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Ver sacrum

Quale ruolo ricopre la poesia all’interno della visione filosofica di Franco Campegiani della condizione umana? Nella realtà storica segmentata da immolazioni e ideali, essa compie un rito verbale che tenta di restituire sacralità all’esistente. Ver sacrum, dunque: che una nuova “Primavera Sacra” possa essere ancora celebrata in questo difficile momento storico per trarne fausti auspici ed esatte direzioni in grado di restituire un approdo di senso a “un impervio cammino”.

Nell’inquietante contemporaneità l’uomo, “pallido selvaggio metropolitano, è spesso prigioniero di una “civiltà pirata” che rimanda ad antiche catastrofi e bibliche migrazioni.

L’Autore compie quasi un pellegrinaggio spirituale che plachi lo sdegno della Madre Terra, il suo e quello di tutta una mitica civiltà agreste in un rapporto di rispetto e offerta alla divinità dell’anima mundi. Fanciulli e diritti calpestati da un’aggressiva modernità “tra clacson impazziti | nel nero smog…” sembrano invocare un “vento degli angeli”, una transumanza dell’anima sul cui percorso s’intrecciano vetuste e attuali culture. Negli echi di millenarie tradizioni legate a un mondo bucolico, nel divenire dominato da elementi contrapposti, il bene e il male, la vita e la morte, Campegiani riconosce l’autentico significato della vita, il flusso misterioso dello sbocciare e del morire nel tempo immortale: “rinasce primavera tra le crepe | di queste tombe | che l’inverno ha demolito…” e “nei boschi dell’anima” sorgeranno future “gemme e radici”.

Nella “legge suprema dei contrari” l’amore farà risorgere tutto dalle brume invernali perché “c’è un male che fa bene”, perché “gridi di dolore” esplodono “all’alba in battiti d’ali”, perché “tutto è immutabile | e tutto è in mutazione. | Giunge l’essere al tempo | e torna all’assoluto il relativo”.

La società è cambiata nel tempo, ma resta immutata in questi versi la sintesi della sacralità primigenia di una cultura agreste legata alla natura, alle incerte prospettive del domani,però anche capace di assimilare con gioia i frutti del lavoro dei campi che, in altre epoche, rappresentavano gli unici introiti familiari. Nonostante il progresso tecnologico con i suoi fasti e nefasti, ci sarà sempre l’uomo alla guida di ogni scoperta scientifica e tecnologica e il passato rurale resisterà come prima risorsa intimamente legata all’impegno personale, con tutte le implicazioni della cultura tradizionale di cui ognuno di noi reca traccia nelle proprie origini ancestrali.

Attraverso un tempo liturgico volto ad ascoltare l’eco dell’originaria armonia nell’universo, il poeta ricongiunge liricamente fratture esistenziali e terrene: “Puntuale e copiosa, mia terra, | nell’ossequio sacrale elargisci | le tue messi a me… umile figlio”.

Recensione
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