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Prefazione a
Sguardi d'innocenza
di Roberto Sarra

la Scheda del libro

Marina Pratici

Curare la prefazione di un’opera letteraria non è facile impresa. Occorre entrare in sintonica congiunzione con l’Autore, per cogliere il non detto, il sotteso, ancor più sostanzialmente rivelatore, a volte, dell’espresso. Farsi sussurro, semiluce, accompagnamento di sottofondo, per non intorbidare, con il proprio dire, la voce dell’Estensore. Subire la seduzione, innamorarsi, quasi, d’altrui parole, pensieri, emozioni ed emozionalità. Non sempre ciò avviene, si tende allora a peccare di tecnicismo, di manierismo, di sovrabbondanza e ridondanza, del tutto oziosa, di citazioni, svilendo quella magica alchimia che deve, d’obbligo, instaurarsi tra Autore e primo lettore. Questa volta la strada s’appiana. Come per dire che la fatica è fardello lieve, abbraccio subitaneo d’intesa. Perché Roberto Sarra, impeccabile e raffinato saggista, poeta dal timbro personalissimo, è un amico, un amico vero. Del quale apprezzo la magistrale capacità di resa letteraria e, in primis, la generosità accogliente, la sensibilità e la cordialità d’animo, in plenaria corrispondenza d’autentica essenza.

Dopo La mia Antologia, corposa raccolta poetica d’alta valenza formale e contenutistica, dopo “Semplicemente donne”, mirabile affresco di felice costrutto dell’ “altra metà del cielo”, ecco ora Sguardi d’innocenza. Opera, corretto chiarir di subito il mio sentire, che va dritta al cuore. E per il tema prescelto, ineludibile per l’Autore, e per la scelta riespressiva. “Scrivere un libro sull’infanzia, sui bambini, era una sfida con me stesso, che non potevo evitare di raccogliere”, così Sarra s’impone, ed impone, nella spaziante introduzione. Introduzione che è già paradigma, senza risparmio di termini, di un testo ove la realtà viene spolpata di ogni illusoria fascinazione, spogliata di fittizie edulcorazioni, arata, ancora e ancora, con potenti colpi di frusta “nell’intento di riuscire a lanciare il nostro urlo di Munch, un intenso grido di sdegno, verso tutti coloro che continuano imperterriti a calpestare quel grande patrimonio umano qual è l’infanzia”. Introduzione che prelude ad un dettato scevro d’incertezze, di titubanze, nell’affrontare, deprivandolo da infingimenti, l’inesprimibile: la negazione del diritto ad essere bambino, la violazione dell’innocenza. E quando si esplorano le ferite dell’infanzia, si entra in una landa dell’anima segnata da dolore profondo che non ammette rimozioni o riduzionismi. Roberto Sarra non indietreggia, “usa”, con la perizia che lo unicizza, la scrittura quale strumento privilegiato di denuncia, quasi spietatamente autoptico. Con uno stile mai declamatorio, mai moralistico, mai virante al sensazionalistico, ma volutamente accessibile, fruibile, direi, perché il messaggio giunga nella sua struggente interezza.

La sua Voce, che non conosce indugio, si leva talora con una soffusa melanconia nella percezione di una sofferta dicotomia tra quel che è, per molti- troppi- minori, e quel che dovrebbe essere. Divenendo monodia, vibrante ed accorata, in assordanza di polifonia che tende ad oscurare, a sottacere quel che par essere disturbo rigettato in un contesto societario che ha penosamente smarrito valori fondanti. Sfumando, in disgreganza d’imperativo, lecito ed illecito, giusto ed ingiusto, pervenendo ad un’omertosa, in quanto silenziosa e taciuta, complicità/ corresponsabilità di fronte ad un dramma spinosamente in crescita sistematica ed ubiquitaria. In questo iter umano e letterario, l’Autore si serve di differenti registri interpretativi ed esplicativi, fondendo, in riuscito ed equilibrato connubio, generi diversi. Alternando, con puntuale dovizia lessicale, passaggi in cui l’io narrante è la piccola vittima, abusata, offesa, diniegata ed obliata da quel mondo adulto che “purtroppo, pare continui a non fare sconti”( e nei quali ben si coglie l’humus del poeta, in pregevole dispiego ) ad altri, più vasti, in cui il testo si fa più denso, asciutto, si compatta, si fa corda sull’abisso perché sia dato riattraversare il ponte, tornare alla soglia del perduto. Ed è qui che il sentire di Sarra si fa “scrittura di passione”, in prepotente rialzo, chiave metaforica, nucleo di lavoro e, questo il prius, di speranza. “I nostri figli sono la nostra vera unica speranza per riscattare noi e il mondo intero, facciamo in modo che per una volta le nostre mani si fondano alle loro, perché non possano mai sentirsi soli e soprattutto defraudati da ciò che loro spetta”, così Roberto Sarra nella chiusa, splendidamente compiuta e morbidamente lirica ed intima. A lui, Peter Pan per autodefinizione, che non s’impaura ad indagare in quel “che mai devi dire”, il merito, grande, d’aver portato luce ed aria nuova in pertugio d’efferatezza. A noi, lettori convinti e toccati – impossibile, davvero impossibile rimaner indifferenti – il compito di riflettere, di interiorizzare e, di conseguenza, operare. A tutela dell’Innocenza. Sempre.
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