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Un’opera che parla al cuore, un lancinante urlo di sdegno verso tutti quei contesti sociali che nel mondo profanano l’infanzia. Attraverso racconti emblematici già dai titoli, con le voci e gli occhi di bambini simbolo, sull’onda di un linguaggio deciso ma che non perde il lirismo del poeta, scorrono testimonianze di efferatezze, disincanto e dolore che non usurano, tuttavia, la speranza.

Roberto Sarra inizia la sua riflessione analizzando, con grande sensibilità, il punto di vista di un neonato, quel trauma che esso affronta nel passare dall’ovattato grembo materno al rumore del mondo. Poi, nella rievocazione della strage più disumana, quella degli innocenti di Erode, giunge, ineluttabilmente, agli stermini del nostro tempo, troppo spesso ‘senza onore’, ai bimbi inceneriti nel corso della Seconda Guerra Mondiale e a quelli della scuola di Beslan, nel settembre 2004, in Ossezia. Ci rende partecipi della sofferenza di piccole creature private delle ali, di quelle costrette a terapie invasive fra mura di ospedali, dell’angoscioso vissuto infantile nell’assenza di punti di riferimento all’interno di istituti e affidi. Poi, le aberrazioni perpetrate che non risparmiano neppure i neonati, il giovanissimo mendicante dall’anima dissolta cui è stato amputato un arto per impietosire nell’accattonaggio. E, se un bimbo autistico, attraverso il grande amore dei genitori, sembra, a volte, capace di schiudere uno spiraglio ai suoi silenzi, la bambina schiava, ceduta per povertà, abusata, commuove con la sua libertà violata, così come il bambino afgano che perde le mani – ma tanti sono morti – raccogliendo quello che gli era sembrato un giocattolo, un pappagallo verde, in realtà una mina antiuomo; o come, ancora, la bambina orfana che rivela la brutalità di un’esistenza vissuta dentro la tana del ‘lupo’, quel padre alcolizzato da lei, comunque, amato, nel pensiero della mamma morta, nella speranza di un miracolo.

L’Autore ci conduce fra venti di guerra, dove piccoli rapiti vengono drogati e duramente addestrati a imbracciare un fucile per uccidere. Non tralascia i moderni orchi, quelli dediti al turismo sessuale, alla compravendita di creature, alle adozioni illegali. Pone l’accento sul commercio di organi, particolarmente diffuso in alcuni paesi dove sopravvivono pratiche tribali che sacrificano parti umane in riti di magia nera. Tutta una realtà che appare contro natura e che muove a chiedersi ‘perché’. Queste indifese, dignitose vittime possono rivelare i loro drammi perché lo scrittore ne veste le vite, esplora i territori perversi di una verità senz’amore, grida la sua denuncia contro ogni coercizione, ma grida anche la sua fede in un mondo che non svenda i suoi figli, che non uccida Peter Pan, che diventi un posto sicuro in cui il benessere di ogni bambino rappresenti il dovere di ogni adulto. Nelle parole conclusive del libro, in quel ‘non importa che i vostri occhi tradiscano una lacrima, ma che il loro volto, incrociando il vostro, si stagli in un sorriso’ si può riassumere tutto il messaggio, altamente etico, di Sguardi di innocenza.

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