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La donna del ventesimo secolo. Dal can can al charleston

Poetessa e narratrice di talento, Anna Gertrude Pessina è anche una valente saggista, come appare sia dal suo precedente libro La follia delle parole nel Seicento e nel Novecento (Manni, San Cesario di Lecce, 2013) ed ora da questo suo nuovo saggio La donna del Ventesimo Secolo (ivi, 2018). Il libro reca come sottotitolo Dal Cancan al Charleston, volendo con ciò significare che la trattazione dell’argomento è limitata ad un tempo ben circoscritto, inerente esclusivamente all’inizio del Ventesimo Secolo, mentre il periodo successivo (probabilmente fino ai nostri giorni) sarà affrontato dalla Pessina in altri eventuali volumi. Ed è quanto ci auguriamo non solo per l’importanza dell’ argomento trattato, ma anche per la lucidità con la quale il periodo storico viene ricostruito, in quelli che sono i suoi eventi fondamentali, nonché per l’acume psicologico col quale viene analizzato il personaggio che di volta in volta è preso in esame.

Donne come Matilde Serao o la Vivanti, come Mata Hari o Ada Negri vengono qui fatte rivivere e presentate in ciò che esse ebbero di peculiare: ed è questo il maggior merito della nostra autrice, la quale riesce anche a penetrare compiutamente lo spirito dell’epoca da lei affrontata, che vide avvenimenti della massima importanza, quali la seconda rivoluzione industriale e la prima guerra mondiale.

Il libro si divide in due parti: La donna tra decollo industriale e “belle époque” e Dal palcoscenico alla rotativa: la donna imprenditrice, che affrontano due diversi momenti storici e conseguentemente due diversi tipi di donna. Nella prima infatti ci troviamo di fronte ad una donna che per emergere ed affermarsi fa uso essenzialmente dei suoi attributi fisici, mentre nella seconda si fa strada una donna che si serve prevalentemente delle sue doti intellettuali.

Tentiamo una breve analisi di ognuna delle due parti. Nella prima siamo nell’età che sarà chiamata della “Belle Époque”, caratterizzata dai cabaret e dai café chantant, “covo di corruzione e di peccato”; ma che al contempo è anche un’età nella quale s’afferma lo Stile Liberty e viene esaltato un nuovo tipo di vita, dominato dalla velocità (che ha per simbolo l’automobile) e dall’elettricità (che reca con sé il mito della Ville Lumière).

È questa l’epoca in cui si affermano Estetismo e Futurismo e che sfocerà nel massacro della Prima Guerra Mondiale; ma è anche l’epoca dei facili duelli e dei suicidi per amore. Il libro della Pessina la esamina attentamente, facendo seguire alla parte introduttiva l’intervista al personaggio trattato, del quale rivisita la vita, illuminandone la vicenda, che viene supportata anche da un vasto apparato di note al testo.

Tra le donne che furono protagoniste in quest’ epoca l’autrice ricorda innanzi tutto la Contessa Lara, nata a Firenze da William Kattermol, console inglese a Cannes. Nella città in cui nacque fu accolta nei migliori salotti, come quelli di Letizia Ramolino Bonaparte (madre di Napoleone) e di Beatrice Oliva. Sposò Eugenio Mancini, figlio del Ministro Pasquale Stanislao Mancini, ma la loro unione non durò a lungo, dato che lei s’invaghì di Giuseppe Bennati di Baylon, per cui il marito, scoperta la tresca, sfidò il rivale al duello con la pistola e l’uccise.

I due coniugi così si separarono e Lara per sostenersi seguì la via della collaborazione a giornali e riviste, tra cui “Il Fanfulla della domenica” e “La Tribuna illustrata”. Venne in seguito la sua relazione con Giovanni Alfredo Cesareo, redattore di “Nabab”.

Fatale le fu però la relazione con Giuseppe Pierantoni, il quale, allorché ella, stanca dei suoi soprusi e delle sue intemperanze, lo respinse, estratta una pistola, l’uccise. Di lei resta l’opera di narratrice, definita da illustri critici come Emilio Cecchi e Natalino Sapegno, di “un’individualità stilistica non comune” (Storia della Letteratura Italiana, Garzanti, 1965).

Donne esclusivamente di spettacolo furono invece la bella Otero e Lina Cavalieri. La prima, di origine spagnola, nota con lo pseudonimo di Carolina Augustina Carasson, fu una “Cortigiana” di rango e di razza, se per la sua alcova transitarono uomini quali Leopoldo del Belgio, Alberto di Monaco, Edoardo VII del Regno Unito, Alfonso XIII di Spagna, L’Imperatore Guglielmo II di Germania e il Kedivè d’Egitto.

Tra amori e onori (ebbe la visita della principessa von Metternich e l’amicizia di D’Annunzio) ella passò come una meteora, lussuriosa e fastosa, ma terminò la sua vita in povertà e solitudine, morendo in una stanza di un hotel di Nizza, in seguito ad un incendio da lei stessa causato.

Romana di nascita fu invece Lina Cavalieri, come ella stessa dice nel suo libro di memorie Le mie verità. Anche lei fu una “mangiatrice d’uomini”. Dopo un’infanzia fatta di stenti, raggiunse la notorietà e l’agiatezza come cantante di varietà e poi di teatro d’Opera, con tenori quali Tamagno e Caruso. Sposò il principe Alessandro Baryatinsky e successivamente: il milionario americano Bob Chanler, il re del Kazan, il tenore francese Lucien Muratore. L’ultimo periodo della sua vita lo trascorse con l’impresario Arnaldo Pavone. Morì il 6 marzo del 1944 durante un bombardamento aereo, sotto le macerie della sua villa di Fiesole.

Nota per la sua vicenda di spionaggio, che la portò alla morte mediante fucilazione, Margherita Geertruida Zelle, in arte Mata Hari, fu una delle donne più affascinanti del primo Novecento. Nacque il 7 agosto del 1876 nella Frisia settentrionale da Adam Zelle, che esercitava attività commerciali. Sposò, dopo il dissesto finanziario del padre, il capitano dell’esercito olandese Rudolph Mac Leod, ma presto lo lasciò per incompatibilità di carattere. Venne in seguito lanciata dal collezionista di oggetti orientali Guimet, che l’avviò alla danza nei locali parigini come ballerina, quale “danzatrice sacra” delle divinità indiane Kalì e Siva.

Accusata durante la Prima Guerra Mondiale di spionaggio a favore della Germania, venne fucilata, dopo un processo sommario svoltosi a Vincennes, all’alba del 15 ottobre del 1917. La Pessina si diffonde su di lei in una lunga intervista intitolata Aspettando Mata Hari, dalla quale fa emergere la sua storia di moglie insofferente e di danzatrice di successo con danze esotiche e sensuali, sino al suo arresto la mattina del 13 febbraio del 1917 e alla sua condanna a morte. La sua figura rimane una delle più affascinanti e suggestive dell’età in cui visse.

A questo punto la Pessina inserisce una scena, quella del Terzo Atto, ultimo quadro, del dramma di Ibsen Casa di bambola, con la quale l’azione si conclude. In questa scena Nora, la protagonista, decide di abbandonare la famiglia, composta dal marito e dai figli, perché si è accorta di costituire per loro soltanto un oggetto e di essere trattata come tale. Il marito Torval ha infatti manifestato appieno il suo egoismo nel momento in cui lei era in grave difficoltà. Quella di Nora diviene in tal modo una grave ribellione all’ordine costituito, per il quale la donna doveva sempre essere sottomessa prima al padre e poi al marito, senza poter esprimere la sua vera personalità ed essendo trattata non come una persona, ma come una cosa.

Nella seconda parte del suo libro la Pessina prende, come si è detto, in esame la donna imprenditrice e scrittrice, della quale un esempio importante da noi fu Matilde Serao. La Serao infatti creò, insieme a Scarfoglio (si sposarono nel 1884) il “Corriere di Roma”, il “Corriere di Napoli” e, nel 1892, “Il Mattino”. Fu una scrittrice di talento, specie nel descrivere certi ambienti dei bassifondi napoletani (ma non fu da meno nella rappresentazione degli ambienti borghesi). Apprezzata e stimata sia da uomini di Lettere che dai comuni lettori, ebbe un’ eccezionale dimostrazione di stima e di affetto il giorno del suo funerale, nel quale una folla commossa le diede il suo addio. Era nata a Patrasso il 14 marzo del 1856 e morì a Napoli il 25 luglio del 1927.

Siamo così giunti ad un’epoca nella quale la donna comincia a lavorare fuori di casa, come operaia, dattilografa, insegnante, commessa e svolge mille altre attività, che tendono ad emanciparla e a farla progredire nella società in cui vive, come oggi accade nella ricerca medica, nel giornalismo, in politica, ecc.

Dapprima però l’emancipazione della donna avviene nel campo dell’attività letteraria, che le è più congeniale. Ecco allora le narratrici e le poetesse, come Carolina Invernizio, Sibilla Aleramo, Ada Negri, Amalia Guglielminetti e molte altre.

Dotata di una fantasia sbrigliata e di una grande facilità di scrittura, la Invernizio scrisse circa centotrenta romanzi, senza però raggiungere quella ampia visione dei problemi sociali o quella scientificità nella descrizione del comportamento umano che è propria dei grandi narratori del Positivismo o del Naturalismo. La sua produzione così rimane superficiale e limitata a un piacevole intrattenimento, piuttosto che assurgere a vera arte.

Un altro mordente assume l’opera di Sibilla Aleramo, specie in libri quali Un amore, Il passaggio, Amo dunque sono. Tra i suoi amori il più travolgente fu quello per Dino Campana: certo il più sofferto e completo. Si veda a questo proposito il loro carteggio e le intense poesie Quattro liriche per Sibilla Aleramo che Campana le dedicò.

Un posto di rilievo occupa tra queste poetesse Ada Negri, nata a Lodi nel 1870 da una famiglia povera, fu avviata agli studi per migliorare il suo stato. Dedicatasi all’insegnamento, fu così prima a Lodi e poi a Milano, presso la Scuola Normale Gaetana Agnesi. Tra i suoi molti libri di poesia ricordiamo: Fatalità (1892); Tempesta (1895); Maternità (1904); Esilio (1914); Il libro di Mara (1919); I canti dell’isola (1924); Vespertina (1930); Il dono (1936); ecc. Nel 1940 fu accolta nell’ Accademia d’Italia. Sulle sue idee sociali la Pessina si sofferma ampiamente nell’intervista.

Tra le donne scrittrici del primo Novecento è da ricordare anche Amalia Guglielminetti (Torino 1885 – Ivi 1941), che fu giornalista e autrice di numerosi romanzi, da Voci di giovinezza (1907) a Le Seduzioni (1909); da L’insonne (1913) a Fiabe in versi (1922); da I serpenti di Medusa (1934) a Una donna eccezionale (1930); ecc. Seguì le suggestioni del Decadentismo e dell’Estetismo proprie del suo tempo. Morì in seguito alle ferite riportate per una caduta lungo la scala del suo albergo durante un bombardamento aereo del secondo Conflitto Mondiale. Estrosa e sofisticata, esuberante e ribelle, Amalia Guglielminetti espresse tutte le inquietudini del suo tempo, del quale fu un’efficace interprete. Della sua relazione con Guido Gozzano la Pessina parla ampiamente nell’intervista che le dedica.

Seguì poi il tragico evento della Prima Guerra Mondiale, che valse ad immettere la donna nel mondo del lavoro, in sostituzione degli uomini che erano al fronte. E venne il suo ingresso in politica con Rosa Luxemburg, la quale svolse un’intensa attività in campo ideologico e sindacale a favore della classe operaia. Il suo insegnamento costituirà un forte incentivo per l’emancipazione della donna nel primo dopoguerra europeo.

Qui il libro della Pessina si chiude, lasciando presagire un seguito, data la vastità dei problemi che agita. Noi siamo sicuri che questo prosieguo verrà, con la stessa acutezza di analisi e la tessa ampiezza di sguardo che caratterizzano il libro che qui è stato oggetto di esame.

Recensione
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