Servizi
Contatti

Eventi


“L’uomo animale razionale”: con tale definizione Aristotele ha consegnato alla cultura occidentale il valore dell’essenza dell’uomo. In tal modo la razionalità filosofica, già portatrice di una forza dirompente nei confronti della tradizione mitologica e della verità rivelata, ha iniziato un cammino, snodatosi per lunghi secoli, volto alla  ricerca e al possesso delle verità incontrovertibili. Si è trattato di un percorso molto accidentato in  cui ai momenti di scacco e di crisi, è sempre seguita, comunque,  la rinnovata fiducia nella capacità umana di servirsi del lume della razionalità per rifondare orgogliosamente l’epistéme delle sue conoscenze, le certezze ontologiche e gnoseologiche cui ricondurre anche quelle etico - politiche, chiamate ad orientare il comportamento dell'uomo. Così sino a giungere fino al XX secolo, quando la razionalità stessa si è riconosciuta fautrice di “millenarie menzogne” e il “cogito cartesiano” non “più padrone a casa propria”, costretto a ricomporre un’identità  dispersa tra i tanti nessuno e centomila.

Cosa ne è oggi dell’uomo e della sua essenza di Soggetto di ogni certezza? In che senso è possibile dare seguito alla scuola dei maestri del sospetto, secondo la strada indicata da Ricoeur, ovvero oltre la detrazione del valore della coscienza e delle sue capacità di indagine nei confronti della realtà tutta? La nostra contemporaneità chiede con urgenza che si dia una risposta a tali domande, considerato “lo squallore psicologico della società di massa” già denunciato da Freud e oggi sempre più dilagante.

La lezione che ci giunge dall’ermeneutica rimanda alla capacità della razionalità dialogante, di socratica memoria, di sapere interrogare e interrogarsi circa ciò che può essere considerato verità, anche solo momentaneamente e  comunque sempre nella prospettiva di  nuove rivisitazioni, in ragione delle quali viene segnato il definitivo trionfo dell’errore  come condizione di una nuova ricerca, purché  quest’ultima  non smarrisca il suo orientamento di senso, ovvero la rotta indicata dal valore della dignità umana e, conseguentemente, dalla tensione verso il miglioramento dell’umanità tutta.

Si tratta, allora, di pensare a un continuo circolo ermeneutico in cui ogni “testo” possa essere portatore di una verità e ogni soggetto portatore della capacità di ritrovarsi anche in una piccola parte di essa; si tratta di potere pensare ad un costante sforzo da parte dell’uomo di superare i limiti angusti della propria individualità per aprirsi alla consapevolezza di essere parte di un tutto al quale concorre ogni singolarità nell’insieme dell’interazione umana. Tale consapevolezza muove la riflessione di Peralta  che attraverso la rivista letteraria “ della Soaltà” propone di vivere l’emozione scaturiente dall’incontro e dal confronto tra diverse interpretazioni letterarie, poetiche e che possono essere maturate dal lettore, come dallo scrittore, relativamente ad una pluralità di testi, affinché ciascuno degli interpreti possa gustare il fascino della condivisione, al di là di ogni tendenza egocentrica di dominio sulla verità e ben oltre ogni squallido, sterile relativismo gnoseologico, spesso interfaccia di quello ontologico ed etico. “Perché la vera singolarità, quella che fa di ogni individuo un essere eccezionale, è l’appartenenza alla Regola dell’intero….È un uomo povero chi , facendo “eccezione” alla Regola, esclude da se stesso ogni altra umana esistenza!” Con queste parole G. Peralta formula nella sua rivista l’invito a cogliere in un testo “la consonanza di più voci, di più idee” per “… Ritrovare gli altri dentro di sé. Ritrovarsi negli altri. È questa la legge dello spirito.  E la poesia è lo spirito di questa legge. È il suo dettato e la sua ragione pratica”.

Su questa strada è possibile ipotizzare, altresì che lo sguardo dell’uomo si lasci trasportare dal vedere ciò che trascende il dato fisico, quasi trascinato in una visione onirica in cui possa manifestarsi in tutta evidenza l’Essere delle cose. Sogno e realtà, in questo senso, giungono ad incontrarsi tanto da sintetizzarsi in una unità dialetticamente posta: la soaltà, per usare il neologismo coniato da Guglielmo Peralta al fine di indicare una dimensione in cui l’occhio vigile dell’uomo indagatore di senso  si apre al disvelamento di nuovi significati e il sogno porge nuova e vitale linfa al suo inesauribile bisogno  di essere portatore di rinnovate interpretazioni, di mai concluse ricerche, di riaffermato impegno nel trasmutare la conoscenza in sogno, non un velo di Maya, non una illusione, quanto, piuttosto,  una speranza attiva e pragmatica di positivo intervento nella realtà. Questo, appunto, lo slancio etico che si rintraccia nella poesia di Peralta  il quale, nella  silloge  Sognagione, affida ai suoi versi l’impeto di un rinnovato intento nello squarciare i limiti imposti dall’anonimato esistenziale che caratterizza la contemporaneità, nella quale la parola stessa si connota come chiacchiera inconsistente, paga di rispondere non alla curiosità  per l’essere delle cose, quanto piuttosto  alla loro apparenza visibile e per questo essa si manifesta destinata a scadere nell’equivoco e nella menzogna: “ Parole | di luce | coltiva | lo s-guardo | sulla scena | Nella vigna | dell’iride | il linguaggio | è una vendemmia | di stelle | per l’ebbrezza | del mondo”.

Quale l’intento di Peralta dietro questi versi? Forse quello di ridare al linguaggio la sua funzione intellettuale relativa alla conoscenza e alla comunicazione del vero; tuttavia dalla sua poetica traspare chiara la sofferenza propria del poeta che non rinuncia alla sua vocazione di instancabile ricercatore, ma anche di inquieto comunicatore circa nuovi e autentici significati relativi all’Essere  e al destino dell’uomo; per questo Peralta affida ai suoi  neologismi intanto il  compito di iniziare una nuova stagione, quella dei sogni, in cui il poeta, l’ “agricantore che li coltiva, possa servirsene per richiamare l’umanità  alla visione di una nuova scena: il divino nel suo disvelarsi e insieme nacondersi tra le pieghe della natura dell’Essere: “Nella piantagione | dei sogni | l’agricantore | coltiva la sua messe | di stelle”… “Dammi Signore | la mia cecità | quotidiana | affinché io possa | mangiare | dell’albero | della visione….”

Con  i suoi versi Guglielmo Peralta intende segnare il confine tra il vedere, intriso di pre-veggenze e di pre-concetti che pongono l’uomo in una relazione utilitaristica con la conoscenza, e la visione in cui lo sguardo dell’uomo si apre alla verità mosso dal puro desiderio di conoscere e di rispondere alla richiesta che la sua interiorità gli pone circa il senso della sua esistenza. La poesia di Peralta, allora, potrebbe essere interpretata anche alla luce della lezione di Heidegger quando questi differenzia il “pensiero calcolante”, proprio della razionalità tesa al dominio del mondo nel quale alla fine l’uomo  smarrisce se stesso nell’esistenza inautentica come cosa tra le cose, dal “pensiero rammemorante”, ovvero quel pensiero, non razionale, che si apre alla inquieta ricerca della verità attraverso il linguaggio poetico il quale, volto al superamento di quello che Heidegger definisce l’oblio dell’essere, ha lo scopo di mantenere vivo il problema dell’essere : “ ..Esso, invece che fare i conti con l’ente contando sull’ente, si prodiga nell’essere per la verità dell’essere” (Heidegger: Poscritto a Che cos’è la metafisica? in Segnavia, Adelphi, Milano; 1987).

Così, la visione di una nuova alètheia  diviene nella nuova stagione dei sogni e, quindi, nella  lirica di Peralta sprone al rinnovato impegno nel rendere l’uomo, viandante nella sua missione di “pastore dell’Essere”, come definito dallo stesso Heidegger; condizione questa per la quale il poeta agricantore, nella sognagione realizza la sua visione metafisica in un costante sforzo di comunicazione intersoggettiva, finalizzata alla condivisione e alla creazione di nuovi significati esistenziali, intessuti di ricerca volta alla bellezza estetica attraverso la quale poter guardare ancora all’elevazione etico- spirituale dell’umanità: “Qui è il belvedere dove il sogno | supera la veglia | Qui i passi | hanno un suono d’ali | un bisbiglio di luce | che agguanta l’aurora | Ed ecco !…con noi incede | la Bellezza | e nella sacra virtù | l’occhio discerne | il divino fuoco per il mondo”.

In questo senso la poesia di Peralta appare rispondente alle responsabilità dell’artista individuate da J. Maritain il quale, pur indicando l’autonomia dell’arte e in particolare della poesia, non esita ad evidenziare il loro collegamento con la morale, poiché il creare e manifestare in bellezza non può essere disgiunto dall’operare in qualità di agente morale in vista di una rifondazione della persona umana che “ ha fame e sete dell’essere”, così come dice il filosofo francese.

Ne consegue una missione intessuta di profondo slancio mistico che Peralta affida al suo canto soale, commosso nel rivolgersi alla trascendenza  quando questa gli pare si mostri oltre il sipario del mondo e, nello stesso tempo fiducioso nel rendere la parola rinnovata ancora capace di condurre gli uomini verso una rinnovata palingenesi: “Destiamoci | al sogno | per crescere in | visibilità | Coltiviamo | sulla scena | il suo seme | di luce | affinché | il canto | fiorisca | tra gli applausi | e il mondo | apra gli occhi | allo stupore” e ancora: “ Così i poeti rigenerati | nell’inaudito cerchio realizzano la svolta | Da oriente a occidente aprono il cammino | sulle orme del sogno | e l’occhio che apprende la rivoluzione | cede allo s-guardo grande amante | del verbo mattutino (…) Straniera la Bellezza | conquista la terra | col passo estivo degli dei | Nottetempo risorge | l’antica voce dei poeti | e con la fiammeggiante Aurora | l’essere scintilla | canta | con voce celeste.”

Il canto di Peralta, tuttavia, non è privo di quel pathos che accompagna il viandante pellegrino nel difficile percorso volto alla ricerca di senso in una realtà, quella umana, contrassegnata dalla sofferenza e dal dolore, né è scevro di inquietudine per le difficoltà insite nella comunicazione interpersonale; esso si libra in alto muovendo proprio da tali stati d’animo e profonde consapevolezze; così, proiettandosi anche oltre i canoni dell’estetica idealistica, tesa ad esprimere una sostanziale coincidenza tra pensiero e realtà, la soaltà  libera  il suo vibrante anelito verso la speranza di un mondo migliorato da uomini migliori: “…Ma la parola che si veste | d’infinito e fa gli uomini immensi, | quella ribattezzata nella sacra luce | del sogno e che si fa peregrina e | passionaria sulla via della | Bellezza e s’offre fino alla croce, | questa parola  ineffabile, mai taciuta | se per avventura o per grazia | liberasse nel mondo il suo canto | una Commedia vera, divina | prosciugherebbe | questa valle di lacrime | e la renderebbe radiosa.

Allora, dai versi della poesia di Guglielmo Peralta un invito al lettore a lasciarsi trasportare dal sogno di coltivare, nella vigna della sofferenza umana, quei  sogni di cui necessita la nuova stagione segnata dalla ritrovata fiducia nei valori di cui la sua humanitas è portatrice e nella quale, sempre e comunque, si staglia forte il richiamo inquietante reso dalle domande di kantiana memoria: “ Che cosa posso conoscere? Che cosa posso fare? Verso dove vado?”
Recensione
Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza