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La poesia di Antonietta Benagiano sollecita ricordi e muove la memoria ad immagini antiche, si slarga in un linguaggio di metafore, rinvii ed echi di versi che si diramano da profondità e sapienze ancestrali fino a raggiungere il 'futuro' del nostro tempo fitto di opache verità.

Poetessa che ricama con fili d'oro una trina di versi che sfugge al consumo del tempo, come nella poesia che apre la raccolta «Non si svela mai intiera Afrodite... | parto del passato è la coscienza | sol quando è appassito il mirto | nasce volo di sogno».

Più avanti, in altre composizioni, il fascino di parole inusitate, desuete, si distillano in gocce di versi e suoni che si offrono quale, polemos alla miseria dei ritmi meccanicizzati e tecnologici della società di massa, nei quali l'uomo è inghiottito e dai quali è irretito, «Nel forno ardente getti le sconfitte | che ti parevano vittorie, | .... Sotterra dunque l'ascia | slaccia i calzari ferrati...».

E una creazione poetica i cui toni incisivi e acuti riannodano la sapienza arcaica ad una giovanile baldanza e audacia. La hybris poetica della Benagiano lascia vividi segni, e leggendo, scorgiamo e scopriamo nella sua scrittura l'anima passionale di una poetessa che nutre fermi ideali e valori che non cedono, dai quali non si discosta, e che indica al suo lettore. I richiami della sua poesia come musicali tasselli e camei fascinosi lasciano preziose e emotive suggestioni. Squarciano e mettono a soqquadro la 'realtà' falsamente vera.

La sua metafisica di poetessa, come la 'memoria' nelle tele di De Chirico o la 'ripetizione' in quelle di Morandi, si disegna in quadri che aprono lo sguardo su un orizzonte dotato di senso, la sua raison de coeur.

Possiamo leggere questa raccolta e comprendere, come in questi versi «O Scoglio, in te m'adagio | sospende l'affanno il tuo abbraccio | mi scalda d'amore | rinasco...» che le sue parole narrano di un mondo di Stimmung, vitale e caloroso, e ci riportano ne Le lettere a un giovane poeta del praghese Rilke, a pensare e sperare che: «Ci fosse dato di veder più oltre che non giunga il nostro sapere e un poco più in là dei bastioni del nostro presentimento, forse allora sopporteremmo noi le nostre tristezze con maggior fiducia che le nostre gioie».

Recensione
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