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Se nel corso del tempo tanti poeti hanno esaltato il vino, frutto della vite, nessuno - a quanto mi risulta - aveva tentato un simile elogio dell'ebbrezza. Se la razionalità rappresenta la differenza specifica dell'uomo nei confronti degli altri animali, è ovvio che l'ebbrezza poteva essere accettata solo come temporanea trasgressione, non come uno stato da elogiare. Eppure quando Platone parla del "divino furore" da cui sono invasati i poeti parla di uno stato molto vicino all'ebbrezza prodotta dall'uso smodato della rossa bevanda. D'altronde se diverse sono le vie che portano all'ebbrezza, quella che passa attraverso il vino è la maestra.

E', questa, una plaquette di dieci liriche, composte di liberi versi raggruppati in altrettanto libere partiture strofiche, e ricche di echi classici (Alceo, Orazio e moderni) e intessute di immagini rutilanti e di ritmi vivaci. Il poeta, messo da parte ogni preambolo, va diritto all'obiettivo affrontando sin dall'incipit il proprio soggetto con un fare disinvolto che conquista ("Quando viene la vendemmia amo | inoltrarmi tra i vigneti della mia | Puglia e specchiandomi nella luce | adamantina brindo alle feconde | intese suggellate dalle profumate | essenze", p. 9). Qui il riferimento toponomastico assume grazie al possessivo una valenza affettiva ("mia Puglia") e dà al passo un tocco di sensuosa cordialità. E si noti come l'insistenza dell'inarcatura, forzando la misura dei versi, conferisce maggiore fluidità alla scansione ritmica. Tra queste dieci liriche stacca la pacata e severa Liturgia, dove il vino assunto nell'ultima Cena attinge la sfera del sacro e fa cessare i riti orgiastici e paganeggianti della vendemmia. E' infatti noto che il vino è stato da sempre correlato ai culti religiosi: si pensi alla diade Dioniso-Bacco e all'importanza da essa rappresentata nel mondo classico, diventando successivamente prediletto tema letterario e figurativo dell'area rinascimentale-barocca (per il primo aspetto rinvio al mediceo Trionfo di Bacco e Arianna, per il secondo al Trionfo di Bacco di Velasquez (1628-29, Madrid Prado) dove un giovane dio incorona con una ghirlanda di vite un contadino ebbro. E l'io poetante vuole andare oltre la condizione umana ("Moderno Dioniso alzerò | il boccale per sciogliere | ditirambi di nuove voluttà: | poi, si compia il Destino", p. 12).

L'ebbrezza dionisiaca è vitalità al grado sommo, un'esperienza estrema che sfiora e rasenta quella morte che sembra voler dimenticare. Ma, grazie al computo di centinaia di boccali di vino, "la morte avrà il sorriso buono dell'annata" (p.10). A tal proposito viene in mente la stupenda conclusione della Leggenda del santo bevitore di Joseph Roth: quando il protagonista Andreas muore nella chiesa di santa Teresa il narratore commenta :"Conceda Dio a tutti noi, a noi bevitori, una morte così lieve e bella". E' l'augurio che mi sento di rivolgere ad Angelo Lippo.
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