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Io la ricordo

Quando si sia giunti alla “terza giovinezza”, proprio come chi sta scrivendo, - l’animo ha sempre vent’anni ma l’esperienza d’un successivo mezzo secolo l’ha reso più avveduto, se non circospetto -, iniziano a tornare alla mente, dettagliatissime, ricordanze d’avvenimenti secondari del tempo più lontano. Non si scorderanno più lungo quel poco che rimane della vita, s’accompagneranno ai ricordi, mai celatisi, dei fatti maestri, sempre che, Dio non lo voglia, non incorra un qualche male cerebrale obnubilante.

Quelle memorie, riapparendo innanzi al cuore stanco, gli dànno più vigore; e quando si tratti del cuore d’un poeta, si sublimano anch’esse in versi. Così ecco le liriche di Graziella Minotti Beretta, poetessa che, notoriamente, ha condotto alle stampe una nutrita serie di valenti sillogi. Da poco ho letto con diletto la più recente, la nona, intitolata “Io la ricordo”. È divisa in quattro sezioni, le prime due principali, le altre – 3a Stagione, Attualità e 4a Stagione, Poesie Scelte – complementari; non secondarie però, solo integrative, come ad esempio “Chiara, dolce sera” che, nel titolo e nell’attacco mi richiama, nel personale stile dell’autrice, sia chiaro, il Petrarca e, nell’argomento, il Foscolo di “Alla sera”; scrive Graziella “Chiara dolce sera… / Già le ultime ore / nella quiete delle sue ombre / indifferenti alle novelle scolpite / che la sovrastano / […] / con le prime brezze increspate di lago”: l’amatissimo, tranquillizzante lago lungo il quale l’autrice abitava e che ha dovuto lasciare, con pena, per un trasferimento definitivo imprescindibile.

Ogni sezione della raccolta è preceduta e maggiormente illeggiadrita da immagini di dipinti floreali della stessa poetessa. In coda, le fotografie di antiche cartoline ricevute, bimbetta, dalla sua mamma ricoverata in ospedale per un male ch’era allora gravissimo, morta a sua causa quando la figlioletta aveva appena cinque anni. Lei e le sue tre sorelline erano rimaste sole perché già orfane del babbo partigiano, caduto nella lotta di Liberazione antinazifascista. Nella venerazione per il proprio babbo morto eroicamente, i versi di Graziella edificano il ricordo della mamma sofferente nel corpo e, peggio, nella mente all’idea d’esser prossima, nolente, a lasciar sole le proprie bambine. Scrive l’autrice: “Io la ricordo, non s’offusca la memoria / per sporadici incontri estivi, all’ospedale. Te ne sei andata silenziosamente / con una pietra nel cuore.”

S’aspetta d’incontrarla fra non molto, in Cielo; e più volte ha accolto serenamente in casa, nel proprio pensiero, quella figura “cortese” dalla flebile voce, quell’ “Amica senza età” che “chiamano morte”. Prova gioia all’idea che potrà consolare la propria mamma quando sarà ella pure Di Là: “[…] / so che m’aspetti da tempo / ancora un poco per riabbracciarti / avrò quasi il doppio dei tuoi anni / così ti cullerò, per tutti i tuoi affanni / facendoti da mamma”: come trattenere una lacrima? In realtà, secondo la tradizionale aspettativa cristiana, il corpo del beato assunto a Dio e trasformato in “glorioso spirituale” – di tal essenza pneumatica lo dichiara la neotestamentaria 1a Lettera ai Corinzi – mostra la bellezza dei trent’anni; esse saranno dunque giovani, sane e forti, abbracciate come sorelle e non come due signore anziane.

Qui in terra la vita è breve e precaria, è una fiammella: “Esala a sospiri / la piccola fiamma / […] / sino all’ultima, tremolante.../ […] senza peso… che sfuma”: la vera mèta è Di Là mentre qui, palpitando – ma come Graziella, non mai tremando di fronte alla pena e alla prova – ci si deve appagare di quel po’ di gioia che dona la ricerca della verità e della giustizia entro quel “dono eterno, indissolubile”, quindi addirittura divino, che è la libertà umana; una libertà che si ha l’obbligo di difendere quotidianamente per poter continuare a mirare alla verità e alla giustizia; libertà che comprende, mi si permetta d’aggiungere, la libertà di parola, oggidì tanto minacciata dal becero principio del “politicamente corretto”.

Lo spirito religioso di Graziella onora la propria mamma nella figura stessa della Madre di Dio, rivolgendo alla Madonna la dolce preghiera poetica “Maria, tu sei ogni donna che ama”; e forse, oltre alla propria madre, ella vede un po’ anche sé stessa in quanto mamma e nonna. La prima sezione, pur se prevalentemente basata sull’accorato ricordo della mamma sofferente, comprende, in unico abbraccio, poesie rivolte alle figlie Margherita ed Elena, cui l’autrice augura “quotidiane serenità e quanto possa filtrare / da questo cuore per scaldare i vostri, sempre”, e liriche indirizzate ad amici defunti, come quella in ricordo di Pietro, uomo che Graziella ricorda “appoggiato col braccio destro sul tavolino / col suo solito bianchino e la sigaretta fra le dita” e dirette a care persone cui “La vita” ha presentato “il conto, all’improvviso”, troppo presto, come a un lui “inchiodato alla sedia a rotelle” a trent’anni: imperfetta è la natura, può consolare ma anche angustiare; e la seconda parte della silloge, la “2a Stagione”, proprio a “La Natura” è dedicata, nei suoi aspetti consolanti e affliggenti. Così ecco la tempesta e poi la quiete e poi ancora il turbinio del vento che “Improvviso, irrequieto, ripetutamente / sbatte l’imposta, mal occlusa / [ ..] La sua follia frantuma, sbreccia, / divelta, sposta, alza, spalanca / senza lacuna alcuna, /sicché sfinito / lascia la preda all’ora scaduta”.

Però l’esaltazione della bellezza prevale, come in molte delle liriche dannunziane di “Alcyone”, ad esempio in “La pioggia nel pineto”, composte durante un’estatica stagione in Versilia dal “Vate” (sic) anelante di fondersi con la Natura; scrive Graziella: “Senti… odi lo sciacquio che schiuma / morendo, l’ampie onde alla riva / e l’altre che incalzano?” Tuttavia nei versi dedicati al Creato non c’è solo un sentirsi, gioiosamente, una fibra della medesima: c’è un parallelismo con l’intera vita umana allegoricamente amalgamata alla Natura, un esistere che, nella Fede, è sempre bene sommo nonostante tutto, come lo è lo spettacolo dell’intero Creato, “Uno scenario magico che adorna lo spirito / per un sentimento che si spande / all’infinito credere”.

L’essere umano, come una pianta, passa dal seme alla fioritura, dal frutto acerbo al pomo maturo alla caduta del nuovo seme nella terra - nei figli, nei nipoti…- ; l’essere umano transita lungo il giorno della sua esistenza da alba a tramonto, incontrando qualche gioia e vivendo molti periodi sofferti in cui a volte, come scrive Graziella, “la speranza [...] / è ombra che dilegua / si trascina quasi impotente / tra i cimeli / ed i silenzi della’anima”. Tuttavia, di fondo, l’autrice s’aspetta di giungere cheta e appagata al culmine del proprio giorno, a “l’occaso che sdrucciolando ad oriente / oscura la collina, quasi dormiente”: per una nuova, stavolta superna, Aurora.

Recensione
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