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Il Libro si legge di un fiato e con piacere; i fatti, i personaggi e le “notizie” scorrono, dinnanzi agli occhi del lettore; come una gradita sequenza cinematografica, che lascia il segno in chi sa vedere, oltre l’aspetto biografico del racconto, la tragica realtà di una vicenda vissuta molto più internamente di quanto non paia; sia dal personaggio principale che da quanti gli ruotano intorno come pianeti che a prima vista sembrano disabitati. Ma é appunto la constatazione che tutto, interno a chi vive, é vero e pieno di valori, a fare di una semplice autobiografia un racconto che illumina, per eccesso di umanità, l’esistenza piatta e anonima di tante figure umane che occhieggiano, nella smisurata memoria di un uomo, di un poeta, di un narratore, come cirri vaganti che turbano e a volte rallegrano, contemporaneamente, la volta serena e maestosa di uno splendido cielo: il suo appunto direbbe che esista una simbiosi tra l’universo e l’autore, una costante intesa tra i sentimenti altrui ed i suoi tanto da costruire, nell’atto stesso in cui egli li matura, un ponte ideale con gli uomini, con il creato per fare, della sua vita interiore, il frutto di una perenne interazione tra l’infinito ed il finito, tra il tempo eterno di Dio e la sua singolare, umanissima brevità.

Ciò che però mi ha colpito, di questo libro, in modo particolare é la presenza velata e simbolica di un’indimenticabile Sicilia che fa la stessa strada dell’autore , che s’incammina verso i traguardi del sogno, dell’ideale, che spera, soffre e gioisce ad ogni cenno, che fa da cielo e da casa e sa, nei momenti più neri, accendere una lampada, un fuoco, una stella, perché si veda il traguardo che lo ha incitato a fuggire. È la Sicilia, con la sua storia mitica e popolare a fare da sfondo e, oserei dire, da epoca e da personaggio al romanzo. È la Sicilia che sprona Alberto a crearsi un mondo migliore; è la Sicilia che lo tormenta e lo culla, come un’amante tenera e capricciosa, in certi momenti di crisi, di smarrimento, di oblio, per fargli trovare la classica dimensione dell’uomo in cerca di sé, dell’uomo in perpetua tensione con le miserie del mondo, dell’uomo come ideale figura di essere libero ed inquieto, schiavo delle passioni e vincitore. Nient’altro che la Sicilia è la profonda certezza che alberga nell’animo del personaggio Alberto e lo fa essere forte e deciso in ogni scontro “accettato” con la realtà: è in essa che trova il conforto, per essere saggio e tenace contro le quotidiane tentazioni; per sentirsi protetto, nell’impervio cammino che percorre ed avere coscienza di sé, del proprio ideale, come un bambino che cerca, sperduto nel bosco fittissimo d’una disorientata e perfida società, la strada che sappia condurlo, per sempre, nel sogno proibito e rincorso del proprio castello fatato.

Le “notizie” di Francesco Alberto Giunta hanno varcato i limiti provvisori della cronaca per inscriversi, con il prestigio proprio della “confessione” e del travaso interiore, nel magma della storia privata dei popoli che si conquistano a fatica il presente e si proiettano nel passato con l’autorità del sacrificio e del riscatto.

Sono queste “notizie” che arrivano da via Daniele e da chissà quante altre oscure e dimenticate vie del mondo, a dare valore e conferire sacra dignità all’incessante opera dell’uomo, dell’individuo, del singolo,di colui che, senza farsene un vanto, costruisce, giorno dopo giorno, nell’immenso travaglio del suo piccolo, il tratto di strada che allunghi quel tanto che basti, la già lunga strada degli uomini, per farne un felice cammino in vista di quanti verranno, domani a continuare il percorso perché si arrivi, alla fine, là dove tutto finisce: nel pieno possesso di Dio.
Recensione
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