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Nella prefazione a L’età dell’oro e della ruggine, Domenico Cara riporta in epigrafe una significativa frase di Donald Berthelme: «il frammento è la sola forma di cui mi fido» (p. 7), individuando così, fin da subito, nel continuo ricorso al frammento, il carattere preminente della poetica di Claudia Manuela Turco. Il frammento è agnizione, veicolo di comprensione, forma incompiuta recisa da una precedente unità del tutto, che del tutto dà pur sempre una provvisoria descrizione, mezzo attraverso il quale è possibile, dal particolare risalire in qualche modo all’universale; nella fattispecie in questa poesia frequentemente le sensazioni diventano fatto comune alla sia pur diversa sensibilità dei singoli esseri. Nella stessa maniera in cui il frammento è riconducibile all’oggetto iniziale, infatti, pur essendo divenuto altro da esso, le singole sensazioni del poeta possono risalire all’unità primigenia.

Non è un caso che la prima lirica della raccolta rechi il titolo “Frammenti di donna” e che essa prefiguri in qualche modo l’orizzonte della restante produzione lirica qui raccolta. Il frammento di una donna non può essere nulla di diverso dall’espressione di una acuta sensibilità, che ripristina, per brevi scorci, il contatto con tutto ciò che prescinde dall’uomo. Attraversa in ogni modo l’intera raccolta poetica di C.M. Turco il dolore, frammento di quella profonda umanità spesso inespressa, quello inconfessato e inconfessabile, quello che appare incessante e senza rimedio, quello che viene alimentato dall’indifferenza o peggio dall’ostilità di tutti coloro i quali potrebbero o dovrebbero difenderci.

Così ogni ferita diventa piaga, ogni cicatrice un infame marchio da occultare «dirottando l’attenzione su nei | galleggianti come stelle in un firmamento di vetro | in un cielo di pelle d’avorio.» (p. 18).

La sofferenza diventa in seguito, per assimilazione, la sofferenza del poeta, ovvero di chi ha una maggiore sensibilità al dolore, oppure di chi ha una maggiore attitudine a procurarsi le ferite, di chi vorrebbe «di seta gli attriti» (p. 40) di chi vorrebbe che mai si facesse uso delle armi e, più in generale quella di chi, a vario titolo, appare essere diverso in un mondo in cui purtroppo la diversità non si considera quale preziosa risorsa, ma acquista sempre connotazioni negative.

L’autrice in realtà considera poeti anche gli uomini che «non vestono il concetto di | parola | ma che sanno girare il cucchiaino | nella tazzina di caffè | con maestria e leggiadria» (p. 26), dunque tutti coloro i quali sanno ricercare, anche e soprattutto nella quotidianità, la bellezza e che per ciò solo rischiano di non essere compresi.

Così, di fronte alla consapevolezza della propria incomprensibilità, si finisce con l’affermare dei «Punti esclamativi | per difendersi | da punti interrogativi» (p. 25), in modo tale da – come dice la stessa autrice nelle sue note ai testi – fronteggiare, nel corso di ogni discussione (che fugge dall’essere civile scambio reciproco di idee), i tanti, insinuanti tentativi di stoccata.

Il sentimento della disperazione e la condizione di dolore sono sempre e comunque i segni maggiori attraverso cui sa esprimersi l’umanità, e la sofferenza è sempre condizione di fratellanza, così come il messaggio della poesia è sempre un messaggio di speranza, una esibizione del fatto che l’uomo, attraverso la propria creatività, può ritrovare il bello.

Claudia Manuela Turco intende comunicare l’idea che la poesia è salvezza, riconversione delle energie, sfogo delle passioni e ricettacolo dell’amore. E questo attraverso una scrittura raffinata ed accorta, che fugge le inutili astruserie, e ha il suo fondamento in una limpida sonorità che incanta. Da rilevare, all’interno dell’opera, la presenza di un testo in dialetto friulano (impossibile non pensare a quello di Pasolini), che reca la traduzione a fronte, scritta dalla stessa autrice, segno di una significativa attenzione verso forme espressive nuove e diverse, povere ma autentiche, assolute ma irrisolte.

Recensione
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