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Storia del pensiero cinese. Dalle origini allo studio del Mistero

Cavallo bianco non è cavallo

“Cavallo bianco non è cavallo” è uno dei “paradossi” elaborati durante un acceso dibattito, continuato per più di cento anni fra il IV e il III secolo avanti cristo, che ha visto le diverse correnti di pensiero cinese confrontarsi aspramente (Stati Combattenti) e anche insultarsi a cominciare dai Maestri fondatori per finire con i loro discepoli.

Ho cercato di spiegare questa antica affermazione, esposta in diverse pagine del libro di Anne Cheng “Storia del pensiero cinese. Dalle origini allo studio del Mistero” 1977. Einaudi 2000, ad un mio amico che è rimasto shoccato, direi basito non trovandone corrispondenza nel pensiero occidentale, tanto che mi ha chiesto: “se un cavallo bianco non è un cavallo, cos’è allora ? un “musso” ?”. Ho insistito differenziando, secondo il pensiero cinese, i due piani: quello delle cose sensibili (cavallo bianco) dove tutto è ben definito soggettivamente, e quello dei concetti (cavallo), che appartiene al mondo delle idee universali. Come esempio gli ho fatto anche la distinzione fra l’io e l’umanità, dove ogni singola persona appartiene al mondo delle cose sensibili, mentre il concetto (idea) di umanità comprende tutti gli uomini del passato, del presente e del futuro. Affermare che “io sono l’umanità” per il pensiero cinese è blasfemo e arrogante, per cui diventa comprensibile che “cavallo bianco non è cavallo”. Credevo di essere stato chiaro, invece il mio amico si è arreso perché gli era venuto un gran mal di testa.

Dal complesso ed articolato dibattito che ha elaborato il pensiero cinese antico, riporto alcuni protagonisti. Secondo Zhuangzi (IV secolo a.c.) il mondo è tutto, mentre le sue parti sono le cose designate, ma nessuna parte del mondo (es. cavallo bianco) è il mondo (idea universale di cavallo), che è indesignabile. Zhuangzi e Laozi rifiutano l’attivismo di molte correnti di pensiero degli Stati Combattenti (IV e III secolo a.c.) e si mettono in ascolto con il “non-agire” per udire la melodia del DAO (=modo di procedere per la realizzazione dell’uomo). Laozi (Maestro Lao, fine IV-inizio III secolo a.c.) con il non-agire vuole spezzare la spirale di violenza rendendo l’aggressione inutile. Assorbe la forza dell’aggressore per vincerlo (principio delle Arti Marziali) come fa l’acqua che si adegua e si trasforma senza opporsi riuscendo alla lunga ad avere la meglio su materiali più solidi. L’acqua è fonte di vita, elemento femminile, yin crescente. La potenza invisibile del non-agire ha l’umiltà del corso d’acqua che scorre più in basso ed assorbe i corsi d’acqua che scorrono più in alto. Fa sorgere la vita senza appropriarsene. Per Laozi il non-agire va applicato alla politica e tanto più il sovrano lascia andare le cose secondo il loro corso naturale (naturalezza delle origini), tanto meglio vive il popolo.

Mozi (Maestro Mo, fra 479 e 372 a.c.) critica l’uomo di valore dei confuciani e il suo fatalismo, preferendo l’uomo capace. Sostituisce i privilegi dinastici feudali con le capacità dell’uomo, di ogni uomo, che deve costruirsi il proprio destino.

Mencio (Mengzi 380-289 a.c.) e Xunzi (Maestro Xun) rilanciano il confucianesimo quale intermediario fra il sovrano (shi) e l’alta autorità morale del Cielo. Per Mencio la differenza fra l’uomo e l’animale sta nel valore morale (animo) che non è insito nella natura umana (come nel cristianesimo, dove l’uomo è stato creato come essere superiore), ma si sviluppa per cui “l’uomo diviene sempre più umano”. La sede del pensiero non è la mente, ma il cuore-animo perché l’uomo ha la facoltà di pensare ciò che sente, mentre gli organi di senso da soli (animale) non hanno la facoltà di pensiero. La via (DAO) che fa diventare l’uomo sempre più umano porta alla santità, per cui ogni uomo può diventare santo quando lo “xing” (natura umana) raggiunge il “ming” (quanto decretato dal Cielo). Chi non percorre il Dao, o lo percorre solo a tratti, non raggiunge la pienezza della natura umana. La malvagità dell’uomo è mancanza di coscienza della sua natura (assenza del “ren” di Confucio).

Il DAO per Laozi è Uno, Costante e indicibile. E’ un Mistero dove il “c’è” e il “non c’è” non costituiscono due realtà distinte. Il non-agire del Dao si determina da sé, mentre la molteplicità delle distinzioni sono determinate dai nostri sensi. La dualità dei soffi Yin e Yang diversifica con il mutamento la crescita e il ritorno all’Uno; attraverso il visibile (molteplicità sensoriali) fa ritorno all’invisibile (Uno) assoluto. “Chi sa non parla e chi parla non sa”.

Xunzi (nato fra il 340/305 a.c.) rappresenta il versante realista del confucianesimo, così come Mencio rappresenta quello idealista. Dal carattere polemico, Xunzi assiste alla caduta della dinastia degli Zhou. Nella sua visione l’uomo porta a compimento l’opera cosmica del Cielo e della Terra dando un ordine (riti) agli eventi perché la natura umana è malvagia.

Secondo il pensiero cinese la conoscenza non è lineare, ma un procedimento a spirale. Non ha una partenza e un arrivo, ma approfondisce (va in profondità) girando a cerchio e ampliando le conoscenze, che non sono mai definitive. Vanno sempre riviste a nuovo perché tutto cambia pur rimanendo se stesso. E’ il Vuoto che genera (yin) e cresce, mentre quando raggiunge la maturità (Pieno) si flette e si rovescia (yang) a cerchio decomponendosi nel punto di origine. Il soffio (qi) che anima l’Universo è materia ed energia insieme, visibile e invisibile in trasformazione. Yin e yang sono la corrente alternata della vita, sono unità, mutamento, e non dualismo.

Recensione
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