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Accade ancora. Accade che uno prenda in mano un libro di poesia e venga trascinato in un mondo di risonanze che si piega a verità, sia attratto da una specie di piena che sconvolge metodi e categorie, prudenze critiche e strumenti di misura. A noi è accaduto con il libro Nei meandri del tempo a ritroso, ennesima raccolta in versi della brava Francesca Simonetti, una delle più significative voci di laboratorio delle patrie lettere, con timbro limpido e con mezzi semplici, senza nessuna forzatura di lingua, appena una patina di parlato «come filo di seta | in un gomitolo abbandonato» che trapela piccole parole , piccole torsioni idiomatiche per una devozione alla poesia e ai suoi maestri immensi, per troppa passione, alle «venerate larve | linfe della memoria ... I per chi si ostina a demolire | con martella di carta ... | le illusioni dei padri.».

Anche lei, per devozione, ha rubato qualcosa ai sacri lari del Parnaso: «le illusioni dei padri». Poesia allusiva ed evocativa contenuta in schemi moderni, in cui realtà e fantasia si alternano come conseguenza di un'affascinante creatività. C'è soprattutto in lei un mondo che, al di là di ogni influsso e di ogni contabilità intertestuale, resiste alla sua desolazione, bruciando per eccesso e dismisura «bagliori di poesia | ... che all'impazzata corre | e ti trova nei posti più impensati | e ti costringe dedicarle un canto | placa la sua sete d'eterno infinito». Anche qui, l'enfasi (ma direi piuttosto l'entusiasmo) diventa rischio e necessità, perché il linguaggio (esattezza che viene da candore e da pazienza) è tanto preciso quanto fantasioso, umile e ospitale insieme: «Siamo essenza | di terra buona | ma pur sempre | forti sostegni e morbidi guanciali | per i nostri figli spaventati. | per la forza che traiamo dalle nostre vite intrise | d'incertezze antiche.»

Vi prevalgono iterazioni e anafore, e metafore che, invece di dar corso ad un empito, procedono da una voce incatenata, quasi parrebbe incepparsi nel suo dire, se non si trattasse proprio dello specifico mondo e groppo d'emozioni, che la Simonetti ha di dare slancio alla sua voce, origine e sorgiva di quel «cuore eremita» da cui provengono - oltre ogni intellettualismo - le risonanze e le parole più incavate e meravigliose: «Hanno cuore di granitica roccia | le donne del Mediterraneo | e nascondono nel canto di conchiglia | le ferite dei gabbiani stanchi I che si avvinghiano alle ultime fortezze | mentre sognano le possenti ali della giovinezza ...»: Invocazioni, preghiere, dichiarazioni da Erinni, gli scontri con il fiore notturno dell'angoscia della paura, «Trama di solitudine | ... aspetto ad un semaforo rosso, | nella ricerca disperata dell'archetipo di perfezione | ... nelle mani, che stringono ancora | ciò che resta dell'incontaminato, | per deporlo nell'urna cineraria: | Ultimo sacrario ...» Che s'apre all'incontro della mitezza, della gentilezza, della bellezza, tutte virtù vitali: «l'essenza della vera bellezza, | fosse pure una rosa | che si piega al tempo rassegnata | e non vinta con un petalo di sorriso | fra le foglie dei ricordi | che inseguono il futuro-ombra | già presente - che si scolora | prima dell'orizzonte ...». Da un lato, dunque, il sentimento dell'inaridimento, dall'altro l'elogio del «non», parola splendida «e non vinta con un petalo di sorriso».

Non è una rinuncia dimissionaria, come parrebbe, ma al contrario, una rinuncia attiva, forza formidabile e vittoriosa: «...una preghiera affrettata al nostro Dio, | ancora la cecità della memoria | o la disperazione vana | se alcuna luce | non ci porta dove si diventa forti, | con occhi che vedono | l'essenza della vera bellezza.». Su tutto e dentro tutto, le vibrazioni e l'energia di una poesia che rilancia di continuo i dadi della speranza, e della gioia: «Ti accecano bagliori di poesia ... | e se annunzia la notte, | che non sempre vuole dire morte, | ma amore e sogno | ...anelli di attimi | rubati al giorno | ... vere e rare meteore | su meridiani cantati dalla vita.». Con la letizia dell'aprirsi alla speranza, il valore dell'unità fervorosamente plurale che diventa essenza, arbitrio, destino. Una scrittura in rime alternate e in versi sciolti che sembra filare netta, ma che proprio per questo, nasconde e sottintende i suoi bersagli efficaci per la nostra sete di verità e di amore, che ci riconcilia con la vita ed il pensiero errante ... dall'alba agli ultimi passi ..., in questi tempi di dissolvenze di tutti i valori morali e spirituali. Circondata da un alone metafisico, la poetessa naviga trasportata dalle sue emozioni. Francesca supera la dimensione degli avvenimenti e tesse un sottile intreccio di psicologie dense e immediate, alludendo sottopelle nei controcanti e nei corsivi, e nei meandri e vicoli ciechi, a sprofondo e labirinti interiori, «... nel ricordo ... e poi rinascere fiore nel deserto dopo | ogni parentesi, ogni spazio ridimensionato | ... con le parole nascoste, riesumate nella pagina aperta del presente».

Una cura estrema di gesti minuziosamente indiziari, il linguaggio del sogno che s'accampa come segno d'altro, consentendo una lettura a più livelli, stratificata, mentre la scrittura ha una struttura quasi tattile, come specchio di una tensione drammatica, derivata dalla complessità della comunicazione, che chiede, alla partecipazione del lettore, lo sforzo di semplificazione che scavalchi ogni misura, annullando le esigenze di ciò che, non sarebbe che verosimile. Poesia dell'«io» che parla alla vita, all'amore e dell'amore, che parla dell'accoglienza e della vita che guarda dentro di sé, per scoprire le vibrazioni più profonde: una sorta di discesa che si fa comprensione, di svuotamento che si fa emozione, un canto continuo di parole e di cose che vivono l'apparenza di vite separate, e che non riescono a saldarsi, esistenze che scricchiolano, affetti e sentimenti che si allacciano a sensazioni di debito e di colpa, i conti non tornano, la cognizione del dolore, l'ordinaria inquietudine, le sordità covate, i chiarimenti intempestivi, gli slittamenti e le deviazioni, le ambiguità irrisolte, i malesseri diffusi, la ferocia, l'alterità, la pena, la sintassi del dubbio, della menzogna e della verità. Problemi grossi trattati con mano ferma in storie e personaggi che si muovono lungo due direttrici: quella del mondo degli adulti che a faticano ad attendersi e quello del soliloquio, dell'autointerrogazione, dell'attenzione, del silenzio del cuore, del presentimento, della pena e della tragedia che cova sotto le ceneri dei ricordi, coerente con il doppio fondo della realtà, che appare l'ambiguità del finale: «... C'è sempre in agguato | una Beatrice | non la beata | del nostro Alighieri | ma la funerea | di mano gelata, | quella di Antero.».

Francesca ci mostra la limpidezza di una voce tutta sua, anche se, nell'ambiguità del finale, che pur nell'apparente ritorna all'ordine, continua a rivelare l'ombra inquietante di un sottinteso. La dissimulazione che si piega a verità.

Recensione
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