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Non tragga in inganno, nel leggere di Vettorello, una certa morbidezza orchestrale, un armonico procedere (seduttivamente venato di mélas cholé) per adagio, quasi in andante piano. Non tragga in inganno la chiarità espressiva del dettato, la musicalità del verso, magistralmente costruito e compiuto. Ed ancora, non tragga in inganno l’utilizzo impeccabile di assonanze lontane, infinitivi spaziosi, enjambement ad effetto. Non tragga in inganno. Quella vettorelliana è, altissimamente, scrittura di passione. Nutrita di un vissuto, rivisitato e trasfigurato in scansioni incisive, penetranti e dense di un forte cromatismo lirico, che avvolge, coinvolge, seduce.

Di un quotidiano narrato con una varietà di registri simbolici e figurativi di prepotente efficacia sensoriale. Poesia quindi che è slancio esistenziale e parimenti tensione inevasa, ricerca, opera certosina di scavo nell’invisibile della coscienza. Poesia, che se pur talora si fa paradigma di disincanto, è incanto. Incanto di prima mano, immediato e non di riverberanza. Il tutto ben si sostanzia in questa nuova, per più aspetti, silloge, L’ipotesi che siamo, sintesi e parimenti superamento di stilemi acquisiti nel tempo, nella protratta e costruttiva frequentazione della poesia dove un “Vettorello maggiore” oltrepassa verticalismi suoi propri. Avventurandosi. La poesia ha sempre di fronte a sé un’avventura senza fine, così T.S. Eliot, l’impareggiabile, in The Music of Poetry (1942). Ed è quest’avventura senza fine (iter letterario ed umano all’unisono) che l’Autore persegue nel corpus dell’opera, quasi liberandosi di pregressi riecheggi della migliore tradizione poetica novecentesca, italiana e non, unicizzando così definitivamente il Suo dire.

Creando quadri emblematizzanti ove l’ordinario viene eletto a soggetto poetico e la coscienza del reale si fa espansa, abbracciando ogni oggetto o fenomeno. “Si può, lo so, si può provare a fare | di questo spazio minimo nel mondo | il nostro paradiso, | come la stanza piccola in cui vivo, | dove raccolgo | cimeli vari, sfilacciati brani | di quel tappeto magico che impiego | per visitare i luoghi del mio sogno”, “L’ipotesi che siamo”, potente lirica d’apertura, già bastevole da sola a giustificare una pubblicazione, ove contrappunti e dissonanze sono continuamente all’opera in quel che mai è ripiego, diniego, bensì dispiego: “il nostro paradiso…il cielo stesso”. E sotto quel cielo, lo stesso, si consumano drammi, “Un segno di croce alle labbra | e un salto nel vuoto…Diranno ch’è stata follia, | il male di vivere esploso nel centro | di un uomo da poco (“Il calvario”); “Non mi ricordo più come si balla | sui tacchi a spillo per le vie del centro…Io parlo poco, ormai non ho più fiato; | per dare una risposta a chi mi chiede | faccio dei segni solo con le ciglia” (“Col fischio”, lirica struggente dalla bellissima chiusa). Sotto quel cielo, lo stesso, vanno in scena appartate umanissime solitudini, “Non ho pensieri ed anche l’ansia tace… Non è felicità, non è tristezza | ma un modo di confondersi col sasso” (“Apatia”), ma anche abitatissime emozioni “Si accendono come | silenzi improvvisi | gli sguardi che fanno carezze…Ricordo | la voce che ride di perle e il timido bacio farfalla” (“Bacio farfalla”, impossibile non citarla, dalla freschezza dirompente); episodi vissuti dall’anima che alla memoria confluiscono in approccio libero e spaziato, in rimando lieve. Sotto quel cielo in sinfonica alternanza, luci ed ombre, quindi, che l’Autore tratteggia e definisce con terminologia vasta, volta a reggere un lirismo che, sovente, si tinge di emozioni che fibrillano (“Come un delfino, il cuore”), di melanconie (“Nel tempo perduto”, dal memorabile verso finale “Si spende la vita vivendo”), di pregnanze evocative (“Sfiorire”) ed ancora, di strumenti a corda lunga, accordi, assoli, falcate comparative rare. In quest’ultima felicissima silloge, la metrica vettorelliana si avvale, come già nelle precedenti, dell’endecasillabo (del quale l’Autore è raffinato cultore), il massimo grado della metrica, l’archetipo più difficile da raggiungere, ma anche il più indicato ad effondere nella poesia un respiro ampio, senza forzature o smorzature o sconfessioni.

Ed il suggerimento quasi scontato è quello di leggere e di rileggere più e più volte, tutto d’un fiato o in modulo lento, le liriche presentate.

Per coglierne appieno le ripetizione foniche, le riprese mirate, i personalissimi pronunciamenti melodici, i vocaboli accuratamente prescelti, che ne fanno canzoni.

Scrittura di passione, si è detto, che si traduce irrimediabilmente in lettura di passione. Avventurandoci. Il tutto ed il quanto a costruzione di un tessuto solido, sempre sapientemente dominato nel ritmo, in intenso e pervasivo collegamento analogico: immaginazione ed ipotesi, elementi fondativi e fecondativi di un alto scrivere.

Rodolfo Vettorello è, per il tanto, Poeta. Poeta per forma e per stile, per significante e per significato, per tecnica e, in primis, per anima. È Poeta -ipotizziamo- per destino.

Recensione
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