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Natura morta

Nel saggio posto in appendice del libro di poesia Natura morta, Paolo Ruffilli spiega quelle che sono le proprie coordinate teoriche, e lo fa in modo esauriente e profondo, evidenziando una consapevolezza teorica non comune, cosa che non sorprende chi conosce la sua lunga e brillante stagione poetica. Sorprende semmai la scelta di allegare una tale “guida” al libro in versi.

Ma ciò risulta quanto mai importante, anche per chi ha letto la sua poesia fin dalle prime prove che risalgono al 1972, quando il poeta aveva solo 23 anni, ma già scrisse un ottimo libro (La quercia delle gazze), seguito poi da rilevanti libri, ultimo in ordine di tempo Affari di cuore presso Einaudi, dove il poeta costruisce con singolare emozione un discorso sull'amore, compito peraltro assai arduo, ma in questo caso senz'altro riuscito.

Ruffilli sintetizza ciò che caratterizza il proprio lavoro poetico, sottolineando in particolare due componenti: la musicalità e la forma-frammento. Cosa senz'altro vera perché la sua poesia è come una raffinata partitura, una singolare e armoniosa lingua sonora. Una musicalità innata quella di Ruffilli, virtù non da poco e sicuramente segno di una vocazione profonda.

Una scrittura di grande eleganza, costruita con una maestria davvero rara, segno di una conoscenza straordinaria della poesia e di una “officina poetica” speciale, che ricorre anche in parte alla rima. Prendiamo il testo La traccia, come esempio: “Da dove nasce, | prima ancora | di ritrovarci nati, | tutto quello che | – senza saperlo – | siamo già stati? | L'oscura traccia | appena lì tracciata, | verso la meta, | da una mano segreta... | il soffio lieve che | nel suo moto breve | sfiorandola di colpo | l'ha animata | tirando il velo su, | ma solo in parte | senza svelarlo | nel mentre si rivela...”

Si avvertirà subito anche da questi versi come Ruffilli abbia una scrittura che si confronta con i grandi temi, una poesia che vuole essere pensiero, soprattutto sul versante della natura, nel senso di una difesa, ma pure del richiamo a considerare l'eraclitea “contraddizione dentro l'unità”, che egli intende anche nell'”abbraccio di bene e male”, “di più e di meno”,”fatta di vuoto | che si fa pieno” o “dell'indifferenziato | singolare-plurale”.

Bisogna insomma “dare pronuncia all'invisibile”. Comprendere che talune distinzioni sono fuorvianti e non ci permettono di affrontare le questioni più delicate, o perlomeno renderle nella loro interezza. Come specifica in questi versi: “la distinzione tra le forme: | soffio e corpo solido | materia e non materia |...principio intellettivo | e spinta del profondo |...concreto e astratto | nascono insieme | come sogno e realtà | perdita e conquista | paura e coraggio | buio nero e vista...” E' chiaro allora che se la realtà (e la teoria) è da ricomporre ciò non potrà che avvenire attraverso una più precisa adesione alla stessa realtà, di conseguenza ciò sarà possibile solo passando, appunto, attraverso la forma frammento, alla cesura del linguaggio, al balbuziente dire.

Ruffilli discorre delle tante cose che alimentano la nostra vita: del bere del mangiare, del moto e della quiete, del sonno e della veglia, dell'aria; una lunga teoria di figure e idee, ma si avverte che ciò che lo muove non è tanto il dovere di elencare, di misurare ciò che riempie il suo occhio, ma di costruire una astrazione, creare una teoria della necessità, per questo tratta la materia con un certo distacco, quasi come un freddo e abile chirurgo, eppure sotto c'è la speranza di una nuova interpretazione, di una possibile rinascita.

17.11.2012

Recensione
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