Servizi
Contatti

Eventi


La peste e dintorni
Rassegna bibliografica

Dopo le verriane Osservazioni sulla tortura edite da Serra e Riva a cura di Gennaro Barbarisi e le numerose riproposte della manzoniana Storia della colonna infame, la peste milanese del 1630 ritorna al centro di contributi che affrontano il problema da angolazioni differenti, spesso lontane, talora complementari. Da segnalare innanzitutto la riedizione della testimonianza di Federico Borromeo e del suo De pestilentia quae Mediolani anno MDCXXX magnam stragem edidit: ne è curatore Armando Torno, giovane studioso che non disdegna talvolta sortite dal campo della logica matematica per addentrarsi nel mondo della bibliofilia (suoi un Mirabilia edito da Bocca e una riedizione della Papessa Giovanna del Boccaccio presso la raffinatissima Philobyblon). Il volume borromaico non si presenta quale semplice riproposizione di passate edizioni (Saba del 1932 e Muzzoli del 1962); Torno si è riaccostato al manoscritto federiciano per una nuova lettura, e ne sono significativi segni le varianti che corredano l’opera. Le novità non si fermano qui: meritano di essere segnalate le osservazioni sulla grafia di Federico e sulla sua modalità compositiva; in particolare, le ipotesi sulla grafia del manoscritto del De Pestilentia: contraddicendo tutta una tradizione pro-Federico che va dall’Argelati al Saba, sulla scorta di preziose segnalazioni il curatore propende per l’attribuzione a un segretario, scrivente sotto dettatura. A un volume che si presenta a buon diritto come la più attendibile edizione dell’opera di Federico (corredata di una scorrevole traduzione italiana) Torno premette anche una essenziale quanto puntuale ricostruzione della vicenda umana e culturale del prelato milanese. Tra le numerose opere di questi (e non vanno dimenticati altri due suoi opuscoli di argomento pestilenziale: un ordine al clero e istruzioni al clero e al popolo), un volume più menzionato che letto è il Liber inscriptus Argumenta n. 209, meglio conosciuto come Miscellanea andnotationum variarum: si tratta di un’opera di sapore autobiografico, stesa in forma di appunti a partire dalle ore 21 del 30 ottobre 1594 e corredata di indice analitico composto dallo stesso Federico. Non è facile darne un resoconto, perché si va dalla sentenziosità di un Studia obliterant curas, alla citazione d’autore, alla breve narrazione (cfr. il commosso resoconto della morte dell’amico e padre spirituale san Filippo Neri).

L’ardua opera di trascrizione del manoscritto è stata condotta «con coraggio», e con apprezzabili risultati, da un gruppo di studenti coordinati da padre Roberto Caloni, che hanno corredato il volume di una traduzione delle parti latine e di utilissime note esplicative riguardanti i numerosi personaggi ricordati. Federico Borromeo si presenta con aspetti biografici che ascrivono al gruppo dei potenti; non è questo il caso dei cappuccini, che a buon diritto rivendicano il proprio ruolo tra gli umili. In tale veste essi ritornano al centro dell’indagine di Francesco di Ciaccia, che per il suo saggio Gli umili ne «I Promessi Sposi» ha avuto modo di attingere a ricche e inedite documentazioni riservate dell’Ordine cappuccino: ciò gli ha permesso di affrontare un problema, spesso studiato, da un’angolazione diversa e privilegiata, talvolta nuova, e di proporre soluzioni critiche in qualche caso contrastanti con acquisizioni codificate. Oltre che di questo saggio – pur interessante nella disamina delle figure di fra Fazio, fra Galdino, padre Provinciale, il padre guardiano di Pescarenico e quello di Monza –, di Ciaccia è autore di Sollecitudine e delirio nella peste manzoniana. Qui i documenti degli archivi cappuccineschi dovevano essere utilizzati in direzione di più difficile disamina: la figura di Padre Felice Casati e la sua «esperienza di potere» nel governo del Lazzaretto. Non v’è dubbio che la documentazione, abbondante e di prima mano, concorra solidalmente a fornire a padre Felice un’immagine più di servizio che di potere: da una visuale bibliografica il saggio del di Ciaccia si offre poi come strumento indispensabile per un’indagine completa del settore. A nuocergli è il tono talora pamphletario: suo obiettivo, il discutibile volume di Cordero La fabbrica della peste, costruito sulla tematica a questi consueta dell’opposizione individuo-società. Se dimensione politica vi è stata nella gestione della peste (una peste grande soprattutto per la menzione manzoniana e per la degenerazione processuale a proposito delle unzioni, non certo per il numero dei morti, per le tensioni sociali che l’hanno preceduta o per le conseguenze sull’economia dello stato), se conflitto di potere si è verificato, questo ha interessato un organo quale il Senato, che ha individuato nella peste «l’occasione per riaffermare il suo ruolo egemone nella città e nello stato» e per recuperare il ruolo di primo piano del quale aveva goduto in passato.

La prospettiva, nuova nell’ambito degli studi sulla peste del 1630 e di ben altra profondità di indagine rispetto a Cordero (vi risultano nuove acquisizioni d’archivio), è di Romano Canosa, di professione giudice, ma studioso di singoli momenti che concorrono ad una storia sociale della giustizia e dell’impiego dei meccanismi del potere contro «umili» e «oppressi». Dopo uno studioso di diritto come Cordero e un giudice come Canosa, anche il ministro della Giustizia Martinazzoli si è avvicinato al problema-peste: non direttamente, ma attraverso la manzoniana Storia della colonna infame. Il volume dell’editore Grafo Pretesti per una requisitoria manzoniana, corredato da disegni di Giuseppe Repossi, raccoglie, con rielaborazioni e amplimenti, la lettura del volumetto manzoniano che Martinazzoli ha proposto in più sedi a partire dal convegno di Boario Terme: si tratta di una lettura non solo giuridica (come era lecito attendersi) ma anche culturale (come diveniva doveroso pretendere una volta appreso del suo discepolato presso Cesare Angelini); una lettura soprattutto non disdegnosa di attenzione alle tensioni attuali. «Confesso che, tra i pretesti di queste chiose – confessa Martinazzoli – quello che più mi sollecita verte intorno a un sospetto di inattualità frequentemente sussurrato a proposito di Manzoni. Al contrario, scrive Martinazzoli – e il suggerimento merita certo di essere accolto -, «Bisognerebbe paragonarsi un poco su questo modello: non tanto sulle risposte, ma sul coraggio delle domande, in un tempo che mostra scarse propensioni ad inseguire un pensiero sino in fondo, a verificare, insomma, i nessi che stringono le cause e gli effetti, i comportamenti e gli avvenimenti».

Recensione
Literary © 1997-2019 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza