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Ora che è tempo di sosta

Gli ultimi fuochi. Le nostre letture

Quando Angela Ambrosini mi ha chiesto di parlare del suo libro Ora che è tempo di sosta, in occasione della manifestazione “Ultimi Fuochi”, organizzata dal Comune di San Giustino (PG) nel mese di Marzo 2018, ho subito pensato che accettare di parlare di poesia fosse una bella responsabilità, un gesto quasi rivoluzionario in una società come quella in cui viviamo, attenta più a cogliere le esperienze in velocità, che ad assimilarne i significati e le implicazioni. Proprio nei giorni in cui mi accingevo a rileggere l’opera di Angela ho avuto un aiuto insperato da due grandi giornalisti e scrittori, Beppe Severgnini e Paolo di Stefano, che in due loro articoli pubblicati dal Corriere della Sera trattavano proprio del tema della Poesia:

La poesia ha un andamento carsico: compare e scompare, dentro una società; e mai a caso. Il sospetto è che riemerga nei momenti di crisi e di passaggio. È come se le persone avessero bisogno di capire meglio e più a fondo. Di trovare una lama di luce nel bosco fitto degli avvenimenti. E la poesia ha questa capacità. È una sintesi fulminante, che arriva al cervello passando per il cuore. (Beppe Severgnini, Corriere della Sera, 17.03.18).

L’unica possibilità per amarla e capirla è leggerla, leggerla, leggerla. E continuare a leggerla e a farsela risuonare nell’orecchio a bassa o (meglio) ad alta voce. (Paolo Di Stefano, Corriere della Sera, 20.03.18).

La sintesi fulminante di cui parla Severgnini mi è apparsa subito coerente con quanto l’Autrice scrive nella sua premessa relativamente al potere evocativo della parola poetica nel campo delle arti figurative. In altre parole, secondo Ambrosini la Poesia è capace di dare voce e sintetizzare tanti ambiti semantici e linguaggi tra i quali spicca il linguaggio pittorico, e l’invito di Di Stefano a leggere la Poesia a bassa e ad alta voce ne è la coerente premessa. Immediatamente ho pensato a quale opera potesse sottolineare la forza evocativa della parola e dell’immagine e con grande semplicità ho pensato all’opera di Bansky, realizzata proprio in quei giorni a New York, dedicata all’attivista turca Zehra Dogan:

Il tratto stilizzato delle sbarre assimilato al tratto usato dai carcerati per segnare il passare del tempo ci catapulta in una dimensione a-temporale, come è il non-tempo di che è in prigione, ma allo stesso tempo ci consegna un messaggio di grande attualità, relativo alla storia umana e politica di Dogan.

Ambrosini, nella premessa, insiste molto sul tema della atemporalità dell’espressione artistica, un fermo-immagine connesso con il senso ultimo del gesto artistico. Nella poesia Maschere (p. 27) l’autrice usa due verbi, sta e sto per comunicare il concetto di immobilità, che diventa poi fissità al di là del tempo e della spazio, riferita ad una maschera nel Carnevale di Venezia; il tema viene sottolineato da altre due parole, d’alabastro e lapida. Proprio quest’ultima, evocatrice di un’immobilità lapidea, mi ha fatto pensare all’opera di Edward Hopper intitolata Nottambuli (1942).

In questo dipinto celeberrimo Hopper presenta uno snack-bar, simbolo della società moderna americana, in cui ogni personaggio è rappresentato immobile come una stele, incapace di comunicare alcunché, tranne la propria fisicità, una fisicità statica che noi spettatori possiamo cogliere dal vetro, quasi che le persone fossero pesci dentro un acquario. Certamente essi sono un monumento all’incomunicabilità e all’alienazione, suggerite anche dagli edifici intorno.

Ancora nella Premessa, Ambrosini affronta il nesso tra linguaggio e metafora, ossia la sostituzione di un termine proprio con uno figurato, in seguito ad una trasposizione simbolica di immagini. Dunque Poesia e Immagine diventano una metafora dell’altra. La parola-chiave Metafora diventa il titolo di un’altra lirica, a p. 41 del testo, nella quale il senso del Tempo che scorre inesorabile verso la fine è amplificato dal senso di languore, sentimento moderno non ben definito che sottintende il male di vivere, come bene ci insegna Montale. In Metafora il riferimento alla marea che con il suo movimento indica il passare del tempo mi ha fatto pensare al Sonetto 60 di William Shakespeare, solo che in Shakespeare lo stesso concetto è vinto dalla poesia:

Like as the waves make towards the pebbled shore,
So do our minutes hasten to their end;
Each changing place with that which goes before,
In sequent toil all forwards do contend.
Nativity, once in the main of light,
Crawls to maturity, wherewith being crown'd,
Crooked eclipses 'gainst his glory fight,
And Time that gave doth now his gift confound.
Time doth transfix the flourish set on youth
And delves the parallels in beauty's brow,
Feeds on the rarities of nature's truth,
And nothing stands but for his scythe to mow:
And yet to times in hope, my verse shall stand
Praising thy worth, despite his cruel hand.

Ritornando al concetto di fermo immagine, possiamo aggiungere che esso non preclude la suggestione evocata dal tempo circolare delle stagioni: in Oltre il corridoio, a p. 29, dedicata a Gaudì e alla sua Casa Batllò, Ambrosini suggerisce un’idea di tempo circolare, sottolineata dal termine tunnel e dai riferimenti ai mesi e alle stagioni, oltre i quali è possibile trovare il nulla. Ancora una volta il collegamento ad un’altra esperienza artistica è stato immediato: Thomas Stearns Eliot ne The Waste Land (1922), ci parla di Aprile come del mese più crudele perché ci promette la vita quando, in realtà, precede solo la stagione morta:

APRIL is the cruellest month, breeding
Lilacs out of the dead land, mixing
Memory and desire, stirring
Dull roots with spring rain.
Winter kept us warm, covering
Earth in forgetful snow, feeding
A little life with dried tubers.

La declinazione del concetto di tempo non può prescindere, per contrasto, dal concetto di infinito: d’infinito il finito si colma, leggiamo in Immota Ruggine, a p. 25. Finito e infinito sono messi a confronto da una carcassa di auto abbandonata nella campagna, una scusa per riflettere su contrasti cromatici che richiamano ancora il concetto del tempo. Leggendo questa poesia e osservando la bella fotografia di Fabio Sercia che l’accompagna, ho ripensato a The Menin Road (1918), di Paul Nash:

Nash dipinse questo quadro dopo avere combattuto durante la I Guerra Mondiale per rappresentare il senso di desolazione e morte causato dalla guerra e condiviso da uomini e natura. I colori rimandano ai concetti di terra e fango, quegli stessi elementi che Nash aveva conosciuto bene nella vita di trincea. In questo dipinto la strada verso Menin è distrutta, e le pozzanghere e i tronchi bruciati, così come la carcassa già descritta in Immota Ruggine, sono come dei totem stagliati contro l’infinito, ormai fuori del tempo e lontani dalla lotta tra la vita e la morte.

E’ proprio quest’ultimo tema, la lotta per la vita, che compare in un’altra bella poesia, All’imbrunire nel porto, a p. 20. Qui il mare diventa metafora della fatica del vivere, che non sempre va a buon fine, come lascerebbe pensare l’improvvisa furia di tramontana. La potenza evocativa di queste parole mi hanno portato a pensare a William Turner e al suo Il naufragio (1805):

Qui il grande pittore inglese, utilizzando pennellate bianche, mette in evidenza la protagonista del dipinto: la forza distruttrice del mare, la schiuma assassina che trascinerà verso il basso i marinai. L’uomo non è nulla, e non conta nulla, di fronte al potere della natura, proprio come quando l’autrice afferma che la tramontana rabbuia e batte gomene ostinate e non dissipati deliri, quelli di sempre, di una vita, della morte che ci rotola accanto famelica… .

Tuttavia il mare è anche rappresentazione dell’infinito, linea dell’orizzonte tra ciò che eravamo prima e ciò che siamo ora. Guardare il mare che ci separa dall’altrove è tipico degli esploratori e degli esuli, ed è proprio questa seconda condizione che Ambrosini analizza, essendo suo padre un esule dalmata. In Canto a un esule (p. 19) Ambrosini descrive il momento in cui suo padre si siede sulla spiaggia e guarda il mare per vedere, o meglio ri-vedere, ciò che è rimasto al di là. L’atto di sedersi, o sdraiarsi, per dedicare del tempo alla sosta, è necessario per dare significato alle cose e alle esperienze, e per aspettare chi verrà. Ho immaginato la figura evocata in Canto a un esule come la Figura sdraiata (1938), di Henry Moore:

Questa figura ci rammenta non solo l’immagine femminile, la dea-madre che tutti accoglie nel suo abbraccio, ma anche i concetti di pieno e di vuoto, di presenza e assenza, di vicinanza e lontananza, tutti ben noti a chi è stato forzato all’esilio; le curve che definiscono le forme, intuitivamente umane, sono anche le curve delle alture della nostra terra, vicina o lontana che sia.

Il tema del padre è centrale nell’opera di Ambrosini, non solo per ovvi motivi biografici come figura amata, ma soprattutto perché rappresenta la radice dell’io poetico. In Per te, p. 43, l’autrice esprime uno struggente sentimento di nostalgia per il padre che non è più con lei, mentre in 2 Novembre 2015, p. 44, il padre diventa radice, origine di tutto, soprattutto dell’io poetico. Proprio il termine radice diventa un rimando forte per il lettore che, sollecitato dal ricordo di chi non c’è più, è invitato a ripensare al romanzo di Alex Haley Radici (1976) dedicato alla sua famiglia di ex schiavi provenienti dall’Africa. Nella conclusione Haley scrive: E così, nostro padre ha raggiunto gli antenati. Sento che tutti da lassù ci osservano e ci guidano; e sento anche che dividono con me la speranza che questa storia della nostra famiglia possa contribuire ad alleviare le conseguenze del fatto che quasi sempre la storia è stata scritta dai vincitori.

Dal lassù degli antenati di Haley al quaggiù degli antenati dell’autrice sepolti nelle foibe il passo è davvero breve. In Memento, p. 46, l’uso dei deittici ci impone di vedere e di sentire ciò che le vittime hanno visto e sentito. E’ davvero uno sprofondare nell’abisso, proprio come la figura che Francis Bacon rappresenta in Studio dal ritratto di Innocenzo X (1953):

Bacon rappresenta una figura che grida, ma il suo grido è silenzioso, proprio come i protagonisti di Memento, che in conclusione dicono silentes loquimur.

«Non c’è tensione in un quadro» scrisse Bacon nel 1955 «se non c’è lotta con l’oggetto». E da questa lotta l’oggetto, l’immagine dell’uomo, nasce distorta, sfigurata. La bocca è spalancata in un grido e più degli occhi, celati dagli occhiali, è posta come immagine dell’anima umana. L’abisso del nero sostiene la forma luminosa e crudele, contenuta da una griglia-gabbia dorata che, più che evocare la ricchezza del potente Papa Innocenzo X ritratto da Velasquez, cui Bacon si è ispirato, sta ad indicare prigionia e morte. Le righe verticali danno l’idea della caduta verso l’abisso, un abisso di dolore e morte come quello delle foibe.

Recensione
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