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Che all’interno dei variati meccanismi della poesia contemporanea si giochi in acque che modellano ragioni evanescenti e non concrete manifestazioni del fare artistico? Talvolta l’esuberanza e la generosità dei sentieri mentali - corporali tracima in una sorta di selezione elegante, biunivoca, esterrefatta dell’essere artista. Quale artista? Oggi è artista? I turaccioli seguitano a tappare bottiglie piene e talvolta vuote, turaccioli buoni, bottiglie adatte: e non variopinte divagazioni o insolite astrazioni del nulla. Temo, oggi forse più di ieri, necessario un’equilibrata giostra della parola sopra l’ipertrofia della facies ludica, lubrica stricto sensu, dal consumo travolgente e imponente, che nulla risparmia, fino al deserto, fino al simulacro. E dietro l’abile destino che sfuma le mediazioni, che trova plastica l’immagine, che deturpa (è bello perché è bello, mi piace) il fiato dell’armatura reale, della storia raccontata a margine della dolce fessura patinata, informale, scarta, amplificata (quale sgarbo! Sgarbi per osmosi si danno segni dell’arte nella vita: suoni rumori odori).

Filippo Giordano ritaglia nella raccolta una serie di implicazioni di forma, di metodo e di contenuto: provoca suggestive ed esemplari interpretazioni delle istanze archetipe del far poesia, a volte scarnificando quella energia , ripetitiva ma salda negli spiragli per altre sintesi, che dalla materia si apre a un discorso che morde il sensibile, che conosce l’ebbrezza vitale della coscienza, che coglie una porzione, arcigna, ma chiara, del reale.

E dalla parola, dall’acido bagliore delle cose, ecco venir fuori la stesura magra dello spazio e del tempo, il ritmo che scorre adagio sulle pulsioni e sulle accensioni del mondo. Abbandono è ritono alla vita, memoria straziata nell’alto della carne, è pausa meditata o macchia densa e grumosa, è zona di luce e filtro che cerca una sua fisicità: e la poesia dell’essere nuovamente riconquistata e dal lettore e dal poeta. Così la postura del sangue, della genialità o della follia si ricompone lucida, cosciente, non più vocazione, non più fatale inganno, ma composta e semplice corrispondenza: “Il raccolto era un rito consumato | dal mattino presto fino alla piena | bisaccia di grano. I covoni, già | pronti da giorni, venivano a spalla | portati sull’aia. Lì una coppia | di muli, da lieve mano guidata, | il cibo per l’uomo e le bestie, | sgranellando le spighe, divideva”.

Recensione
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