute, a seconda se buone o cattive, fanno rinascere a un livello migliore o peggiore: dei, uomini, animali, piante. Il buddismo mira a sradicare il desiderio, che è causa delle insoddisfazioni e della sofferenza, per chiudere il ciclo delle rinascite ("perpetua erranza" che impedisce l’accesso all’Assoluto) uscendo dalla ruota del "sensara" (Nirvana). Gli insegnamenti del Budda sono quindi una dottrina di salvezza, che trova nella comunità monastica la sua sede preferenziale, ma è accessibile a tutti gli uomini.

Per due secoli il buddismo resta nella valle del Gange, verso la metà del III secolo a.c. si espande a sud (Ceylon), e a nord-ovest (Gandhara, Kashmir, Asia Centrale Dunhuang e Cina nel I secolo d.c.). Il crollo della dinastia Han, con la Cina in fase di smarrimento, favorisce la diffusione del buddismo, che è la prima espressione di spiritualità straniera a rispondere alla ricerca dell’immortalità con il ciclo delle rinascite, che responsabilizzano gli individui condizionando la rinascita successiva. Le origini indiane inducono moltissimi monaci ad andare alla fonte, in India, alla ricerca dei testi da tradurre al ritorno. Uno di loro è Faxian, che parte nel 399 dalla Cina e torna nel 413, traduce i testi e scrive le regole di vita monastica (vinaya). Faxian (Fa-hien) è da taluni considerato la reincarnazione del mitico Imperatore Giallo (2697-2597 a.c.), che per primo ordinò per il popolo cinese le antiche regole. Il buddismo successivamente viene un po’ alla volta sinizzato, in particolare con la dinastia Tang (VII-VIII secolo). In precedenza (IV-VI secolo) il buddismo si era sviluppato al Nord con dinastie straniere (Xiong-nu, Wei, Liao) che lo avevano istituzionalizzato a religione di stato, mentre il buddismo al Sud della Cina era rimasto in mano a intellettuali, concentrati sullo "studio del Mistero". Secondo una concezione taoista, Laozi dalla Cina sarebbe andato in India "a convertire i barbari" diventando egli stesso il Budda, per cui il buddismo sarebbe una variante del taoismo aprendo una nuova via verso l’immortalità. Questo fenomeno di "Ibridazione" fra taoismo e buddismo ha avuto molta presa negli strati popolari con pratiche di meditazione, tecniche di controllo della respirazione e soppressione delle passioni.

Ci sono momenti di forte adattamento del buddismo indiano alle esigenze pratiche della società cinese (upaya, in cinese fangbiang, concetto già espresso dallo stesso Budda), così come ci sono periodi di conflittualità fra buddismo, taoismo e confucianesimo. Il monaco Huilin intorno al 433, ritiene che le tre dottrine siano ugualmente valide (sancito nel trattato jun shan lun).

Le comunità monastiche erano formidabili centri di studio e irradiazione del buddismo, ma fin dal V e VI secolo sono fiorite anche molte associazioni religiose laiche, sotto l’egida dei monasteri, che erano dedite alla carità in soccorso a poveri e viandanti (campi di compassione), o acquistavano merito mediante azioni collettive (recite dei sutra, costruzioni di grandi statue, ecc.). Questo fervore religioso si sviluppò in particolare lungo la Via per l’India (Gandhara) e la Via della seta (Dunhuang dove si trovano le Grotte dei Mille Budda, in cui sono state rinvenute statue, quadri, manoscritti e altre testimonianze). L’incontro fra i mercanti era un importante veicolo di scambio, favoriva la diffusione del buddismo e di altre religioni, ed era fonte di cospicue donazioni ai monasteri. La fioritura religiosa con la dinastia Tang assorbe anche le influenze dell’islam, del cristianesimo nestoriano, del manicheismo e del mazdeismo, questa caratteristica è ricorrente nella storia della Cina e si ripete ad esempio con la dinastia mongola Yuan (1271-1368).

A partire dal regno di Xuanzong (712-756) la politica imperiale cerca di controllare i monasteri (in particolare buddisti), infatti i monaci erano divenuti i più grandi proprietari fondiari dell’impero cinese. Han Yu (768-824) è stato un fervente confuciano che sul finire dell’epoca Tang (819) ha cercato di convincere l’imperatore ad abolire una Festa buddista, dove di esponeva una reliquia (osso) del Budda, perché voleva un ritorno alle origini delle tradizioni cinesi. "Il Budda è un barbaro –scrisse- che parlava un’altra lingua e vestiva in modo diverso. Bisogna sradicare questo male una volta per tutte, porre fine al dubbio in tutto l’impero e prevenire il traviamento delle future generazioni. Confucio diceva di rispettare anche i demoni, ma di tenerli alla distanza". L’influenza buddista però prevalse e Han Yu non venne ascoltato, anzi venne esiliato nel sud della Cina, ma nel 845, oltre 20 anni dopo la sua morte, esplose in tutto l’impero una breve e violenta persecuzione antibuddista, che distrusse parecchi monasteri minando seriamente la sua consolidata istituzione. Simile a Han Yu, ma orientato in senso speculativo, è Li Ao (772-836) nel "Libro sul ritorno alla natura fondamentale", dove natura ed emozioni non possono stare l’una senza le altre. La Natura è il decreto del Cielo e il Santo è colui che ne attinge senza mai cadere in confusione. Le emozioni sono moti della natura. Li Ao rilancia l’antica tradizione dei Mutamenti e anticipa i confuciani dell’epoca Song (960-1279) in quanto l’uomo non deve essere succube della visione taoista (Universo indifferenziato, non-agire di Laozi), né di quella buddista (tutto è illusione, sopprimere il desiderio e le emozioni).

Fra le moltissime scuole di buddismo quella "Tiantai" (fondatore Zhiyi 538-597) sintetizza il buddismo del Nord e quello del Sud elaborando il Sutra del Loto, dove ritiene che il tutto e le sue parti sono una cosa sola (tutto è in tutti). La scuola della "Terra pura" (Amitabha, il Budda dell’infinita luce) ha come fondatore Huiyuan (344-416), che studia anche i classici confuciani, Laozi e Zhuangzi, infine la scuola di Buddismo tantrico (veicolo che diffonde la conoscenza), oggi è nota in Occidente nella sua forma tibetana (yoga).

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