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Nei vivai di Dio

Leggere la silloge poetica Nei vivai di Dio di Antonio Coppola significa essere condotti dentro il percorso introspettivo e reale di un sé che riverbera intense emozioni a un altro sé, impreziosendolo di valori. Nell’aspirazione di restituire “codici chiari” allo smarrimento di “questa amata terra”, l’Autore, nuovo Ulisse “dentro incerate nere”, attraversa luoghi di sofferenza, amore e morte, dove le attese sembrano fatalmente destinate a infrangersi contro la barbarie e i “passi falsi dell’odio”. Riflessioni dolorose e consapevoli, tuttavia sempre sostenute da una fervida religiosità, custodiscono la bellezza del canto anche quando la poesia si fa “trivella che scarda bitume e melma”, o inquietanti malefici addensano ombre su prosciugati “sentieri di pietra grezza”.

In questo “atomo opaco del male”, un richiamo sacro difende il perduto viandante che implora: “Porgimi la Tua mano affinché | sorpassi i ponti dell’abisso”, per giungere, “ala leggera | alla dimora ultima ed eterna”. Fra strade, genti, esperienze, memorie di stagioni che inseguono “la pace | dentro i cerchi del presagio | dove dimora la polvere”, speranze recidive preparano un diluvio purificante capace di restituire chiarità alla “eutanasia | del cielo”, alle penombre “dei cancelli che si chiudono”; o a un paese del sud “senza più echi”, lungo navate di “chiese in cerca di un’amata Madonna” e teatrini inscenati “nella via della misericordia” in cui, senza glorie, “s’aprono i crepuscoli nei colori del cielo […] Si spengono come lumini i vizi | degli umani alla deriva nei pub”.

Nel millennio dell’indifferenza e del relativismo dilaganti, “la porta dell’eterno | non sarà mai a portata di mano” e, forse, “scenderemo nella palude | sopra fiumi di zolfo invocando | Corpus Domini” mentre “fucili a salve fanno fuoco | su covi di corvi”. Noi, “spettatori del nostro andare | in un tempo truce […] nel fango di giorni impermanenti”, vedremo, sotto terra, nelle strade che restano, “trenini abbrutiti | da teschi capolavoro di nuovi writers”.

Fiato lungo del mare”, “curva amara della memoria”, “da naufragio a naufragio” il poeta accompagna il sigillo di Dio fino agli abissi in cui sprofonda l’amore sottratto e, poi, su tragitti dove incontra la preghiera. Emblematica è la composizione “La pioggia nel canneto”, lirica che inonda di tormentata e sarcastica franchezza le ingiurie che affliggono le umane sorti: “Ora la paura genera altra paura” e mancano i riti capaci di rassicurare “quando entra l’inverno” che imprime “gli anni dentro la solitudine agghiacciata”. Resta sospeso il desiderio di un approdo a sensate ancore di certezze, se “il giorno si prepara a divenire sistole di dolore”.

Sull’insondabile catastrofe “la Gerusalemme Celeste è giunta, | il pianeta stremato cede al | nuovo venuto le risa dell’ultima luna”.
Recensione
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