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Tempo di vacanza. Lettera a un vecchio amico

Carissimo,

                ti scrivo dai luoghi dove, tanto tempo fa, ci eravamo ritirati a preparare il nostro esame di maturità.

L’aria è fresca e pura come allora e i profili dei monti si stagliano ancora contro un cielo pulito e azzurro, solo maculato da qualche nuvoletta vagante; ma non c’è più la nostra locanda e neppure la proprietaria dalle gote rosse e dai modi gentili, così discreta e attenta a soddisfare ogni nostra esigenza di giovani impegnatissimi nello studio. La pensione, dove ora soggiorno, si trova al centro del paese e il giardinetto retrostante brulica di bambini che gridano e si rincorrono tutto il giorno.

Penso ai tempi lontani in cui anch’io trascorrevo le vacanze con la famiglia e in compagnia di tutti i miei figli, che ora si sono un po’ dispersi, seguendo ognuno la propria strada e le proprie inclinazioni. Allora prevaleva la voglia di avventura e il desiderio di scoprire insieme cose nuove, mentre ora mi trovo sempre più spesso solo, seduto su una panchina del parco, con un libro aperto tra le mani e lo sguardo che vaga intorno, seguendo il filo noto dei pensieri e dei ricordi.

Ma non mi lamento: ho vissuto il mio tempo intensamente, talvolta anche faticosamente, con l’intento di tenere unita la mia famiglia e di far crescere ciascuno di noi verso un impegno di vita che preludesse a quell’incontro decisivo che ci toccherà nel momento finale della nostra esistenza. E citando San Paolo (mi pare, se non sbaglio, nella seconda lettera a Timoteo) anch’io vorrei poter dire, per me e per tutti quelli che mi sono stati affidati: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede…”; ma non pensare, amico mio carissimo, che con questi discorsi io mi senta meno attratto dalla vita o che mi stia orientando verso una forma di rassegnazione o, peggio, verso un pericoloso ripiegamento su me stesso. E’ forse proprio la calma atmosfera di queste giornate, talmente uguali e sgombre dagli abituali impegni, ad indurmi a così pacate meditazioni.

D’altra parte ben vengano le vacanze, se sono l’occasione per una più tranquilla e feconda introspezione, tale da rendere finalmente impermeabile la nostra attenzione e concentrazione ai mille stimoli con cui il mezzo televisivo, per dirne uno, quotidianamente assedia e bombarda le nostre menti, con l’inevitabile stupidità del conduttore di talk-show, o del maitre à penser o del tronista o del grande fratello di turno…

Adesso però non darmi del barbogio o del pedante, perché sai bene che non lo sono: del resto se a Giovenale lo sdegno ispirava i versi, (“facit indignatio versum” – ricordi?), concederai a me, che non sono poeta, almeno un piccolo sfogo epistolare.

Sicuro della tua indulgenza, ti saluto da quei monti che furono i silenziosi testimoni del nostro “studio matto e disperatissimo”

Un abbraccio dal tuo vecchio amico di sempre

                Fausto
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