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Rilevo immediatamente la suggestiva bellezza del titolo, attribuibile soprattutto al neologismo univerbato ombraluce, composto di due parole dal notevole impatto figurale. Anzi, ad una considerazione più attenta, direi che esso, poteva reggere benissimo da solo. Né questo titolo "chiaroscurale" resta confinato sul frontespizio, rifrangendosi variamente nei titoli delle varie sezioni (qui confesso la mia predilezione per Luce in Calabria) come in quello delle singole poesie oltreché ovviamente all'interno di esse, rivelando tutto il suo potenziale di chiave di lettura. Essendo questo il quarto libro di poesia dell'autrice andrebbe indagato il rapporto con i precedenti (Asfodeli 1998, La luna e la memoria 2000 e Ombra della sera 2002): in questa sede mi sembra di poter confermare un rapporto di sostanziale continuità eidetica, immaginativa, formale e stilistica. Tutti i libri della B.G strutturano il materiale in sette sezioni (salvo in verità il primo, sotto di appena una unità) e sempre tutti rivelano l'aspirazione ad una poesia che sia pienamente e totalmente specchio dell'anima: di ciò che la occupa, la coinvolge e l'affligge. Così, in Parole d'ombraluce, non essendoci spazio per la doppiezza, l'io poetante coincide integralmente con l'io autoriale, come correttamente osserva S. Gros-Pietro nella sua elogiativa prefazione.

In apertura troviamo un testo (Ancora versi) che individua precisamente il senso dell'operazione poetica in essere. L'atto della scrittura ("dal tormento | nasce il canto che sgorga dal profondo | dell'animo dolente", p.23) si radica non in uno stato di generica inquietudine ma di totale ripiegamento sulla propria pena. La poesia che nasce dal "tormento" è anche remedium doloris (infatti più sotto si legge che la pagina attende versi "fluenti come il miele" che aiutino l'animo a "sopportare il fiele | amaro di quest'attimo infinito"). Incidentalmente ma non troppo noto il rilievo espressivo. che scaturisce dall'inarcatura dell'aggettivo amaro come dall'ossimoro inedito e direi inaspettato attimo infinito; inoltre amaro è più che probabile eco dell'amato Leopardi di A se stesso, vista l'identica collocazione incipitaria. Ci si muove insomma all'interno della linea, di ascendenza petrarchesca, del "cantando il duol si disacerba"

Dicevo sopra della continuità tra Parole d'ombraluce e i precedenti libri. Ora l'aspetto più marcato di tale caratteristica consiste nella fedeltà alla tradizione classica (antica e moderna, greco-romana e italiana). Una fedeltà che in questo libro si spinge perfino alla citazione dei versi dei poeti amati non solo in esergo ma anche nel corpo stesso dei testi: una pratica, quest'ultima, poco frequentata in verità e da cui molti poeti si guarderebbero. Direi che tale operazione è dettata, al livello più o meno inconscio, sia dal desiderio di nobilitare il proprio lavoro, sia da quello di reperire e recuperare una solidarietà, anzi una fraternità tra spiriti eletti. L'idem sentire porta all'idem scribere. Fedeltà alla tradizione classica (ma in questo caso anche classicistica) significa pure, tra l'altro, scolpire le immagini piuttosto che sfumarle.

Anche la figuratività naturalistica - assai sviluppata in questo come negli altri libri: si veda la sezione Luci ed ombre nella natura - potrebbe essere ascritta all'eredità classica. Essa funge ora da contraltare smemorante al ripiegamento interiore, alla scoperta dell'immensa solitudine che affligge l'io, ora al contrario da memento della differenza tra ciclicità naturale e finitezza dell'essere umano ("La primavera può svegliare il verde | spaccando dure scorze [...] Non può il mortale che la sorte spinge | senza ritorno verso un lungo inverno", Echi di memoria p.63). Quello che mi sembra proprio della poetessa di Gallarate è il fresco stupore (uno stupore che resta al di qua dello stupore barocco proprio grazie ad un senso di classica misura) di fronte alle meraviglie della natura, il suo rapimento che è e vuole essere smemoramento.

Parole d'ombraluce è un libro importante per ricchezza umana e poetica, perciò è destinato a consolidare e approfondire la figura dell'autrice. Tuttavia ad essa si potrebbe rimproverare un uso eccessivo di parole già codificate come poetiche in quanto appartenenti alla tradizione "illustre". In effetti questa è, a mio avviso, la questione con cui si deve confrontare B.G poichè non le può sfuggire che un poeta deve arricchire quanto è stato acquisito con nuovi innesti, valorizzando (tramite la risemantizzazione ad es.) anche parole senza passato o con insufficienti credenziali letterarie.

Recensione
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