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Dalmazia

L’autostrada che abbiamo imboccato alle prime luci dell’alba è già filata tutta alle nostre spalle quando raggiungiamo Trieste, raccolta nel sole attorno al suo porto e al suo mare contro cui svettano cime di gru e di campanili. Il tempo per rimasticare nomi di luoghi che ci ricordano la Grande Guerra (Opicina, Basovizza), ed eccoci al confine con la Slovenia, che attraversiamo con un balzo di una quarantina di chilometri, superando paesi lindi e ordinati, immersi in ondulazioni di un verde smagliante. Dopo il confine croato, ritroviamo il mare ad Opatija, che deriva il nome da un’antica abbazia benedettina e che conserva ancora il suo aspetto ameno ed elegante di luogo di villeggiatura della nobiltà austroungarica. Vorremmo fermarci qui per il pranzo, ma per difficoltà di parcheggio preferiamo puntare su Fiume, l’odierna Rijeka, che non può non riportarci alla memoria l’impresa di Gabriele D’Annunzio e dei suoi legionari che l’occuparono nel 1919, in attesa che con il trattato di Rapallo fosse proclamata prima Stato libero di Fiume e successivamente, col patto di Roma, italiana fino al 1945.

Pranziamo in un locale luminoso a mezza costa, sospeso come una terrazza di luce sul golfo del Quarnaro: alla nostra destra la penisola istriana pare un’immensa prua di nave che s’incunea poderosa nel mare increspato e cangiante, mentre a sinistra la costa frastagliata dell’alto Adriatico sfuma a perdita d’occhio di fronte ad isole di aride rocce, brulle e deserte come superfici lunari.

Rifocillati, ma non satolli, imbocchiamo con la dovuta prudenza la Jadranska Magistrala, la strada che asseconda con mille tortuosità e infiniti saliscendi l’inquieta costa settentrionale della Croazia: la spettacolare successione di curve offre ad ogni istante sequenze di paesaggi rocciosi precipiti sul mare, mentre la strada si dipana serpeggiando tra il massiccio del Velebit, che incombe a sinistra e il blu cobalto del mare che invade tutto il residuo orizzonte. Cerco di resistere alla guida, nonostante la crescente stanchezza; alla fine interrompo la tensione cedendo il volante a mia figlia Sara, che deve ora governare l’automobile sballottata anche da improvvise ed impetuose folate di bora salmastra.

Quando finalmente si calma il vento e la costa comincia a degradare un po’ più dolcemente, la luce rosata del tramonto vibra ancora sulle rocce prima di scivolare sulla mobile distesa marina.

Siamo ormai arrivati nella contea di Zara-Knin, una tra le venti contee della moderna Croazia e dopo circa dodici ore di viaggio (soste incluse) ci dirigiamo verso Zaton, nei pressi di Zara, dove ha sede il villaggio delle nostre vacanze.

Il giorno seguente, domenica, siamo a Nin, che si raggiunge attraverso un ponte che appena s’inarca con elegante leggerezza su specchi di acque tranquille e luminose. Superata l’antica porta della piccola città, che fu tra i primi centri politici e religiosi dello stato croato, c’inoltriamo per le strade pavimentate in pietra chiara, percorse da una placida animazione, quasi ovattata e un po’ fuori dal tempo: sarà forse perché qui non circolano automobili e la gente sosta volentieri a chiacchierare senza alcuna fretta sulla soglia di casa o a piccoli gruppi ai tavolini dei bar, ma non sembra proprio di essere ormai arrivati a pieno titolo nel terzo millennio. Passeggiando percorriamo le vie fiancheggiate da case basse e dalle linee essenziali, ci fermiamo al mercato dove spiccano pregevoli pizzi lavorati, frutto di un artigianato secolare, e sostiamo davanti alla parrocchiale di Sant’Anselmo, dove si sta celebrando la Messa e dove alcuni fedeli premono all’ingresso, non riuscendo a trovare posto all’interno dell’edificio sacro. Ma il vero gioiello della cittadina è la piccola chiesa paleocroata di Santa Croce (IX sec.), a croce greca con triplice abside, così piccola e aggraziata da sembrare una basilica “mignon” che non dovrebbe sfigurare neppure nel giardino di casa; circondata dal verde e da resti di una necropoli paleocristiana, la sua immagine rimane impressa nella memoria come una pregevole miniatura dalle linee essenziali e perfette.

Di tutt’altra natura è invece il monumento di un imponente espressionismo, opera di Ivan Mestrovic, che si erge in una piazzetta attigua e che rappresenta Gregorio di Nin nell’atto di rivolgersi al popolo con un atteggiamento perentorio e profetico. Procedendo un po’ più in là, alcuni orti cittadini e i ruderi di un antico tempio di Diana ci indicano che abbiamo raggiunto i limiti del centro abitato. Ritorniamo allora sui nostri passi e presto ci fermiamo al fresco e ombroso invito di una tavola imbandita sotto un pergolato, dove un baffuto gestore del posto ci fa da ottimo anfitrione servendoci carne speziata con patate fritte e salsa di peperoni (per Meli, che ama la cucina nostrana, una “boloneze” al ragù), il tutto debitamente annaffiato con un’infida croatina, asprigna e beatificante.

Usciti da Nin, sulla strada per Zaton, ci appare sulla destra in controluce la piccola chiesa di San Nicola (IX sec.), assai simile per forme e dimensioni alla chiesetta di Santa Croce, ma eretta su un antichissimo tumulo scosceso come una pira sacrificale e curiosamente incoronata da una torre ottagonale che fungeva un tempo da vedetta a difesa dalle invasioni turche. Un non frettoloso periplo tutto attorno alla minuscola costruzione, con la dovuta attenzione ai particolari, è il minimo tributo del turista a tanta solitaria bellezza.

Dopo alcuni giorni di completo riposo sulla spiaggia di Zaton, si va per mare alla scoperta delle isole Kornati (Incoronate), l’arcipelago che si trova di fronte alla costa zaratina. Si parte di buon’ora, non appena i tiepidi raggi del primo sole si riflettono obliqui sulla liscia superficie marina e feriscono pupille ancora assonnate. Mentre la nostra imbarcazione scivola sull’acqua blu e la prua vi si immerge come una lama a divaricare sui fianchi spume biancastre, ci giungono le note nostalgiche di una vecchia canzone intanto che ci viene offerta a bordo una colazione a base di biscotti secchi e di Prosecco dalmata. Le mie donne di casa al seguito assaggiano senza entusiasmo i biscotti, mentre si astengono dal vino, con la sola eccezione di Micol che si concede solo un moderato assaggio, così che a me tocca una dose supplementare di quella dolce ambrosia rosata, con relativa fugace ed evanescente ebbrezza, presto dispersa dagli sbuffi del vento marino sul viso. Il sole non è ancora alto, quando ci avviciniamo alle coste frastagliate delle prime isole, punteggiate qua e là di casupole bianche dai tetti rosseggianti. Nella vivida luce del mattino, le acque limpidissime che s’insinuano nei recessi della roccia, vi scavano grotte ombrose che hanno il sapore antico e misterioso del mito. Si costeggiano scogli dirupati o isolotti aridi e pietrosi , navigando a vista su bracci di mare intricati come un dedalo di canali, e , quando meno te l’aspetti, aggirata una parete a strapiombo, ti trovi di nuovo in mare aperto, con tutto l’orizzonte occupato dal cielo e come in una sfera di luce.

Il pranzo è servito sempre a bordo, a base di minestra e pesce; c’è anche del vino, ma stavolta lo stomaco, non ancora disassuefatto dalla precedente libagione, non è in grado di accoglierlo decentemente. Ai lati del nostro natante, alcuni gabbiani, come una famelica scorta, volteggiano pigramente o si librano nell’aria in attesa di planare su qualche pezzetto di pane lanciato in acqua. Si procede a ritmo lento, in un susseguirsi di paesaggi sfolgoranti e di baie nascoste, accompagnati e un poco storditi dall’incessante rollio e dal pianto di alcuni bambini che si azzuffano per il possesso di una pallina. Bevo un caffè, ma è un po’ troppo leggero per liberarmi dal lieve torpore che m’invade: solo una nuotata nelle acque calme e pulite di un’insenatura naturale, dove sosteremo un po’ dopo, varrà a tonificarmi e a ritemprarmi del tutto.

Sulla via del ritorno ripercorriamo a ritroso l’itinerario del mattino, navigando tra scogli e faraglioni su un mare dalle infinite tonalità di blu, mentre sul fondo ondeggia un verde tappeto di alghe flessuose e flotte argentee di pesciolini sciamano. Lentamente, dirigendoci verso nord-est, ci avviciniamo alla costa dalmata, dove si staglia in lontananza Zara, che ora ci appare mite, battuta da un tiepido vento e illuminata dalla luce dorata del tramonto.

Passano alcuni giorni e puntiamo su Sebenico, che rappresenta il punto più meridionale dei nostri spostamenti centrifughi in terra dalmata. Nota come la patria di Niccolò Tommaseo ( che ricordo come autore di un “Fede e Bellezza” letto negli anni ferventi dell’adolescenza e come destinatario di un giudizio un po’ maligno del grande Alessandro Manzoni), la città ci appare dall’alto, inquadrata nel parabrezza dell’auto, adagiata e sparsa attorno alla foce grandiosa del fiume Krka. Un cielo grigio, solcato da nuvole scure e sfilacciate, minaccia pioggia imminente, mentre su un battello del tipo di quelli che scivolavano lungo il Mississippi nel secolo scorso, ci spingiamo nel profondo estuario del fiume che ha scavato il suo letto in una vallata scoscesa e verdissima, abitata da numerose specie di uccelli che qui vivono e nidificano indisturbati. Acque argentee dai cupi riflessi s’increspano al nostro passaggio, finché, non appena un raggio di sole buca le nuvole, d’improvviso ci troviamo in un paesaggio d’Arcadia, ai margini di un laghetto ceruleo, alimentato dal ruscellare di cascatelle fresche e spumeggianti e circondato dal mormorio di alberi frondosi, che ondeggiano mollemente alla brezza che respira dal mare. Per ombrosi sentieri ci addentriamo in un bosco vicino, che si apre su una verde radura dove non parrebbe fuori luogo imbattersi in greggi al pascolo, placidamente sorvegliate da giovani pastori che tentano con dita esperte flauto o zampogna, mentre in realtà la occupano comitive di turisti che bivaccano in gruppi rumorosi e vocianti. Il parco naturale si estende per molti chilometri quadrati tutto intorno al corso dell’ultima parte del fiume che tra laghi, rapide e cascate si fa strada tra barriere di travertino fino alla foce maestosa; ma noi non riusciamo che ad esplorarne un breve tratto, dato che non siamo equipaggiati per passeggiate impegnative e in cielo nuovi densi nuvoloni non lasciano presagire nulla di buono. Lasciato il parco, dopo una breve sosta in città dedicata a una visita alla Loggia vecchia, alla Cattedrale di San Giacomo e ad un momento di ristoro, riprendiamo la via per Zara, abbandonando la strada costiera per quella più interna che lambisce Benkovac e Obrovac. Lungo il nastro d’asfalto che si snoda poco battuto tra grandi superfici ondulate, si notano case sparse e isolate con i tetti scoperchiati ed i muri sbrecciati e in gran parte demoliti da colpi d’artiglieria pesante , segni inequivocabili di un odio rabbioso non ancora del tutto sopito e che ancora grava su un paesaggio aspro e dolente, chiuso in lontananza da un’imponente catena di monti, oltre i quali s’indovina la Bosnia.
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