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Lirica dall’andamento largo, con stacchi orientati a stemperare la foga dell’emozione a tutto favore di chiroscurali riflessioni che cedono alla fine al candido pastello. Le cinque strofe sono l’adagio di un dialogo monologato, poiché la separazione è puramente retorica. L’anaforico “Mi hai detto” è un tu che nasconde una medesimezza, mentre la parola poetica attiene alla rivelazione del controspecchio dell’esistenza. Il fiore bianco, trasposizione di ogni sensazione gioiosa, ma anche d’immacolatezza e di contemplazione, che lega la ciclicità della luce allo spazio che intercorre tra l’alba e il tramonto, nel cui bagliore riemergono le immagini crude della distruzione lavitica e delle “spade” dolorose, cede al “nero” ponderale della sera. L’oscurità con la schiusa “dei fiori neri”, simbolo di tutto ciò che in noi si nega, imbarca la visceralità del sentimento, che attutisce la forza del pensiero e ci consegna allo scoramento, alle inafferrabili paure. La seconda strofa sembra voglia rompere il sigillo della metafora per disvelarci la realtà dell’esserci. La vita si consuma fra “istanti rubati…/e secoli di vita bruciati in un istante”/ “barriere… dirompenti”, nel momento stesso in cui nel caos dell’esistenza a prevalere sulle ragioni della razionalità è il gesto inconsulto. Ma le parole non sempre seguono la curva ciclica dell’universo, ci sono parole che fioriscono come “fiori bianchi” con l’ossimorico velluto della mestizia, nello stesso istante che i cuori si distendono nel silenzio ristoratore del cielo stellato e dell’alba, che prepara i sentieri dell’arcobaleno, simbolo pregnante d’ogni alleanza, ma anche antidoto alla dannazione. Ma ci sono pure “parole ferite” (metafora delle stigmate scavate nella corposità dell’anima), che trovano lenimento “nell’eco della pioggia”, emblema sintomatico di ogni lavacro che apre alla vita. Le parole dell’anima, neri “grappoli di luce”, non sono però immuni dalle “folate del dubbio”; esse sono memoria d’innocenza, emozioni recuperate “nei labirinti dell’esistenza”, e risorgiva d’emozioni ancestrali che rivelano la capacità di resistenza. La strofa conclusiva rompe il dicotomaticicismo, eredità della coscienza greca, per ripiegare alla speranza durevole, nata dalla quiete del silenzio e nel recupero dell’innocenza, sentimento dialettico, presente già nei primi versi e che risulta alla fine vincente. Versatilità dell’accostamento semantico, semplicità del tropo, scaltrite cesure, assonanze e rime interne sono il deposito sostanziale che si lega in connettivale necessità allo spazio della fantasia, chiamata a interloquire per cicli concentrici d'appresso alla ridondanza sionistica.

Recensione
Le radici
poesia 
Autori
Bruno Bartoletti
Edizione:
Otma Edizioni
Milano 2000

pp. 80

Recensione a cura di
Pubblicata su:
La Rocca Poesia nr.8/1999
 

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