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“In Geografia del mattino c’è un poemetto – se questo non fa scandalo ai modernisti in servizio permanente effettivo –, Uccelli sulla città. La struttura narrativa è semplice, come si conviene alla poesia: stormi di uccelli come quelli veri che si addensano improvvisi ed improvvisamente si espandono a disegnare arditi coreografie nel tramonto romano, aleggiano sulla città. Si posano sulle architetture emergenti, costringendo lo sguardo a seguirli ed a riscoprire luoghi, manufatti e particolari che la frequentazione quotidiana ha privato non del valore, ma della stessa esistenza. A volo fermo, lo sguardo si apre agli spazi circostanti e rinviene, recuperandone memorie ed affetti lontani, profili che variano nella mobile luce del giorno e segni (sono statue ed esedre, piazze e sfondi di fontane, lo scroscio ovattato del fiume ed i riflessi delle sue onde) che aprono fondali nuove alla riflessione. La struttura compositiva è complessa come si addice al poema sinfonico: un contrappunto continuo tra il volo degli stormi e l’immobile vagare del pensiero, una sorta di “fermo immagine” nello sfilare delle scene (c’è la dinamica di un film), un ritmato andirivieni tra il senso del passato che soffia su Roma in ogni luogo e la percezione di un chiassoso presente colto talvolta nella sua affogata solarità. In Uccelli sulla città il quinto movimento (o la quinta scena) è: “Rispondono al volo”. L’atmosfera è un notturno, tutto a mezzi toni, a musica soffusa. Il contrasto è attenuato: i giovani gabbiani “non visti” “fanno da vedetta”, “bianchi” nella notte”; San Paolo s’accende “alta sopra gli occhi del sonno” mentre il Tevere scorre dabbasso”, per scendere ancora più giù infossandosi al Viale Marconi, per tacere il suo scorrere nel “nomade abbandono”. La luce, attenuandosi, vira la composizione verso una musicalità assorta: l’impianto visivo dell’incipit con gli stormi che “Scendono | con la parola del mattino, | traversano a pioggia | i cieli di sotto “ si fa via via più tenue e la parola, così, estende ad ogni passo l’intensità del suo potenziale evocativo. La quiete della notte si esprime nell’acqua che resta nei suoi gusci; le luci della città sono lampi d’argento”.

Recensione
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