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Mentre Wilma Minotti Cerini traduceva in inglese, con l’assistenza dell’amica Hae Song Chiara Mainardi, la sua ultima opera, I figli dell’illusione, in vista d’un pubblico di lettori ben più vasto ch’ella ampiamente merita, ne dava alle stampe, per i tipi dell’editrice Blu di Prussia, l’originale italiano – dal dicembre 2007 in commercio. [Wilma Minotti Cerini, I Figli dell’illusione, romanzo-saggio, Blu di Prussia, 2007, pp.124, Euro 10,00.]

E’ un lavoro denso che presenta le caratteristiche del romanzo e del saggio in forma di dialogo; s’aggiunge, con ulteriori approfondimenti, alle ormai numerose opere in prosa e poesia che la Minotti Cerini ha pubblicato negli anni, sul tema dell’essere, guardando al Buddismo e all’Induismo e considerando l’influenza di queste filosofie esistenziali su quelle occidentali, dall’orfismo a Pitagora a Platone, questi ispirato dal precedente per il concetto di reincarnazione delle anime, da cui l’idea della conoscenza innata dei reincarnati; né l’autrice ignora la teologia cristiana, che interviene nei suoi studi in un incontro col pensiero ascetico orientale. Direi che, accanto all’Hermann Hesse autore didel Siddharta, la figura che ha particolarmente influito sulla Minotti Cerini è il poeta e filosofo Radindranath Tagore, figlio e allievo del capo religioso della chiesa teistica indiana predicante il culto del Dio unico, nello spirito delle screitture induiste di filosofia e di meditazione dette Upanishad, [Non si tratta d’una religione rivelata, le Upanishad non sono libri ispirati, nel senso biblico, non più di quanto lo sia, ad esempio, l’opera di Aristotele sul funzionamento dell’anima: Si tratta d’una credenza insita nell’uomo che, secondo l’Induismo originario, prima di Gautama il Buddha, accompagna, consolandoli, gli esseri umani inseriti nella sequela delle rinascite ossessiva, perenne e con la sola mira d’elevarsi, per la successiva esistenza, a migliori condizioni culturali e sociali, salva la possibilità di ricadere di nuovo in uno stato inferiore, peccando, in un ciclo senza fine; ciò diversamente dal pietoso Buddismo, che ha poi influenzato lo stesso Induismo, sopraggiunto attorno al VI-V secolo A.C. a indicare un termine, con la fusione in Dio dell’anima singola appieno purificata, l’idea che ritroviamo nelle opere ontologiche di Wilma Minotti Cerini.] in una sorta di sincretismo religioso comprendente il Cristianesimo. D’altronde l’Induismo è considerato da certuni come monoteista, almeno essenzialmente. Essi asseriscono che anche per questa religione Dio, pur se chiamato con nomi diversi, è Uno, ma affinché ogni uomo possa trovare la migliore via verso di Lui, Egli s‘esprime in centinaia di esseri divini, sue differenti manifestazioni; in altre parole, nell’Induismo troviamo molte tradizioni trascendenti, ma tutte sono differenti strade verso la stessa Mèta, quel Dio che appare in molte forme ciascuna delle quali interamente Lui.

Protagonista del romanzo è l’americano [Tale nazionalità non sarebbe forse essenziale, il personaggio potrebbe essere italiano, se non fosse per un giusto desiderio dell’autrice, se ben intuisco, d’indirizzare l’opera tradotta all’ampio mercato editoriale e librario statunitense oltre, ovviamente, al resto dell’area anglofona.] Peter Grows [Cresce in italiano: tale cognome-verbo è di certo non casuale, indica l’ascesi spirituale del personaggio nel corso del romanzo.] scrittore di gialli [Forse anche la professione non è accidentale, può richiamare la ricerca esistenziale di Peter, così come un detective indaga in un caso giallo.].

Il libro inizia portando immediatamente il lettore in una dimensione ascetica, così come di colpo ci si ritrova, in certi sogni, in strani ambienti sconosciuti e come all’improvviso i mistici cadono in contemplative esperienze: verso la fine se ne scoprirà il motivo, che non rivelerò rispettando l’attesa del lettore, anche se ne ho dato un indizio. Peter è introdotto da un monaco oritentale in un “grande edificio di pietra grigia, con una sola porta d’ingresso e senza finestre, sovrastato da una cupola, anch’essa grigia”: la vita del reincarnato prima dell’ascesa spirituale è grigia e sterile come sasso, è posta sotto una cupola che gli nasconde il cielo dello spirito, secondo la religiosità dell’Oriente e pure secondo l’ontologia platonica le quali, contemplando l’essere umano come anima reincarnata, giudicano il corpo una prigione. Differente è l’idea cristiana, per la quale il Figlio-Cristo eterno E’ Uomo [Volendo approfondire l’argomento dell’eterna umanità di Dio, si può andare al saggio divulgativo di Guido Pagliarino E’ Uomo, Boopen Editore, 2007.] in corpo e anima, sia pur essendo tal umana, trascendente persona non materiale ma spirituale.[Cfr.Paolo. I Corinzi.] Peter, senza possibilità di comunicare con l’esterno, dovrà passare in quell’ambiente un giorno, diviso in quattro eguali periodi, ciascuno segnato dal suono dei campanellini. Il giovane viene dotato d’una brocca d’acqua e di porzioni di cibo frugale, riso, verdura e frutta, che dovrà dividere, alla scadenza di ogni intervallo, con un secondo monaco, come lui nell’edificio, un misterioso essere umano, fatta salva una sorpresa verso la fine del romanzo, detto grande Santo: “L’uomo Santo era là nel mezzo, il suo corpo ricoperto da un dothi, lunghissimi capelli e la barba candida coprivano come un manto la sua posizione di fior di loto”. Opportunamente in appendice la scrittura fornisce un breve dizionario dei termini indiani; ad esempio, fa sapere che dothi significa” tessuto drapeggiato e fermato in vita sul davanti e fatto passare tra le gambe formando una specie di pantalone a tre quarti molto comodo”. Descrivere invece ogni volta, nel testo, il senso della parola indiana passante, avrebbe appesantito quest’ultimo, rischiando oltretutto di distrarre dal discorso spirituale. Mi permetto tuttavia di suggerire, per una nuova edizione italiana o straniera, di porre il dizionarietto all’inizio, chiamando il lettore non informato a imparare i termini prima d’iniziare il romanzo. Il monaco Santo, assiso a terra in posa statuaria davanti a Peter, “era immerso in una meditazione completa, nessun movimento era in lui (…). Emanava un senso di pace e di saggezza (….)”. Il nostro s’accomoda a sua volta sul pavimento a gambe incrociate, posando a sinistra la ciotola degli alimenti, a destra la brocca dell’acqua e, innanzi, un’altra scodella, ancora vuota, per le offerte del cibo al Santo. L’autrice accende a questo punto un flash back. Era stata una giovane donna innamorata, Mirit, a indurre Peter a quell’esperienza, che la medesima aveva fruttuosamente vissuto tempo prima: “Lei gli aveva parlato del luogo santo con un trasporto pieno di struggente malinconia per averlo dovuto lasciare e tornare. I sentimenti di Peter per la giovane erano incerti, a volte sfioravano la freddezza: tuttavia, egli pativa una gran gelosia, sia pure, forse, soltanto per un senso vile di possesso. Anche se non facendosi molte illusioni di trovare risposte, aveva infine aderito all’invito di Mirit: egli era da tempo bramoso d’avere responsi alle sue domande esistenziali, avendo molto sofferto spiritualmente, soprattutto da quand’era rimasto orfano del padre, alla cui morte” aveva preso coscienza del vuoto che lascia attoniti (…). Il giovane” era partito tutto solo con una valigia insignificante, con un vocabolario di sanscrito sotto braccio e con una sensazione di abbattimento e di dubbio su quanto andava a sperimentare, una sorta di regressione infantile che lo aveva lasciato solamente quando, sull’aereo, una grande stanchezza si era impossessata di lui”. Mirit aveva preavvertito Peter: “Devi soltanto affidarti, non fare resistenza. Devi lasciarti andare, lasciarti guidare”. Ora una voce ignota gli ripete: “Lasciardi andare”. Nel chiuso ambiente di meditazione il nostro ha sensazioni vivaci, esperimenta alcuni flash sulla sua infanzia, matite multicolori e immagini di verdi vallate, sente musiche dolci e gode d’una luce che non ferisce, senza più provare sensazione del bene e del male: sono presenti qui il simbolismo dualista luce-buio di tutte le culture e la tensione del protagonista verso lo splendore spirituale. Il giovane incontra ombre tentatrici, falsi santi che gli chiedono d’essere adorati in cambio di benefici materiali, un po’ come per le tentazioni diaboliche all’uomo Gesù di Nazareth durante il ritiro nel deserto una trattandosi, nel caso di Peter, di anime umane, per il momento assai impure, non di demòni. Il Santo avverte il neofita ch’egli ha davanti “corpi eterei di anime irrequiete” e lo mette in guardia dalle sedute spiritiche, anzitutto perché fonti di dolore per le vite in riposo in attesa di reincarnarsi, poi perché al loro posto potrebbero intervenire intelligenze mentitrici. Per inciso: secondo il Cristianesimo, i defunti non sono affatto disturbati dal medium, non rispondono mai alle evocazioni: si tratta sempre e solo di spiriti diabolici che ne vantano falsamente l’identità. “Ben altra cosa è invece parlare di chiaroveggenza”, soggiunge l’uomo Santo, e precisa che lo spirito chiaroveggente è libero e non abusa del suo potere, è “un’anima che si è assunta un peso assai gravoso sulle proprie spalle: riconosce la sofferenza che gli passa vicino e si manifesta solo in casi di urgente bisogno”, senza influire comunque sul libero arbitrio di coloro che avvisa: l’autrice allude qui, senz’ancora presentarla, alla figura d’un amico di Peter da poco defunto, che verso la fine del romanzo, pp 91-101, gli annuncerà il matrimonio con Mirit e la nascita di un figlio in cui il sodale stesso si reincarnerà [E’ idea diffusa tra le persone che credono nella reincarnazione che coloro che si sono amati nelle vite precedenti si ritrovino vicini come parenti o amici nelle successive; così, ad esempio, una madre reincarnata può trovarsi di nuovo, ma senz’accorgersene, accanto al proprio figlio, ad esempio, come figlio del medesimo.]; e l’anima dell’amico, come Beatrice con Dante, lo condurrà verso la luce [In neretto nel testo.] universale. Intanto, seguiamo un colloquio tra il Santo e Peter sul libero arbitrio, che tocca l’argomento degli esseri umani non servi ma figli di Dio: come per l’Evangelo. Sullo stesso piano, Buddismo e Cristinesimo posano sopra la compassione, sul patire con l’altro facendo proprio il suo dolore, ciò ch’è balsamo alla sofferenza del mondo; e “saper dominare l’animalità che è in noi è in assoluto il primo successo nei confronti nostri e degli altri”, aggiunge l’uomo Santo: ritroviamno analogo precetto nel Cristianesimo per il quale, addirittura, l’animalità dell’essere umano si può identificare, secondo certa teologia col peccato – difetto – originale; il monaco prosegue: “Gesù disse ’vi lascio un comandamento, che vi amiate l’un l’altro come io vi ho amato’ “: questo è il massimo dell’amore, amore anche per il nemico sino al punto di dare la vita per lui, così come Cristo muore anche per i suoi uccisori; l’Antico Testamento imponeva d’amare il concittadino ebreo con cui si veniva in rapporto e lo straniero, se pacifico, che s’incontrava, cioè il cosiddetto prossimo, non però i nemici quali i Romani invasori e i Samaritani; qui l’autrice, citando Gesù, accomuna appieno il sentire dell’uomo Santo a quello cristiano, in quanto il richiamo implica l’amore per gli avversari. Segue l’elogio per “persone onorevolmente atee” vale a dire per i non credenti onesti: pur essi, anche se ”si aspettano il nulla”, sono sulla via della salvezza perché giusti in coscienza, così come recita d’altronde il concilio Vaticano II nella sua proclamazione Lumen Gentium; “l’unica vera differenza”, soggiunge l’autrice, anche qui in consentaneità con la Chiesa, “è che il Santo è cosciente di un progetto divino”. Segue un discorso sulla libertà che, nell’àmbito del piano di redenzione, comporta la possiblità del male, cioè la tentazione.

C’è però una differenza basilare con la fede cristiana: per il Cristianesimo l’uomo è già salvo grazie a Cristo e nient’affatto sono utili, in merito, i suoi sforzi spirituali, ogni benemerenza è di Cristo; invece per l’Oriente, e per Platone, l’uomo nonè di già salvato ma può e deve salvarsi egli stesso sforzandosi d’ascendere spiritualmente. Resta il fatto che, se il cristiano segue l’esempio di Gesù in quanto ne ha avuto da lui l’ordine: “Chi mi ama prenda la sua croce e mi segua, e sa d’essere, evangelicamente, servo inutile e che il suo buon agire, in se stesso, non basterebbe a salvarlo [Si tenga presente che il sacrificio di Cristo vale per tutta l’umanità e non per i soli cristiani e che Dio, per amore, lascia libertà a tutti gli esseri umani, tra cui quelli che lo crocifissero, compresa la facoltà di rifiutarlo e di finire nel cosiddetto inferno, cioè nell’eterna morte senza risurrezione; in merito alla dannazione come morte eterna, secondo il sentire dei cristiani del I secolo, cfr.” E’ Uomo”, cit.], e se il buddista pensa invece che il suo personale sforzo sia indispensabile a giungere alla salvezza, le scelte di vita sono comunque le stesse, quelle dell’amore per chi s’incontra: la differenza dunque non è etica, ma teologica.

Incontriamo successivamente una messa in guardia dalle tentazioni del potere, quelle stesse che il diavolo presentò a Gesù, durante il ritiro nel deserto, consistenti nella spinta a soddisfarsi grazie alle sole forse senz’affidarsi, come uomo, al Padre, e a farsi capo politico d’Israele: il potere dev’essere invece totalmente al servizio degli altri e il Santo dice a Peter: “Fai attenzione a chi persegue il potere per il potere. Il potere per il potere genera schiavitù, il massimo insulto a Dio Creatore. Ricordati: questi sono i figli dell’illusione " [In neretto nel testo.]. Abbiamo qui un’anticipazione, nel particolare, di quanto ritroveremo verso la fine, attorno alla p. 111, sempre pronunciato dall’uomo Santo: “Ricordati Peter, tutto è illusione fuorché l’anima (…)”.

Anche questo è un concetto ben di verso da quello cristiano per cui il corpo e l’anima della persona hanno la medesima importanza; era così invece per lo gnosticismo cristiano, non per nulla influenzato dal platonismo, secondo cui il corpo era dispregiabile e destinato a morire; per certi gnostici (Doceti), Gesù era stato corporeo solo in apparenza, per altri di loro, come i Cainiti [Minuscola setta gnostica cristianeggiante da cui emana il cosiddetto “Vangelo di Giuda” che capovolge totalmente il Cristianesimo, facendo del Creatore un demiurgo maligno e ignorante, del serpente tentatore Cristo stesso desideroso di salvare Adamo dalla schiavitù al predetto, di Caino un eroe che uccide il servo del del demiurgo Abele e, sempre coerentemente, facendo un eroe anche di Giuda chex, denunciando Cristo su di lui richiesta, ne consente la liberazione dal vile corpo e la sua risurrezione in solo spirito.], il corpo del Salvatore era stato sì di carne, ma esso era morto per sempre e c’era stata la risurrezione del solo spirito di Cristo; l’essere umano, secondo tutti gli gnostici, era soltanto il suo spirito personale; e tutto il mondo terreno era da respingere perché ingannevole, come per il Buddismo. Secondo il Cristianesimo, il mondo è bene, come risulta dalla Genesi dove il Creatore si co piace della sua creazione, e si salva l’uomo intero, trasformato in glorioso-spirituale, non la sua sola anima [Secondo il Nuovo Testamento, l’anima umana ha natura psichica, non penumatica, e s’accompagna nell’uomo allo spirito divino di vita, per cui le componenti dell’essere umano sono tre, di cui solo due personali, corpo e anima, e una divina, lo spirito, il soffio di vita di Dio che continua, per i beati, nel corso dell’eternità. Anche su questo si veda, colendo, “E’ Uomo”, cit; inoltre, desiderando approfondire l’argomento Gnosticismo, si può andare al saggio divulgativo di Guido Pagliarino Cristianesimno e Gnosticismno, Prospettiva editrice, 2003. ]: la differenza antropologica è fondamentale ed essa impedisce di conciliare teologicamente – non però su di un piano di fede in vista della salvezza – Il Buddismo con il Cristianesimo.

Chiudo qui, sebbene il libro presenti altre note spirituali e la narrazione prosegua a lungo, fino al raggiungimento da parte di Peter della luce, la quale è “l’anima universale”, è “emanazione di Dio”, e fino a una sorpresa ultima che non rivelo: termino qui non solo per ragioni di spazio, essendo già assai lungo l’articolo, ma per lasciare giustamente al lettore l’intera scoperta del resto. Aggiungo solo che Wilma Minotti Cerini contribuisce con forza, meritoriamente, a combattere il relativismo morale corrente nella nostra disastrata società, quel nichilismo che s’esercita oggi, in particolare, nel cosiddetto pensiero debole.

13 febbraio 2008

Recensione
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