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John Keats: bellezza è verità, verità bellezza

John Keats (1795-1821) non seguì un regolare corso di studi e, sebbene fosse riuscito comunque a diventare chirurgo, abbandonò tale professione per votarsi completamente alla letteratura. La sua conoscenza dell’arte medica gli fu utile solo a dargli la consapevolezza che non sarebbe vissuto a lungo.

Keats è uno dei più famosi poeti del Romanticismo inglese, insieme a Byron e Shelley, ma la sua breve storia appare più umanamente realistica, forse a causa delle modeste origini e delle sventure familiari e personali che gli resero la vita difficile.

Così come fu tormentato l’amore per Fanny Brawne, la sua “Bright Star”: “Fulgida stella, come tu lo sei fermo foss'io, / però non in solingo splendore alto sospeso nella notte…”. Aveva 21 anni quando compose uno dei maggiori sonetti “On First Looking into Chapman’s Homer”, celebrativo delle famose traduzioni elisabettiane dell’Iliade e dell’Odissea. I suoi lavori più consistenti “Endymion” e l’incompleto “Hyperion” ebbero minore successo, ma “The Eve of St. Agnes” e, soprattutto, “La Belle Dame sans Merci” si pongono tra le migliori opere poetiche del periodo romantico britannico. Mentre furono le grandi Odi: “To Psyche”, “To Autumn”, “On Melancholy”, “To a Nightingale”, “On a Grecian Urn” e “On Indolence” – composte nel 1819 – quelle che lo consegnarono all’immortalità, perché la loro perfezione e bellezza appartengono a qualunque tempo, oltre ogni orientamento letterario.

Nel 1829, dopo la pubblicazione di “Lamia, and Other Poems”, Keats lasciò l’Inghilterra per Roma, già provato dalla tubercolosi, in cerca del mite inverno italiano che potesse prolungargli la vita. Morì all’età di 26 anni, nel piccolo appartamento che aveva preso in affitto con l’amico pittore John Severn, in Piazza di Spagna, dove era giunto appena tre mesi prima. Sulla sua lapide, nel cimitero protestante romano in cui è sepolto, volle fosse incisa l’epigrafe: “Qui giace uno il cui nome fu scritto sull'acqua”, mai immaginando quale fama perenne avrebbero conquistato le sue opere. Shelley dedicò l’elegia Adonais all’amico scomparso che avrebbe presto seguito nella tomba.

A differenza di quest’ultimo e di Byron, di nobile provenienza, i quali raggiunsero il successo in vita e parteciparono attivamente alle istanze dell’epoca fino a morire anch’essi giovani, uno combattendo per la libertà della Grecia e l’altro in un naufragio nel Mar Ligure, John Keats fu un artista puro: il suo credo è quello espresso nella più bella, famosa, assiomatica equazione di tutta la letteratura inglese, gli ultimi versi della sua Ode on a Grecian Urn (Ode su un'urna greca): “Beauty is truth, truth beauty” (“La bellezza è verità, verità bellezza"). In quest’Ode Keats raggiunse una realizzazione artistica nella quale trasfuse la serena bellezza della forma, ispiratagli dall’essenza classica di un’urna greca, nella musicalità dei versi derivante dal ritmo delle assonanze. L’eccezionale preziosità e sobrietà del linguaggio, la spiritualità e sensualità delle immagini, al contempo – il poeta fu influenzato soprattutto da Shakespeare e Milton – esaltano l’estetismo keatsiano, un canto etico allo splendore del mondo. E le emozioni d’amore – come dall’illuminante epistolario con Fanny Brawne – sono una vertigine d’abbandono, l’alta capacità dell'immaginazione a favore del mistero, del dubbio contro il razionalismo, quasi anticipando l’imagismo del Novecento che tanta influenza ebbe sulla poesia moderna angloamericana, e anche in Italia su Montale.

Non si tratta di un’urna reale ma fantastica, elevata a simbolo di grazia incorruttibile ed eterna: “Tu, ancora inviolata sposa della quiete / Figlia adottiva del tempo lento e del silenzio” – arca consolatrice del dolore umano, dunque, la cui armonia senza suono, nessuno potrà turbare – “Sì, le melodie ascoltate son dolci; ma più dolci / Ancora son quelle inascoltate…”. Tramite una serie di domande il poeta descrive due scene in rilievo, una pastorale, nella valle della Tessaglia dal dolce clima, abitata da innocenti pastori: “Quale intarsiata leggenda di foglie pervade / La tua forma, sono dei o mortali, / O entrambi, insieme, a Tempe o in Arcadia? / E che uomini sono? Che dei? E le fanciulle ritrose? / Qual è la folle ricerca? E la fuga tentata? / E i flauti, e i cembali? Quale estasi selvaggia? […] E tu, giovane, bello, non potrai mai finire / Il tuo canto sotto quegli alberi che mai saranno spogli; / E tu, amante audace, non potrai mai baciare / Lei che ti è così vicino …”. L’autore esalta l’attimo fuggente, il bacio che non sarà mai dato, ma le melodie inascoltate sono più dolci e belle di quelle mortali, perché incorruttibili, dunque eterne.

Le figure sono immobili, destinate a rimanere per sempre fissate nel loro gesto d’amore, di devozione o d’estasi, ma appunto per questo esse sono fortunate: non conosceranno mai le lotte della vita, il tramonto della grazia, la morte. Rimarranno immutabili a insegnare agli uomini che la bellezza è durevole e che la fede in essa è il solo punto di riferimento.

Nell’altra scena, che rappresenta un corteo religioso, il poeta si chiede da dove proviene e dove si reca quella gente. Immagina un luogo che resterà per sempre vuoto perché i suoi abitanti sono parte dell'urna: “E chi siete voi, che andate al sacrificio? / Verso quale verde altare, sacerdote misterioso, / Conduci la giovenca muggente, i fianchi / Morbidi coperti da ghirlande? / E quale paese sul mare, o sul fiume, / O inerpicato tra la pace dei monti / Ha mai lasciato questa gente in questo sacro mattino?”. Ancora all’urna di marmo che imperturbata resterà al tormento di chi vuole penetrarne il segreto, oltre la sua età, si rivolge l’autore negli ultimi versi dell’Ode in pentapodie giambiche. Emblematica è la famosa chiusa che sintetizza quasi religiosamente la sua visione ideale: “Oh, forma attica! Posa leggiadra! Con un ricamo / D'uomini e fanciulle nel marmo, / Coi rami della foresta e le erbe calpestate - / Tu, forma silenziosa, come l'eternità / Tormenti e spezzi la nostra ragione. Fredda pastorale! / Quando l'età avrà devastato questa generazione, / Ancora tu ci sarai, eterna, tra nuovi dolori / non più nostri, amica all'uomo, cui dirai / Bellezza è verità, verità bellezza, - questo solo / Sulla terra sapete, ed è quanto basta.” Analizzato, biasimato, celebrato, è questo il messaggio del poeta al mondo.

Per Keats la poesia non è lo sciolto fluire delle emozioni, ma un’evasione da esse, annullare l’individualità in un correlativo evocatore di immagini capaci di esprimere suggestioni in un’immutabile forma d'arte. E, nel conflitto tra reale e ideale, felicità e dolore, il poeta oppone alla fugacità del vivere, l’unica verità: la bellezza, una bellezza che è poi verità.

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