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Ho visto crescere nel suo lavoro questo poeta osimano; l'ho visto sperimentare negli anni "il codice" più idoneo per veicolare il suo messaggio. A volte esso è Mors (morte), altre volte è Eros e Vis (forza): un continuo altalenare che è nello stesso esistere. Ecco, "esistere": dicotomia tra stare e fuggire.

La poesia di Mandolini si veste di dinamicità, di motilità, di uno scappare del verso. Il poeta non lo domina più questo suo verso che sortisce da un particolare linguaggio. Così, nella costruzione narrativa, il poeta spezza il suo codice, la parola. Il messaggio gli resta in bocca (meglio dire nella ideazione) e l'immagine si intrinseca, in uno scambio perfetto, alla veridicità della vita del nostro tempo: depressione, noia, perdita dei valori, droghe, alienazione.

Non è pertanto un caso che titoli la silloge "l' anima del ghiaccio".

Ma bisogna prendere il tutto narrativo secondo il "segno" e il "gesto" di cui Mandolini è ideatore e denominatore, una double face di cui ce ne avvediamo subito nei versi iniziali: Davanti al viso i | giorni passano dalla luce | al buio e dal buio | prima del mattino arriva | il buio della notte.

Mandolini è un maestro dell'occultamento momentaneo del messaggio e, compiendo l'azione come gioco, confessa alla fine d'essere un eterno bambino innamorato dei luoghi: ...sul palmo della mano destra | ammiravo tutti i | campi riflessi che, d'intorno, | ridavano le strade | bianche e percorrendo quegli | accessi, al di là del | Musone, i pochi anni già | perduti erano in | fondo alla vita e non lo | sapevo raccontare. Si constata proprio in questo ritorno mnemonico all'infanzia che la chiave decodificante del messaggio di Mandolini è la stessa sua anima.

C'è un vincolo indissolubile tra psiche e parola. Mandolini vive anche l'azione materiale dello scrivere; lo spezzare del verso è irruente, quasi sadico; un ferire per ri-creare ancora un altro verso. Concordo con la nota critica di Mirco Severini, che accompagna il volume, quando dice che Mandolini non si predispone solamente a descrivere, ma punta alla "vera e propria ricreazione". Egli ricrea dall'infanzia: I ricordi sono l'unico dolore che mi resta, su questa spiaggia di corpi sempre uguali e di sempre uguali occhi. Il rifugio nell'infanzia è il desiderio di un approdo, la ricerca di un sito. Questo, perché il "male di vivere" di Mandolini è tutto nella ripetizione degli eventi: Tutto ciò che vedo è quasi | un'assurda preghiera; ...ho soprattutto paura | di scrivere sempre la stessa, | incessante poesia.

Il dualismo tra quelle silenziose | età e l'essere razionale d'oggi si scontrano nel pensiero dell'inevitabile decadenza fisica, allorché: Mi troverò, un giorno, ad un | passo dalla dimora | della mia infanzia e non la | riconoscerò perché | sarò proprio lì, sul confine, | tra le poche ore da | ricordare e quelle da non | dimenticare dentro.

Così la poesia della neuralità e dinamicità del verso approda alla fine alla staticità del corpo. Il poeta allora ha evidente che tutto è perduto nel momento in cui morire è fermarsi, dunque accantonare il messaggio: Tutto è fiato che sfiata e che | rifiata, io dico, solo per dare | all'ultimo frammento di una | vita, l'intera vita reale; | la stessa che tutti, dopo, si muore...

Mandolini cerca di soffocare la disperazione dell'esistere conducendo quelle battaglie (sempre perdute dai poeti, a meno che non ci si chiami Leopardi !) con le sole parole, per non morire. Questo è ancora più esplicito leggendo i tre versi d'apertura della silloge, versi tratti da una poesia di Dylan Thomas: Qui gocciola il silente miele sul mio sudario, | Qui fugge il fantasma che ha fatto del mio pallido letto | La casa del paradiso.

E' dunque un'attesa, per vedere l'oltre, anche in Mandolini ?

Recensione
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