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Ci sono giunte in redazione due raccolte poetiche di Gennaro Grieco: le recensiamo contemporaneamente, perché in entrambe, con l’abilità del chirurgo, egli seziona e districa il groviglio delle frustrazioni e delle disperazioni del singolo, traendole alla luce ad una ad una. Emerge così più vivo il dramma della individualità umana, sperduta nel gioco della società dominata dai “fili” dei burattinai, ma che può ancora sperare di incamminarsi nei “percorsi del sentimento”.

C’è una maturazione interna in questa poesia, generata anche dalla delusione dopo gli anni degli entusiasmi, dell’euforia giovanile (“Cantavamo con le chitarre | sotto la luna vestita di rosso, | anticipando il corso dei sogni | perché la vita era un fatto progettuale”); poesia in perenne rivolta, tesa verso la perfezione e ricca di interrogativi, di presagi, di riflessioni, di pieghe amare e di aspettative.

Grieco è assetato di sensazioni nuove, di nuove passioni, e ciò lo tiene sempre attento, tutto teso all’assimilazione ed alla rielaborazione di quella realtà esterna che si estrinseca nella complessa trama dei rapporti sociali: “Sono buie le case | avvolte nelle tenebre. | Solo luce azzurra | di televisori accesi. | Unico filo che tiene | silenzi indignati”. Inoltre, stila lapidarie denunce nel confrontare la semplice esistenza del passato, i sani principi sorretti dagli ideali umani, con la quotidiana violenza dei tempi moderni.

Quindi, cogliendo la realtà nella sua totalità, l’esistenza umana nel suo svolgersi ed evolversi, egli ci porta a meditare, attraverso la sua attenta indagine, sui problemi del nostro tempo.

Questo artista è un profondo conoscitore della vita, non soltanto perché osserva la realtà quotidiana, ma soprattutto perché ne coglie gli elementi essenziali e trasferisce, nella tensione poetica, situazioni rivelatrici di quelle forze che sono visibili a malapena nella penombra del mondo: “Io non sapevo di dirigere un giorno | i miei passi su strade insudiciate, | dove il sangue innocente dell’imboscata | convive col fiato nauseabondo dell’arroganza | e quel che è peggio, a volte, | con l’odore acre della disperazione”.

In seguito, Grieco, allargando il suo campo visivo d’indagine sul vasto panorama delle ingiustizie sociali, abbandona ogni considerazione individuale sulla propria inquietudine, per riproporla in un ambito più generale, come ansia e insoddisfazione di tutta un’umanità alienata: “Fischia il silenzio | nelle piazze orfane di bandiere, | fischia nelle case, | dove anche le ore, | spese in vane attese, | si sentono prigioniere... | ... tagliente fischia il silenzio | nelle orecchie di chi si vorrebbe | solo fragili coscienze: | chiusi, son pronti i pugni | nelle tasche che più non tengono”.

Occorre ridare, sembra ricordarci l’artista a questo punto, dignità all’uomo che ha ormai toccato il fondo, inghiottito tutta la melma del mondo, in modo da poter risalire la china. Ma non senza prima aver spezzato i “fili” dalle mani dei burattinai, che si muovono come marionette ed appartengono a quella forza cieca che ci sovrasta, predeterminando il corso degli eventi, senza permetterci volontaristiche scelte.

Siamo, insomma, in balia di uomini che in qualsiasi luogo e tempo sanno celare il proprio volto, ma che attraverso le leggi di mercato e di produzione ci rendono incapaci di trovare la nostra identità, individuale e di classe: “Ed infine, | signori, | armiamoci: tagliamo i fili dei burattini! | Armiamoci, signori, | affiliamo che siano taglienti i nostri pensieri: | voglio sentire tutti i fragori di eventi che siano veri, | voglio soffiare nel cuore dei venti che dissolvano | i fumi  avvolgenti degli impostori. | Tagliamo i fili dei burattini! | ... Perché io voglio, io voglio e ci sarò quando sarà l’ora: | armiamoci, | ... signori”.

Almeno per un istinto di sopravvivenza, pare sottendere il poeta, dobbiamo trovare la forza della disperazione, una scintilla che faccia sorgere le nuove “utopie”, per un mondo migliore.

Anche se distrutti fisicamente e moralmente dal dolore e dalla sopraffazione dei potenti, non dobbiamo sentirci sommersi definitivamente e ridurci ad essere senza nome, falene dalle ali bruciate, produttori di ricchezza soltanto per pochi eletti.

L’autore sente attorno a sé queste voci di ribellione e le fa vibrare nell’intimo del suo spirito, in un’intuizione globale, e le tramuta in stati d’animo: “Da tempo | non si vedono più mulini | e anche del colore del vento | si è perso il ricordo. | Da domani | saremo uomini veri, | la lancia rivolta | verso i nostri simili. | Da sempre | lo vuole la battaglia della vita: | nemmeno un attimo di tregua | per gli eterni donchisciotte”.

La sua poesia è forse testimonianza di una rabbia che il tempo provoca e sollecita: desiderio di vedere profilarsi un mondo nuovo; è poesia di impegno, originale, non conformista e, poi, libera in rapporto ai gusti stereotipati delle mode letterarie. Il suo bagaglio di letture, il suo background insomma, ci sembra vasto; lo stile è personale; il ritmo sciolto in versi ora lunghi, ora brevi, ma sempre musicali e, come nella tecnica filmica, a rapidissimi, scattanti flash.

Gennaro Grieco è un poeta di buone qualità e merita molta più attenzione di quanta gliene è stata attribuita fin qui, anche se, per la verità con queste due sillogi, sia da inedite che da edite, ha vinto alcuni importanti concorsi letterari.

Recensione
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