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Il tempo che trasforma

Patrizia Fazzi, poetessa aretina, città in cui tuttora vive e svolge un ruolo culturale importante. Ha già al suo attivo alcuni libri di poesia; qui dimostra di voler bene ai suoi lettori e soprattutto ai critici, cui alleggerisce il lavoro. Alla soglia del libro, infatti, subito dopo l'illuminante prefazione di Paolo Ruffilli, fissa con sciolta sicurezza le coordinate del suo lavoro in una insolita Autoprefazione: struttura, temi, ispirazione e aspirazione, consistente, quest'ultima, nell'approdo “alle soglie del bello”. Espressione da tenere nel dovuto conto, dato che fornisce il titolo alla Autoprefazione, ad una sezione e pure ad una lirica. Come non vedere in questa sequenza una sorta di climax discendente? L'analisi critica parte necessariamente da questi input per verificarne, almeno in linea generale, le forme dell'attuazione. Prendo come campione quella un po' misteriosa “struttura sveviana” di cui Fazzi fa parola. Il successivo controllo fa capire, almeno credo, che con tale formula la successione dei testi rinuncia all'ordine cronologico di composizione per seguirne un altro meno esterno, più intimo: affinità tematiche ovviamente, ma anche intermittenze del cuore, equivalenze foniche, ecc. A parte questo, si riscontra una struttura attentamente elaborata. Dopodiché non posso fare a meno di citare parzialmente la lirica corsivata che fa da “preludio” a tutte le altre. In essa c'è il meglio dell'autrice contenendo in nuce la sostanza del suo poetare: “Scrivere versi come un'onda / versi musicati di mare / onda che sale / si arriccia / si abbatte, / arriva da lontano, dal profondo, / mossa dal lungo viaggio, dal ritmo interno della vita” (p. 23). L'eco dannunziana è evidente, ma quest'onda è una perfetta analogia della poesia fazziana. L'onda è natura: questa onda è uno spettacolo naturale che veicola idee di limpidezza, freschezza, ritmicità e bellezza, proprio le qualità di cui la poesia fazziana vuole appropriarsi. Quanti squarci naturali, quante aperture paesaggistiche punteggiano questo libro! In essi e con essi l'io trova consonanze segrete, riscopre la gioia di vivere, dimenticando quanto l'affligge.

Non si può trascurare poi il titolo di questa opera: Il tempo che trasforma è pure il titolo dell'ultima sezione (la quinta) come pure della lirica di apertura. Ordinamento giusto perchè il tempo è il leitmotiv decisivo, fondamentale, e qui sono le liriche che ho maggiormente apprezzato, intrise di una sobria malinconia, propria di chi sa che ogni esistenza (ma qui si tratta della sua!) è ineluttabilmente avviata alla “desistenza”. Il focus concerne la sua forza trasformatrice della vita, di ogni vita. “Il tempo è denaro” si è detto, si dice e malauguratamente si continuerà a dire ignorando che questa identificazione è profondamente errata poiché il tempo è più prezioso del denaro: questo si può perdere e recuperare, quello no. Che ce se ne fa del denaro se non abbiamo più tempo a disposizione? Le rovine sono la prova evidente del passaggio distruttivo del tempo e su questo motivo la consonanza di Fazzi col Foscolo dei “Sepolcri” è totale, come pure totale è la generosa illusione che la poesia combatte il tempo sospendendolo o sostituendo le rovine nella loro funzione memoriale. Ma le rovine non sono solo quelle al di fuori dell'uomo se un poeta come T.S. Eliot ha concluso la sua Terra desolata con l'indimenticabile frase “Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine”. Son convinto che Fazzi la sente come sua.

La poetessa aretina si muove, ad alto tasso di letterarietà, nel solco del tradizionale lirismo, cosicché nei suoi testi troviamo parole di sapore antico (“cuore”, “anima”, “luna”, “sole” e via dicendo). La sua voce è passata indenne attraverso le avanguardie vecchie e nuove e le poetiche dubbiose e problematiche riguardo al ruolo della poesia in una società postmoderna, percorrendo la sua strada e puntando su una sorte di “grande stile”, l'unico degno di un'idea forte della poesia: tutto il contrario della “storta sillaba e secca come un ramo” del primo Montale (peraltro presente nel suo lavoro con riprese lessicali per niente occulte: si veda “carrucola”, in Ho dovuto riattingermi, p. 26. Il suo lirismo, d'impronta classica, rifiuta tuttavia l'intimismo narcisistico di tanti poeti vecchi e nuovi; ha un taglio decisamente personale grazie anche a quella “curvatura sociale” che da sempre lo ha caratterizzato. Alludo all'assunzione tematica delle numerose occasioni pubbliche cui è intervenuta (concerti, vernici, quadri, esequie, pandemia) con esiti per lo più dignitosi. Non è poco, considerato che la poesia d'occasione corre i rischi che tutti sappiamo, e come il già ricordato Montale sapeva benissimo.

La personalità poetica della poetessa si esprime in un dettato che ha precise caratteristiche: chiarezza, mobilità, fluidità, ritmo e musicalità (v. sopra a proposito dell'onda). A scanso di equivoci preciso che con la parola “mobilità” intendo una strutturazione testuale che rinuncia all'allineamento totale dei versi sul margine sinistro della pagina a vantaggio di una loro dislocazione e frammentazione. Non si tratta di un “trucco” o di un vezzo, ma di una felice modalità di assecondamento delle movenze ispirative secondo un passo di danza (ancora una volta come la sua onda). L'autrice stessa ne dà ragione in una Nota a pag 121.

Molto ci sarebbe ancora da dire su questo libro pienamente riuscito, ma non voglio prevaricare lo spazio che mi è dato. L'autrice non si è fermata alle soglie del bello, le ha varcate con uno slancio coraggioso e fiducioso; certamente non le sono mancati inquietudine e sconforto com'era inevitabile. In conclusione, direi che quella di Fazzi è un'anima assetata di vita, di bellezza (in arte come nella natura) e di poesia, che deve convivere con gli altri esseri umani in un mondo dove esse sono per lo più negate o quanto meno neglette. Questo suo libro è una perfetta testimonianza di fede assoluta in questi valori.

Recensione
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