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La raccolta ha
vinto il 1° premio “S. Quasimodo 1980”. Si tratta di liriche che coprono un arco
di tempo che va dal 1976 al 1980 e descrivono il preciso e compiuto itinerario
poetico di Filippo Giordano: dai temi ricorrenti di un mondo contadino e
arcaico, coperto di filari di miseria e di oppressione, e bagnato dai sudari
dell’ignoranza imbelle segnata a sangue sulle braccia vendute–comprate Giordano
passa rapidamente alla problematica d’una cultura preindustriale , là dove la
plebe deve continuare ad essere plebe per altro tempo, là dove la fatica si
inserisce a cavallo dell’emancipazione e del dolore. “Piano si alza il sipario |
sulle felci infreddolite dalla luna | che dispare | ingoiando l’eco dei cani. |
Poi quel tratto di strada | dove vigilano | minacciose sentinelle | i cipressi in
fila | e il cuore si raggrinza | per allargarsi invece all’erba | appena mietuta
sotto i gelsi. | E finalmente il mio mandorleto | col grano tentennante ai piedi
| e il salice di guardia alla fontana | e il torrente magro | dove vivevo le mie
lotte con le rane… | … Ora l’alba preme sui vetri”. Ma della cattura a vuoto
d’una nuova dimensione vitale l’uomo-poeta del Sud rimane impagliato
nell’urlo-rifiuto, nel delirio d’una terra sempre in fiore e sempre in
ginocchio, nell’accusa al passato nefando ed al presente d’inganno: un piccolo
universo di rivolte e di amare, stanche retoriche sul dramma più grande… più
facile l’esodo (l’autostrada… veloce… l’automobile a tutti) in terre lontane ,
più facile dilatare così il deserto nel vasto silenzio del passato o nel caos
rumorso delle beffe sociali, della pazzia dentro l’angelismo esemplare dei
valori traditi, dentro l’orrore delle vite divenute museo.
Eppure, in
questo groviglio di situazioni, Filippo Giordano sembra nascere ancora alla
spuma del mare e di Venere, sembra triturare lo sgomento di ataviche paure nel
risvolto di una diversa coscienza, sino a giungere alla secchezza, (forse
lacerante, talvolta ci pare soltanto a livello epidermico di nausea, di
sgomento) di un’analisi dinamicamente sicura e di contenuti e di forma: “…Noi ci
stiamo | con una mano a Messina | l’altra a Palermo, testa sui Nebrodi, piedi a
Capopassero)…un po’ crocifissi”.
Abbiamo così una
serie di composizioni particolarmente connotative, strutturate secondo un verso
breve ritmato con cadenze rapide e pregnanti, dove le immagini da un lato
scosse, e diremmo, strappate a forza da un contesto quotidiano, s’allargano a
una significazione semantica più universale e riflessa, e pervengono a una
dimensione di denuncia, senza tuttavia cadere nella grossolana ma, insidiosa
trappola di un convenzionale impegno socio – politico o nell’ormai rituale
vitalismo pseudoromantico, passato e presente male di tanta nostra letteratura:
“Eppure esistono le spalle sensibili | al peso delle ingiurie. | Le teste pronte
a diventare protesta. || Dieci giorni di sciopero:| i problemi appesi ai
cartelli: | grugnito sputato al vento. || Siamo ritornati all’ovile | stritolati
da catene secolari: | anelli di rassegnazione intrecciati.”
E certo, se dal
punto di vista formale la raccolta presenta una sua omogeneità d’impostazione,
di ricerca stilistica ancora in movimento ma già saldamente matura, come
dicevamo all’inizio, ci piace ricordare la capacità di decantazione delle
passioni più violente, la gioia di sorprendere il lettore con la schiettezza
d’immagini solari, l’incanto sciolto nella rete attenta della ragione: un fare
poesia sensibile alle possibili fughe dell’uomo, alle determinate indeterminate
felicità dell’esistenza, ed insieme, la lucida pena di affrontare le stagioni
della vita con solidale decisione e comprensione, fuori e dentro le tragedie,
sopra e intorno alle cose e per le cose, per crescere e passare nel cuore, senza
tante definizioni, spogli di metafore e di sillogismi.
Un modo
senz’altro positivo di tentare il superamento di un formalismo convenzionale e
di avanzare nella rarefazione rigorosa del verso una selettività a livello anche
delle più semplici strutture semantiche e sintattiche, mantenendo ben saldi i
riferimenti a quella controllata elaborazione che è propria della migliore
tradizione del novecento italiano.
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Recensione |
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Se dura l’inverno
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poesia
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| Autori |
| • | Filippo Giordano |
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Edizione:
Seledizioni
Bologna 1980 |
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| pp. 48 |
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| Recensione a cura di |
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Pubblicata su:
Alla Bottega nr.1/1981
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