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William Shakespeare
Non dubitare del mio amore

Tutto il mondo è un palcoscenico e tutti gli uomini e le donne semplicemente attori. Hanno le loro uscite ed entrate di scena in un arco di tempo che dura tutta una vita. Lunga o breve, bella o brutta, a nord come a sud, ovest oppure est, tutti recitano un copione che ognuno scrive”.

Nel famoso monologo della commedia pastorale “Come vi piace” (atto II, scena VII), così William Shakespeare, attraverso le parole di Jacques, contestualizza i ruoli puri, passionali, variegati e misteriosi dell’essere nel rapporto d’amore, in ogni aspetto dell’esistenza, e in una metateatralità che è pretesto di riflessione sulle finzioni del reale e di un codice affettivo svincolato da spazio e tempo. Nelle sette fasi dell’arco vitale di un uomo, neonato, studente, amante, soldato, giudice, nonno e vecchio, l’autore definisce l’amore da tutte le angolazioni possibili, che comprendono età, miti e culture. Il lattante non sa ancora il perché piange o gioisce, figlio legittimo o illegittimo, nero o bianco, legale o incestuoso. Il tempo scorre ed egli diventa studente, proteso alla ricerca della conoscenza, mentre una fiamma gli divampa dentro, accesa dallo sguardo di una donna. Cresce e marcia da soldato, armato e pronto a difendere i deboli e gli oppressi in nome della libertà, o a opprimere sotto altre bandiere. Non sarà lui, tuttavia, a decidere i destini, ma il giudice con nelle mani il codice e la penna. Inesorabilmente, chiunque si ritroverà canuto e stanco, con occhi e gambe incerte che a fatica terranno il passo dei nipoti, solo il ricordo sarà pane, e la solitudine compagna. Per diventare, poi, vecchi “senza denti, senza vista, senza gusto, senza niente” (ibidem), emarginati da se stessi e dagli altri che avranno dimenticato.

Shakespeare osserva le diverse espressioni del sentimento dal punto di vista degli innamorati e della società: “L’amore non guarda con gli occhi ma con la mente / e perciò l’alato Cupìdo viene dipinto bendato” (“Sogno di una notte di mezza estate”, atto V, scena I). Anche Gessica, nel dialogo con Lorenzo (“Il mercante di Venezia”, atto II, scena VI), dice: “L’amore è cieco, e gli amanti non possono vedere / le follie belle che commettono”.

Gli innamorati vivono in un mondo oltre la quotidianità, il cielo che trascende ogni confine è la loro dimora. Cleopatra descrive tale stato di beatitudine eterna soltanto insieme ad Antonio: “L’eternità era sui nostri occhi e sulle nostre labbra, la felicità nell’arco delle ciglia; e non v’era parte, anche misera, di noi che non fosse di natura celeste” (“Antonio e Cleopatra”, atto I, scena III). Ai dilemmi irrisolti dell’esistenza sembra sopravvivere solo l’amore, quello tormentato, disperato, che da epoche lontane è sempre in gestazione nel grembo della storia. Polonio, leggendo una lettera di Amleto a Ofelia, riferisce: “Dubita che di fuoco siano gli astri / dubita che si muova il sole / dubita che menzognero sia il vero / ma non dubitare del mio amore” (“Amleto”, atto II, scena II).

Shakespeare è così universale che alcune sue citazioni sono fra le più belle, profonde e dolci di tutti i tempi. Afferma Romeo: “L’amore è fumo creato dai sospiri degli amanti; / se è dissipato è fuoco che scintilla negli occhi degli amanti; / se è sofferto è un mare che si riempie delle lacrime degli amanti. / Che cos’altro è? Una pazzia silenziosissima, / un’amarezza che soffoca, una dolcezza che si conserva dentro…” (“Romeo e Giulietta”, atto I, scena I). E Giulietta, d’altro canto: “Il mio unico amore nato dal mio unico odio! / O sconosciuto che troppo presto io vidi, e troppo tardi conobbi” (Ibidem, atto 1, scena V). Queste sono solo alcune pagine dell’immensa opera shakespeariana che indaga a tutto campo, anche con senso critico, le emozioni d’amore alle cui tentazioni uomini e donne di ogni età e ceto non sanno resistere. “L’amore non è amore / se muta quando scopre un mutamento… / Oh no! Amore è un faro sempre fisso / che sovrasta la tempesta e non vacilla mai; / è la stella di ogni sperduta barca” (Sonetto 116).

William Shakespeare scrisse tante altre commedie celebri come, fra le altre, “La dodicesima notte”, “La bisbetica domata”, “La Tempesta”, con trame uniche costruite sull’amore, angelo o diavolo, comunque solo amore, che crescerà “nel tempo in versi eterni” (Sonetto 18) perché “… non sanno le mie facoltà e i cinque sensi / staccare da te lui solo, lo stupido cuore, / che, abbandonata questa parvenza d’uomo, / del tuo cuore protervo si fa schiavo” (Sonetto 141).

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