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Vagabonda nel Turkestan

Ella Maillart (1903-1997), ginevrina, è una personalità poliedrica, artista, sportiva (ha partecipato anche alle Olimpiadi nel 1924) e letterata. Ha pubblicato numerosi libri sui suoi viaggi, “Vagabonda nel Turkestan” racconta una sua esperienza in Asia Centrale allo scopo di capire le condizioni di vita delle popolazioni “indigene”, intorno ai primi anni del ‘ 900 (1930/40), sotto la dominazione comunista in Unione Sovietica.

In particolare Ella cerca di rendersi conto di come questi popoli di indole nomade stiano vivendo l’impatto con il sistema sovietico, con cui devono confrontare il loro stile di vita libero. Perciò intervista sia i funzionari governativi che i capi per comprendere i loro metodi applicativi e i loro obiettivi, inoltre ascolta la gente comune che sta vivendo una trasformazione epocale, di segno opposto rispetto alle generazioni precedenti. “Siamo solo all’inizio, ma già stiamo ottenendo grandi risultati” è la reiterata risposta dei funzionari e burocrati mandati da Mosca per attuare il “Piano del governo” secondo tabelle già prestabilite su tutto: dagli orari di lavoro degli “indigeni” (poco abituati a lavorare, se non come schiavi o prigionieri di guerra, mentre l’occupazione privilegiata dei loro padri è sempre stata quella di mercanti della via della seta) alla rigida programmazione della produzione.

In particolare la monocoltura del cotone (obiettivo principale in queste terre per rifornire del prodotto tutte le repubbliche sovietiche) ha stravolto le precedenti coltivazioni di riso e cereali, nonché la natura stessa del territorio tramite la canalizzazione mirata al nuovo tipo di irrigazione dei campi; ciò avrà come conseguenza la progressiva desertificazione di vaste aree.

Le finalità del “Piano” sono il raggiungimento di una maggiore capacità di produzione agricola e una elevazione sociale dei cittadini, occupati nei kolchoz in forma cooperativa e pianificata in modo da garantire il conseguimento del loro benessere. In particolare l’inserimento delle donne nel sistema lavorativo ha l’obiettivo della loro emancipazione dal maschio e il raggiungimento della loro autonomia economica e sociale. Questo modello di efficienza programmata, secondo gli ideatori, dovrebbe dimostrare la propria efficacia, il cui successo sarà tale da suscitare presso le colonie inglesi e francesi la ribellione di quelle popolazioni per scegliere il modello sovietico.

Anche il presidente uzbeko, Faisula Khodjajev, nell’intervista a Taskent, sbandiera con fervore il nuovo sistema come la panacea che risolve ogni problema del popolo, illustrando grafici che confermano la sua funzionalità, elargendo ai lavoratori buoni di consumo in proporzione alla resa individuale nelle proprie mansioni, nonché l’acquisizione di spazi per il tempo libero, svaghi programmati e gite sociali. Per non disperdere tempo e risorse umane nulla deve essere lasciato all’iniziativa personale, perché per ottenere la massima resa l’uomo deve essere trasformato in un robot.

Vivendo a stretto contatto con la popolazione dell’Asia Centrale (Turkestan sovietico), composta da etnie diverse, Ella Maillart mangia e dorme nelle abitazioni povere e semplici di questa gente, spesso jurte che un tempo venivano trasportate da un luogo ad un altro, rendendosi conto dei loro enormi problemi. Incontra anche realtà particolari, come la colonia tedesca nell’oasi di Ak-Mecet, vicino a Khiva, dove è stanziata da oltre cinquanta anni una comunità di mennoniti (setta fondata dall’olandese Menno nel XVI secolo), che si oppone alla violenza e all’uso delle armi. Se ne erano andati prima dalla Prussia e poi dalla regione del Volga (Russia), quando venne reso obbligatorio il servizio militare. I contatti con i parenti della terra d’origine sono costanti: “Siamo preoccupati per come stanno andando le cose in Europa – sostiene il responsabile della colonia –, sembra che gli uomini si incitino vicendevolmente a commettere errori”. Poco dopo sarebbe esplosa la Seconda Guerra Mondiale.

Ella viaggia molto visitando ogni sito di interesse storico o ambientale, attraversa anche la “steppa della fame” fra l’oasi di Taskent e quella di Samarcanda, città dove lo sguardo accarezza vestigia cadenti, e poi la declassata Bukhara. Scala alte montagne desertiche e valloni dalle gole profonde, dove ci sono i ragni neri velenosi (karakurti), attraversa sconfinati paesaggi desolati, in particolare il Kyzyl-Kum, il deserto dalle Sabbie Rosse, puntando a nord verso il Kazakistan, dove sopporta un gelo terrificante in situazioni drammatiche anche per i coriacei cammelli. E’ proprio un vagabondare in mezzo a pericoli sempre dietro l’angolo e a difficoltà che la costringono a inventarsi nuove soluzioni.

Ella Maillart, comunque, dopo aver risolto, anche fortunosamente prima della partenza, difficoltà burocratiche per i visti turistici in un periodo di grande fermento con focolai di rivolte nazionaliste (basmaci), durante un periodo politicamente instabile con molti esiliati anche a causa delle purghe di Stalin, ci ha trasmesso una sua esperienza su luoghi poco conosciuti al mondo occidentale. Spicca la sua osservazione attenta, con sensibilità tutta femminile, cercando di capire questa gente comune del Turkestan sovietico, che viene descritta nei minimi dettagli psicologici e ambientali.

Come, alcuni decenni dopo, questa utopica ideologia comunista si sia conclusa, è sotto gli occhi di tutti: la millenaria identità di questi popoli nomadi inevitabilmente è riaffiorata, non potendo sottostare a un regime coercitivo per loro innaturale, inoltre la corruzione del sistema governativo sovietico è diventata galoppante con il crescere delle opportunità (l’occasione fa l’uomo ladro) a fronte alle umane debolezze.

Recensione
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