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Gorini, scienziato-artista

«Il genio della scienza distrugge il genio dell’arte – si dice. Non credo: ché ai loro tempi Omero e Dante erano non solo grandi artisti ma grandi scienziati. E che dire di Galileo 'e di Gorini' ecc.?»
Carlo Dossi, Note Azzurre (1911).

Quando Carlo Dossi rientrò in casa, nel momento in cui la luce dorata del pomeriggio cominciava a mescolarsi alle prime ombre della sera, sulle sue spalle un po’ curve gravava tutta la stanchezza di quella giornata d’inizio del secolo, per lui così ricca di emozioni e di rimpianti. Chiuse distrattamente la porta d’ingresso e con l’aiuto del domestico si liberò del soprabito, prima di dirigersi verso la stanza della biblioteca. La sera imbruniva sulle ampie vetrate colorate delle finestre e lenta invadeva la stanza. Si abbandonò sulla poltrona e stette fermo per qualche minuto nel silenzio assoluto e con gli occhi chiusi, come per allontanare pensieri e ricordi che lo assillavano come uno sciame di mosche fastidiose. Temeva uno di quei colpi apoplettici che già in passato avevano insidiato la sua salute e pensò che spesso in occasioni simili la sola lettura gli aveva procurato momenti di rilassamento e di calma. Si alzò, fece luce nella stanza, prese dallo scaffale il volume Vita di Alberto Pisani (quel suo libretto scritto una trentina d’anni prima) e iniziò a leggere: “Degno di Paracèlso!” – e così via, riassaporando quella prosa singolare e nervosa dei suoi primi scritti fino al punto dove il protagonista, ovvero il suo alter-ego, nella giudiziosa sistemazione dei volumi della propria biblioteca, li dispone secondo motivati accoppiamenti, di modo che “Aleardi riesce accosto al Carducci…e così, Rovani, artista-scienziato, si appressa a Gorini, scienziato-artista...”

Sul Carducci poteva ben dire di aver mutato opinione dal momento che quella che un tempo gli sembrava energia di versi di acciajo, ora gli pareva solo forza “imparata a memoria”, più da grammatico che da artista, mentre ad Aleardi, valido poeta, ma dai contorni nebbiosi, dal tristo abbandono, ora come allora non poteva perdonare l’assoluta mancanza di quell’umorismo che era un po’ il sale di ogni grande scrittore. Vicino a loro stavano i suoi grandi amici e “miti” di sempre, Rovani e Gorini appunto, entrambi ormai scomparsi e lì accomunati per quella loro strana mescolanza di arte e scienza. Pensò con un amaro sorriso alla stranezza di certe coincidenze, perché quella vicinanza libresca, poco più che casuale, si era tradotta nella vita in rapporti veri, reali, dal momento che Gorini era stato colui che aveva pietrificato la salma di Rovani ed anche, come lui stesso gli aveva un tempo confidato, un corrispondente epistolare di Aleardi. Anzi, riguardo a quest’ultimo, ricordava che il buon Paolo aveva persino pensato, o sperato, che alcuni versi dell’illustre cantore fossero stati ispirati dalla lettura della sua opera Sull’origine delle montagne, e che la sua delusione per la mancata conferma da parte dell’interessato era stata solo in parte mitigata dal ricevimento di una lettera di stima dello stesso Aleardi, con accluso un carme composto per la morte di Donna Bianca Regizzo (o Ravizzo che fosse, non ricordava), il cui finale tanto rassomigliava a quello delle Lettere consolatorie di Seneca a Marcia.

Davvero strano il destino di Gorini, tanto amato e considerato da artisti e poeti anche affermati (e non solo dalla variopinta pattuglia dei loro amici Scapigliati), quanto spregiato dalle Società scientifiche e dai cosiddetti benpensanti. Era ancora assai vivo in lui il ricordo (e ancora ne fremeva di sdegno dopo tanti anni) di quella serata romana in casa Maraini, quando aveva dovuto difendere dal dileggio e dallo scherno Gorini e altri illustri Italiani, i cui meriti non erano adeguatamente riconosciuti. Aveva sempre creduto, e ancora credeva, al valore scientifico dell’opera del suo amico; tuttavia, se anche in futuro essa fosse stata superata o completamente dimenticata, non sarebbe mai venuta meno la bellezza di quella prosa piena di suggestive intuizioni e così limpida, così aderente ai temi trattati, con quel calmo giro delle proposizioni, le cui pause coincidevano naturalmente con il naturale ritmo del respiro. Un poeta scienziato, insomma, come il Redi, in grado di trattare la Scienza con Arte. Ci avrebbe pensato e avrebbe cercato di lavorare intorno a una siffatta tesi in quel cantiere letterario sempre aperto che era la sua Goriniana.

“ Ma sarà veramente una buona idea- pensò a mezza voce – o sarà òna giavanàda, la solita trovata bizzarra del Carletto Dossi ?….”

Alla porta bussarono per avvertire che la cena era pronta, già in tavola.

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