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Coloro che leggeranno la raccolta poetica Verticalità di Sandro Angelucci troveranno nel libro, oltre al privilegio intellettuale e all’elegante impatto sensoriale, soprattutto l’impronta, densa e altamente lirica, di autentica ispirazione che si eleva sublime verso un cielo dove l’ideale si compenetra di verità e d’assoluto. Parole attraversate da un pathos inquieto alla ricerca di consolazione per lo spirito affranto che soffre e spera nello stesso tempo.

Nel libro l’autore indaga le ragioni dell’essere attraverso due capitoli,come specchi interiori che ne riflettono l’intima visione e la nobile vocazione. In Dell’anima e della ferita, il componimento d’apertura – Verticalità – dà il titolo alla raccolta e introduce immediatamente all’urgenza di un oltre metafisico: "E’ il mio bisogno di verticalità | che piange come un bimbo | che si perde | quando la morte vince sulla vita | ma subito sorride | all’apparire delle cose belle. | Sogno di cielo…". Sogno di un cielo ritmato da un linguaggio evocativo di note filosofiche, mitiche, religiose, un empireo che sottragga a un’inappagante realtà e che "vinca la gravità dei corpi | che a volte s’inabissa e poi risorge". Questo è l’anelito, potente, l’ascesi spirituale che si eleva già dai primi versi dell’opera.

Meditazioni, contemplazioni, invocazioni che si fanno via via naufragio, dissenso, idolatria, "nel covo dei mercanti" come "asceta tra la folla | (…) senza meta tra gli inganni". Un canto che diventa anche "guerra che si combatte senza tregua | (…) finché non sgorghi il sangue". Cadenze di lacerante espressività che si mitigano, in parte, nella ‘preghiera’ del ritorno, un giorno, al grembo materno, nella rincorsa verso una libertà, nella poesia, nella prima viola, o negli angeli che, a Natale "…sciolgono i capelli sulle spalle | per farci innamorare della vita | che scorre luminosa | sotto le lacrime". E, con gli angeli, nonostante tutto sembrerebbe dissolversi nel nulla, si entra nello spazio ritmato dal tempo "Del cielo e della parola", consolatoria 'fioritura', e ’arca che salva dal diluvio', 'luce che promette notti nuove', 'bibbia delle foglie'. Una poesia che è vita, esperienza, gioia,tormento, da cui non si esce incolumi, ma tuttavia migliorati e dove l’innocenza perduta diventa preziosa saggezza, fede. Versi che toccano intimamente, come solo la vera poesia sa fare,e inducono a staccarsi dai livelli di grigio per vedere meglio la grazia all'interno dell’esistenza. L’Autore porge, in crescendo, la metafora di una visione salvifica: "Disegnami la strada | dammi altri limiti | così che cresca | lieviti come il pane il desiderio. | Questo bisogno azzimo | che ho di Te, di me, | di perdermi e d’amarti.", culminante nell’obiettivo finale, in quel tutto "che per esistere | necessita del vuoto | il vuoto 'santo' della divinità, | del nostro 'dramma', | del canto di Turoldo.". Un libro perfetto di poesie, una ricerca esistenziale scrutando il cielo per disvelarsi, e disvelare, come stelle che si scoprono a vicenda.

08|09|2011

Recensione
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