Servizi
Contatti

Eventi


Non è forse inutile soffermarsi un momento sulla soglia del libretto. Dove il titolo apre orizzonti e addirittura sembra volerli oltrepassare mentre il sottotitolo svela a sorpresa che questo divagare, questo libero e aperto girovagare è tutto un capriccio dell’io, una manifestazione di quello stendhaliano “egotismo”, che, per quanto meno ignobile dell’egoismo, non si sottrae tuttavia alla censura dei benpensanti. Così fin dal titolo l’“io” entra in scena e si presenta. con una certa ambiguità. Da una parte sembra quasi scusarsi della sua invadenza, ma dall’altra nasce il sospetto, che sarà confermato nel corso della lettura, che non manchi una certa sfida in questo parlare tanto di sé. L’autrice, scopriamo presto, si presenta come un’individualista in cerca della propria identità. Una sorta di momentanea “epifania” vissuta “tra gli armadi di un corridoio” la mostra sensibile fin dall’infanzia al misterioso rapporto tra il tutto e l’io. “Perché io sono io?” è la domanda senza risposta. E qui riconosciamo che nella sostanza la sua quête non è molto lontana dal cuore di alcune opere narrative di autori attuali che per lo più celano pudicamente il loro vibrante autobiografismo raccontando in terza persona l’ansiosa e irrisolta ricerca del principium individuationis. Noto che anche in altri autori l’inchiesta si rivolge a una memoria biografica in cui occupa un posto importante il rapporto con l’arte (nel nostro caso specialmente con musica e letteratura). A parte il frequente richiamo a letterati e poeti, lo stesso ricorrere alla scrittura – che anche quando adotta come qui registri un po’ dimessi, smorzature ironiche, andamento divagante, non rinuncia all’ambizione letteraria – è esso stesso un modo per verificare attraverso il complesso e contraddittorio rapporto vita-letteratura se la vita può farsi più leggibile e perciò stesso più vera, se l’“io” può consistere di più trasponendosi su un piano in cui le cose sembrano anche aspirare a una, sia pur improbabile, durata. Anche questa volta si intravede, ed è qua e là confessato, un intento di sublimazione della vita stessa attraverso una testimonianza che, volendo essere artistica, vuole essere rivelatrice senza rinunciare al mistero, il mistero dell’individuo sentito fortemente come unico, irripetibile e, come tale, indicibile. Indicibile l’individuo umano, come indicibili, “odori, sapori, suoni, stili”. Indicibili eppure così trepidamente inseguiti dalla parola (lo spunto per questa divagazione sarà una riflessione di Montale). Così è Luca Malavoglia “che ha dato verità e volto a un mitico prozio morto anche lui (o meglio lui davvero) nella battaglia di Lissa, resistendo da eroe al cannone della Re d’Italia”. Come alle “esperienze venezuelane del nonno Aristodemo e della sua famiglia ha dato linfa vitale la tarda lettura di Garcìa Marquez e della Allende”. Ma lo scrittore da cui l’autrice ha a lungo attinto autocoscienza è Svevo che più volte ritorna nelle pagine del libro. Si tratta di una autocoscienza, così spiega l’appassionata interprete, che non giova per un riscatto etico ma per un riscatto estetico, in certo senso contrario perché non chiede al soggetto di modificarsi ma solo di saper vedere e dire bene come è fatto. “Sono così ma lo so” potrebbe essere la formula capace di costituire l’alibi di Zeno come di Svevo stesso e della sua lettrice che a lui ha dedicato un libro, (Italo Svevo. Il superuomo dissimulato, Studium, Roma 1994).

Egotismo ed estetismo, dunque. Ce n’è abbastanza per suscitare la riprovazione di quei moralisti ancora al potere che non si limitano a condannare il compiacimento estetico ma ne disconoscono l’aspetto nobilmente antiutilitario (l’autrice ha già affrontato la questione a proposito dell’estetismo dannunziano). Ma il suo estetismo, come quello che attribuisce al suo autore alter ego, nonostante la sua scelta di uno stile così spoglio e “antigrazioso”, fa sempre i conti con l’esigenza etica. Non si elude neppure qui la domanda che in personaggi sveviani si fa esplicita: “Sono io buono o cattivo?”. Ma le due istanze restano divise e inconciliate: il “kalòn, forse felicemente congiunto con l’agathòn in un lontano iperuranio, è qui da noi spesso malauguratamente dissociato”

L’autrice, nonostante la vena nostalgica e quella che lei stessa definisce una “domesticità un po’ vecchiotta”, è pienamente inserita nell’ attuale cultura del dubbio, della dissociazione, della contraddizione irrisolta. La sua idea della poesia si è sempre concentrata sull’ossimoro poetico che, naturalmente si vorrebbe concepire addirittura come più aperto alla conoscenza e alla verità delle definizioni univoche, ma che sempre si porta dietro il sospetto della universale vanitas vanitatum (il titolo di una raccolta di saggi, Il volto bivalente, è significativo in proposito). Nel nostro libretto la domanda religiosa di senso totale, di salvezza per l’“io” in termini di spiritualismo umanistico, domanda cui è dedicato un capitolo centrale che l’autrice definisce “prefilosofico”, si scontra con la visione di una natura affascinante ma aliena e disumana. Su questa impressione si chiude, in tono minore, con una strana “poesiola”, l’interessante e originale libretto. Ma sappiamo che non è l’ultima parola.

Recensione
Literary © 1997-2018 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Gerenza