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Aria di casa

L’albero di ciliegie era lì, al limite dell’orto che si estendeva in lieve pendio dal selciato rettangolare del cortile condominiale giù giù fino alla roggia Molina.

Per arrivarci bisognava scendere attraverso una scaletta in pietra di alcuni gradini, percorrere pochi metri del declinante sentiero e svoltare subito a sinistra per una pròsa a cui si accedeva dopo aver aggirato un cespuglio multicolore che avevamo imparato a chiamare pirus.

Fino a primavera inoltrata i suoi rami si rivestivano di un ricco manto di fiori rosa con venature bianche e quindi si caricavano di piccoli e teneri frutti dalle varie tonalità di rosso, che in verità più che ciliegie erano amarene, da noi semplicemente denominate marene.

La loro polpa era asprigna e amarognola e non soddisfaceva troppo lingua e palato, tanto più che la nostra impazienza d’impossessarci anzitempo, con infantili ruberie, di quelle brusche sferule sanguigne, impediva loro di raggiungere la giusta maturazione secondo legge di natura.

Il libero godimento di quel ben di Dio, poi, ci era contrastato dai numerosi uccelli – merli, passeri e storni - che a frotte e con rapidi voli si posavano fra il fitto del fogliame per sbocconcellare coi loro beccucci i morbidi frutti, ma soprattutto dall’ortolano Filippo, un burbero vecchio dalle mani grosse e nodose, che spesso brandiva un bastone destinato a dissuadere i malintenzionati dai piccoli e grandi furti che continuamente lo affliggevano.

Per evitare di essere sorpresi con le mani nel sacco, ponevamo a turno di guardia sul sentiero uno di noi che, all’arrivo di Filippo, doveva lanciare un fischio di avvertimento per darci modo di scendere rapidamente dai rami e di nasconderci, acquattati dietro una siepe lì vicina.

Attorno alla pianta, richiamati dallo stillicidio dei succhi dolciastri, ronzavano continuamente vespe ed altri insetti, mentre sciami di moscerini turbinavano un po’ ovunque intorbidando l’aria stagnante nella prima calura estiva.

Qualche volta, di sera, dopo una giornata passata a percorrere in bicicletta un infinito numero di giri lungo il perimetro del cortile o a giocare combattute ed estenuanti sfide al pallone, era un piacere abbandonarci sudati sotto i rami dell’albero delle marene ed attendere di vedere, attraverso il mobile tremolio delle foglie, macchie di cielo mutare colore dal puro azzurro, al dorato, al porpora, fino al blu intenso della notte che cominciava allora a pulsare per il bagliore delle prime stelle.

Le vivide luci che sprigionavano il loro chiarore da quelle lontananze siderali e da punti così remoti dell’universo ci riempivano l’animo di stupore e di mistero: chissà se davvero le anime dei nostri morti, dopo aver attraversato le infinite distese dello spazio, sospinte da una specie di vento rigeneratore, trovavano lì la loro nuova ed eterna dimora?

Qualcuno invece diceva che esse finivano nel minuscolo corpo delle lucciole, come quelle che al di qua della Molina tracciavano tra la verdura i loro tenui e intermittenti segnali luminosi, ma i più si rifiutavano di credere a una simile panzana, sostenendo piuttosto che il vero compito delle lucciole era quello di fare i soldi con la loro saliva, come ognuno poteva constatare una volta che fosse riuscito a catturarle e ad imprigionarle sotto un bicchiere capovolto sul tavolo della cucina: il mattino seguente, al posto dell’insetto, vi avrebbe invariabilmente trovato un piccolo tesoro in monetine o, eccezionalmente, persino in cartamoneta.

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Qualche anno dopo, certi pomeriggi estivi capitava d’inforcare la bicicletta e di partire (talora in compagnia di amici, ma più spesso solo) alla scoperta di qualche località sperduta tra campi, rogge o filari di pioppi.

Se l’itinerario era orientato verso il paese di mia madre, una volta superato il passaggio a livello ferroviario del Chiosino, già da subito mi sentivo avvolto dall’abbraccio verde della campagna. Preferivo imboccare stradine poco battute tra campi odorosi di fieno, felice di ascoltare il rumore ritmico dei pedali o il ronzio dell’aria attraverso i raggi delle ruote in rapido movimento; e se nel tragitto capitava d’incontrare qualche contadino con gli attrezzi in spalla, un veloce cenno d’intesa valeva più di qualsiasi esplicito saluto.

Spesso il percorso si snodava lungo traiettorie ampie e mutevoli, con i campi stipati di alti fusti di mais a far da viva barriera ai bordi della strada, come gallerie vegetali a cielo aperto che percorrevo a tutta velocità e col vento in faccia. Intorno, quasi ovattati, si percepivano i rumori costanti della campagna: stridi lontani di rondini e acuti gorgheggi di uccelli sopra il basso-continuo di un gracidare di ranocchie e un incessante frinire di grilli. Mai come allora rigagnoli e freschi corsi d’acqua, come lucide lame tra i prati, specchiavano il cielo, rigati in superficie dalla scia nervosa d’insetti, mobili sul pelo dell’acqua per rapidi scatti controcorrente.

E in quella specie di armonia cosmica una sosta davanti ad una remota cappelletta sul ciglio della via era il semplice pegno pagato alla fede millenaria dei padri, mentre il ristoro alla fatica in un’ombrosa radura circondata a corona da alberi frondosi era una sorta di abbandono panico in grembo a Madre Natura.

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Se l’estate era il periodo dell’anno in cui tutti i sensi venivano sollecitati ed eccitati fino al parossismo, l’autunno che sopravveniva sembrava ancor più attenuare, con il grigiore perlaceo del cielo, quelle estenuanti espressioni di energia vitale. Ci si abbandonava pigramente, rabbrividendo, all’abbraccio freddo della nebbia, come insetti assonnati in una sorta di bozzolo silenzioso. Era piacevole però camminare stretti tra i propri pensieri, ben avvolti in quella specie di atmosfera vaporosa e ovattata, che impediva di vedere a sei metri dal proprio naso.

Qualche volta prendevo la direzione della città bassa verso il fiume e scoprivo lungo le rive dell’Adda angoli appartati dove era possibile osservare la corrente che dalla superficie esalava un soffice vapore. Lo stupore si univa alla meraviglia di scoprire in quel flusso inarrestabile il senso del tempo che scorre, dell’alternarsi delle stagioni, dell’ora presente con i suoi rumori e i suoi colori, solo un po’ sbiaditi per l’alito nebbioso del fiume: era per me una situazione che, più di ogni altra, riusciva ad avvicinarmi alla famosa esperienza leopardiana dell’Infinito, anzi, era proprio quello il mio infinito....

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