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Abbiamo avuto occasione di leggere, in questi giorni, una raccolta di liriche di Francesco A. Giunta, Le parole sono cose, edita da C. Cursi di Pisa, per la collana «Il Cavallino, curata e diretta saggiamente da Renata Giambene Minghetti. Il volume, che s'impone all'attenzione del lettore fin dalle prime pagine, per la fluidità linguistica e la comunicabilità dei valori, s'apre con un breve componimento denso di significati, soffuso di vita, di speranza, di luminosità: Il mio giorno è vivo | come le cose che ho amate | che hanno sapore di tempo. | I peli bianchi baluginano | vergognosi a me d'intorno | e sento il richiamo del sole. || pensieri sono alberi | con radici profonde | affidati al vento della memoria. | Conosco le veglie amiche | nelle quali trasudo la vita | appesa alla giovinezza antica.

Il poeta, attingendo alla sorgente copiosa dei ricordi, costruisce e proietta, sull'enunciato, una diversa dimensione di sé, inedita, indistinta, evanescente, quasi astratta, nella quale palpita e troneggia la supremazia del pensiero, un'acuta volontà di riscatto e di rivalsa da tutto ciò ch'è prassi, finzione, adattamento, un antico bisogno di sosta, di raccoglimento, di pace, per accertarsi di essere ciò che non è stato, che non ha potuto essere: «Com'è rapida la notte! | la luna incompiuta corre, | un treno sferragliando fugge | col fruscio di vento e di acciai | attraverso papaveri e verdure. | E l'aurora promessa incalza | dopo pensieri di luce | e turbinii di stelle | il sogno dell'ultimo romantico | muore col volo di una rondine».

Il suo canto ha cadenze di nenia, di lamento: è un continuo inoltrarsi nei meandri del tempo, del proprio tempo umano – mitico e passeggero – alla ricerca di un traguardo intravisto ed. agognato che esiste più nell'intimo dell'autore che nella realtà: egli cerca se stesso, nel vortice dei ricordi e del passato, con la foga e la passione del presente. Ma non trova che immagini e parole a testimonianza d'una vita vissuta: «cose» di sempre, «cose» di ogni uomo, che rendono più grande il vuoto e più amara la solitudine del cuore.

È cosi che il Giunta, adoperando e sublimando queste «cose, scavalca il silenzio monotono e quotidiano, l'indifferenza umana che incalza, la provvisorietà dell'azione individuale e riesce, confessandosi, ad instaurare un rapporto lirico ed emotivo tra il concreto di sé, del proprio vivere e l'incertezza della sorte. Ed è appunto questa ragionata puntualizzazione dell'esistere, questa sua pacata e sobria consapevolezza d'essere insieme passato e presente, realtà e sogno che, traboccando dalle sillabe riesce a comunicare, ai lettori, un mistico senso di pace, di rilassamento interiore, di contemplazione, di catarsi. Sono questi suoi pensieri delicati, intimi, sofferti e quelle sue parole così chiare, sentite, scorrevoli a rendere possibile una «corrispondenza d'amorosi sensi. tra il desiderio che tutto abbraccia e la realtà che tutto limita; tra l'immaginazione che tutto abbellisce e pennette, e la partecipazione attiva all'esistenza di ogni giorno che tutto rende difficile e penoso; tra il tempo che divora noi e se stesso, e l'eternità che tutto restituisce e redime, anche il tempo.

La suggestione di tale contrasto e la bellezza della trasposizione poetica finiscono col trasportarci là dove vivono ed operano, in una simbiosi di canto e intuizione verbale, le intime, tormentate memorie del poeta, scoprendoci noi stessi parte integrante di quel mondo, di quelle sue parole, di quelle sue tristezze. Il Giunta opera questo prodigio senza forzare niente, senza conclusioni bizzarre o tortuosità lessicali, senza trabocchetti stilistici e sperimentali, senza condizionamenti insomma, abbandonandosi interamente al canto, ai ritmi ormai impliciti nella nostra lingua, ai suggerimenti dell'ispirazione: poiché il vero e solo protagonista delle sue liriche è chiunque abbia un cuore, una malinconia umana, una memoria viva, un forte desiderio di scoprire il volto delle cose, della vita, degli uomini.

Aleggia, inoltre, qua e là, un indistinto senso di colpa e di rancore verso se stesso: per l'emigrante che è, che pensa di essere; e, rintuzzato ma insistente, echeggia un intimo, delirante richiamo verso l'isola: «Ho rotto il silenzio delle notti | col pianto antico dell'emigrante | che ricorda la vita spenta | dal dolore e dal poco pane». Così in "Intermezzo"; e ancora in «Ho girato le spalle: «E riconosco nel silenzio | delle ore mute | e nel rintocco di campane | la vita che emigra lontano».

«... Voglio rivederti Isola bella | come quando giovinetto | venivo per ludi | a smarrirmi nel tuo verde. | ... e poi andare per acque | pescose e casalinghe | dell'azzurro salsa tuo mare | a meditare la vita che fugge». Così in «Taormina».

E infine, in .Ritornerò a te: .Passerò tra Scilla e Cariddi | sordo ai richiami delle cose amate | per ritornare a te | Sicilia mai dimenticata. | ... E non sarò più solo | tra i monti e le pianure | del mio dolce peregrinare | e la mia anima avrà pace».

Una pace, come si vede, introversa, che sa di liberazione, di mito, di concettualismo più che di desiderio appagato.

Vi domina anche, indiscussa, una celata volontà di smarrimento: «... andare per il mondo | a misurare la vita | ritornare in me | sognando di ripartire.»; cosi, in «Vivere»; poi, in «La mia notte»: «... Ti attendo amore | siedi a me vicino /parlami di quel giorno | e degli altri infiniti | che insieme verranno"

Da questo groviglio di passioni affiora, con naturale delicatezza, un istintivo stupore per la realtà, un'intima comprensione per le debolezze umane, per i sentimenti, per la vita che tutto scompone e abbrutisce, mentre ci affanniamo a dominarla con le nostre deboli forze, con le parole, con l'amore.

Il nocciolo dell'ispirazione ]X>etica del Giunta consiste in questo tumultuoso confluire di sensazioni, ricordi, desidèri, struggimenti, speranze e passionalità che fanno vortice nella sua vita d'uomo semplice e tenero, nel suo Cuore innocente, nella sua fantasia paziente e malinconica, per vivificare un passato che impronta di sé gran parte del presente, in cui il poeta si dibatte e grida con "intento di liberarsi dai lacci delle tenebre e di capire la vita, gli uomini, le cose.

Da una così totale dipendenza dal passato, da un simile rapporto di tensione e di attesa nei confronti del proprio vissuto, non poteva salvarsi che la ragione del poeta, quel senso cioè d'equilibrio pratico e morale, di saggezza umana e di comprensione che apparentemente fa tutto accettare, per poi operare, in profondità, una cernita scrupolosa e sottile alla luce della riflessione personale e dell'esperienza.

Riflessione ed esperienza rappresentano, perciò, i pilastri su cui il Giunta costruisce il proprio mondo poetico, la propria scansione di camo, i propri ideali. Una riflessione, s'intende, non affatto speculativa né un'esperienza puramente umana: la riflessione e l'esperienza del Giunta operano su un piano squisitamente poetico, dove non c'è posto per le argomentazioni filosofiche di scontro e di pretesto e dove il poeta, pur maturando – come uomo e come personaggio – aspirazioni e contenuto che gli sono propri e congeniali, riesce a superare i limiti angusti dell'io, universalizzandosi con l'evocazione e facendosi parola, malinconia, tristezza, dolore.

Ed è proprio il dolore che, agitando le acque stagnanti ella memoria, sa controllare e recuperare il passato rapportandolo ai sentimenti di oggi del poeta.

Questo del Giunta, però, non è un dolore a senso unico, senza sbocchi né appigli né prospettive: è anzi il dolore proficuo e solitario di chi scandaglia il vuoto del tempo e lo seziona per carpirne il mistero, il suono, la bellezza; è la malinconia dell'homo novus che si confronta con la vita, coi ricordi, con la solitudine dell'intimo; è la tristezza dì chi ha vissuto un sogno e sa di non averlo abbastanza vissuto e capito.

Un doppio volto del dolore, potremmo dire, antico e nuovo a un tempo: quello vero, sofferto e interiorizzato dell'esistenza, e quell'altro solo pensato, suscitato dal ricordo, immaginato.

Il Giunta infatti non racconta il passato: lo vive, lo sconta, lo rinnova e traduce in presente, in realtà immanente, in tipico atteggiamento di chi rivive una situazione già data senza poterla inventare, capovolgere, domare. Egli passa continuamente da uno stato di abbandono reale ad uno di tipo fantastico e fantasioso che lo trasfigura, lo annulla, lo trascina in un carosello di motivi umani e sentimentali in cui trovano consistenza passato e presente, accettazione e ribellione, sincerità e tristezza.

Questo cozzare di turbamenti, di sogni e di solitudine balza subito agli occhi, leggendo Le parole sono cose di Francesco A. Giunta, come se assistessimo a dei fuochi d'artificio spirituali, a delle scintille dell'anima, che si allargano a raggiera nel cielo buio e solenne del poeta, assumendo forme e proporzioni che hanno del docile e dell'aggressivo, del brutto e del bello, del vero e del falso, com'è, d'altronde, di tutte le cose» umane.
Recensione
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