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La lettura della silloge poetica di Mirella Genovese, Morte Annunciata, ispirata ai morti dell’alluvione di Giampilieri (Messina) dell’ottobre del 2009, mi conduce, inevitabilmente, a delle riflessioni. Riflessioni, non certo di tipo ambientale o socio-politico, quanto piuttosto di natura poetico/letteraria, che riguardano il senso e il valore della poesia, oggi più di ieri. Mi sono chiesta : perché Mirella Genovese ha composto un poemetto per dare voce ai morti di una tragedia così assurda? Non certo per narrare i fatti… perché quello è compito della cronaca e dei media, oggi, e domani degli storici. La risposta più convincente a questo mio interrogativo, l’ho trovata nel pensiero della poetessa russa, Marina Cvetaeva che, a proposito della funzione della poesia così si esprime: …” la poesia non è mai specchio del presente, ma suo scudo, dove la figura dello scudo è simbolo di una difesa senza armi e di una volontà di arginare la marea… di sciocchezze, di volgarità, violenze che avanza per difendere appunto “il corpo della lingua”…ossia quei “valori” e quel bagaglio di memorie che ogni poesia conserva”.
Specchio, in quanto, ritraendo uno squarcio della triste realtà del nostro territorio, si connota come poesia civile, e scudo perché la poesia, estranea alle logiche di mercato, si propone di difendere tutti i valori dello spirito e la vita, nella sua complessità e ricchezza. In un’epoca come nostra, in cui gli interessi economici e il potere trionfano, a danno della cultura appare, quindi, fondamentale, oltre che doveroso, soffermarci sul motivo per cui la nostra poetessa abbia espresso, attraverso un libro di poesia, la sua indignazione e rabbia per la morte così tragica di tante persone. I poeti, nel loro piccolo e sconosciuto mondo, vogliono operare per fermare, per quanto sia loro possibile, l’autodistruzione del pianeta, a cui – inesorabilmente – ci stiamo avviando, complici interessi ciechi di denaro e di potere. E tra questi poeti c’è anche Mirella Genovese che alla poesia crede. Noi alla poesia crediamo e alla poesia non rinunciamo . La poesia non è inutile come molti pensano… Non è vero che non serve a nulla, che non ha compiti né funzioni. Essa ci aiuta a dire la verità sulle cose, a dettarci frammenti di verità del nostro vivere, ci insegna a contemplare, a ricordare, a rispettare il proprio e l’altrui destino; la poesia possiede perfino la forza di far rinascere, aiuta a sopravvivere nel fango e nel deserto della società massificata. Direi che la poesia è come l’acqua, e come l’acqua è indispensabile alla vita. Come l’acqua la poesia è semplice, come l’acqua la poesia purifica. Le poesie che leggiamo in Morte Annunciata sono state composte – come dicevo – sull’onda emotiva dell’alluvione dell’ottobre del 2009 che ha colpito Giampilieri, Scaletta Zanclea ed i comuni vicini sulla costa ionica della provincia di Messina. I versi sono dedicati alle 37 vittime, i cui nomi si possono leggere nella prima pagina del libro. Emerge subito la posizione dell’autrice che, se da un lato, ci pone davanti alla realtà triste del nostro tempo e delle nostre contraddizioni, dall’altro, da credente qual è, ci proietta nel mondo ultraterreno, ci vuol dare speranza, facendoci balenare l’idea di un mondo migliore, come si evince dalla poesia che conclude, Ultima visione. Il lavoro poetico si presenta singolare nella struttura che mette insieme elementi della tragedia greca (cori dei morti) ad interessi religiosi, morali e sociali dell’autrice (le quattro Visioni). E tutto ciò non tanto perché la Genovese va alla ricerca di nuove tecniche poetiche, quanto perché vuole accentrare le sue facoltà visionarie sulla tensione etica dei suoi messaggi di denuncia : per questo dà voce ai morti, perché essi rivelino come sia stata violentata e distrutta dal fango la semplicità e la bellezza della loro vita quotidiana oltre che della natura Mi riferisco alle poesie :Una madre, Una bambina, Una single, Una casalinga, Di passaggio. Raccontano particolari della propria vita e richiamano i morti di Spoon River di Edgar Lee Master; una vita di persone comuni suggellata dalla morte; ma mentre i personaggi di Master sono morti di morte naturale, qui, è morte annunciata, in quanto determinata da cause imputabili all’incuria degli uomini. Sembra proprio di vedere, come su un palcoscenico, quelle terribili scene : quasi s’ode lo scroscio della pioggia che ritma un’ansia di morte, il fango che invade le strade, abbatte case, alberi, il fango ovunque che come pane fermenta. E…. quando il suggello della morte si pone sul corpo della vittima, la sua voce comincia a suonare, per noi lettori, da un altrove che noi non conosciamo ma nel quale crediamo, sentiamo anche noi d’aver lasciato le spoglie terrene, sentiamo anche noi d’essere stati travolti dal fango e d’essere approdati ad un mondo migliore, da dove, però, continuiamo a struggerci per il male che tormenta la terra. Mirella così ci fa entrare nella realtà ultramondana e lo fa nel rispetto tanto della tradizione classica degli antichi greci e romani quanto di quella cristiana. Come Omero la poetessa ci presenta l’anima distaccata dal corpo, come un eidolon non però come una copia sbiadita di quello che fu, ma come anima ancora legata al mondo terreno del quale ha nostalgia. Nelle quattro visioni, invece, dislocate in diversi punti del libro, la Genovese richiama scene ed episodi del Nuovo e Vecchio Testamento e dà, così, spazio alla religiosa solennità del proprio Credo cristiano. La prima visione è quella dell’Ecce Homo. Di fronte alla morte violenta di tanti innocenti, quale altra visione poteva apparire allo sguardo della poetessa se non quella di Gesù, coronato di spine, vestito in modo beffardo da re dai suoi stessi aguzzini? Esperienze come la morte, la sofferenza, l’umiliazione, la malattia bussano sempre alla nostra porta e.. in quei momenti, pensare a Cristo dà conforto, allevia il dolore. Ma Cristo, qui, non è al centro della scena, che viene occupata invece da Ponzio Pilato che si lava le mani e tace. Esplicito riferimento al silenzio complice delle autorità politiche. Nella seconda visione Mirella vede Gesù nel Getsemani e si chiede il perché pianga lacrime di sangue. Non è una domanda retorica, come appare subito, ma, a mio avviso, è un volere sottolineare la solitudine di ciascuno di noi di fronte alla morte e la necessità di affidarci, come Gesù al Padre: “Abbà, Padre! allontana da me questo calice! Però, si faccia la tua e non la mia volontà” Anche nelle altre due visioni si pone degli interrogativi certamente con l’intento di invitare i lettori ad una presa di coscienza. Nella terza, infatti, dopo aver riportato la famosa frase evangelica: “Lasciate che i pargoli vengano a me” la poetessa si chiede: “sono loro la nostra innocenza e la nostra gioia?” Tutte le problematiche dell’infanzia di oggi (pedofilia compresa) danno la risposta. Serena e foriera di speranza – come dicevo all’inizio – è la quarta e ultima visione dove ci presenta un popolo che esulta, che cresce e lavora / nella sua terra, non più emigrante / un popolo che ha radici profonde come alberi /, un popolo che non conosce barriere. Siamo forse nella valle di Giosafat? si chiede l’autrice. Risponde: Anche in terra si può conoscere la pienezza dei tempi: lì è il Paradiso Sembrano i versi messianici di un poeta vate di un poeta veggente che vuol darci un messaggio universale di salvezza, anche se sappiamo che oggi il poeta non riveste più il ruolo del veggente, né aspira a messaggi universali di salvezza. Pensiamo ad Eugenio Montale quando scrisse che nessuna verità o rivelazione può darci il poeta: Non chiederci la parola che squadri da ogni lato... Ma sappiamo anche che ogni poeta è sempre alla ricerca di un quid di assoluto e anche per Mirella la poesia possiede la chiave per accedere al proprio mondo interiore e a quello dell’altro e, all’interno di questa chiave, ogni prospettiva è possibile, forse… anche quella di sperare in un Paradiso in terra. Ricordiamoci, però, che dal divenire storico non possiamo tirarci fuori, così come non possiamo tirarci fuori dalla storia, neanche quando questa fa orrore, neanche quando c’è la certezza della catastrofe. Così come non si è potuto o voluto tirar fuori Pasquale Neri, detto Simone a cui è dedicato il poemetto All’avventura, posto al centro del libretto. Pasquale Simone Neri è stato un marinaio della Marina Militare, morto anche lui travolto dalla caduta di una parete, mentre cercava di salvare un bambino dalla massa di fango, dopo aver già salvato otto persone. Un eroe, al quale la nostra città Barcellona Pozzo di Gotto, ha voluto intitolare il lungomare di Spinesante ove si trova anche una stele a lui dedicata con incisa l’ultima frase che – secondo quanto riportato da testimonianze – disse al telefono alla fidanzata prima di morire: “C’è un bambino che piange, vado a salvarlo”. Così pagina dopo pagina, ascoltiamo voci di morti che, a tratti sussurrano, a tratti urlano, ma è sempre un ‘accorata invocazione agli uomini vivi e alle loro capacità perché pongano fine al rischio idrogeologico delle nostre terre e dell’Italia tutta ove, ormai da più di mezzo secolo si piangono vittime (dalle alluvioni del Po in Polesine, alla frana del monte Toc nella diga del Vajont fino agli ultimi cedimenti delle colline calabresi e messinesi). Il registro poetico è lapidario, asciutto, paratattico, discorsivo, legato alla concretezza dell’argomento ed indica come il ruolo dell’autrice non sia quello di chi osserva dall’esterno, ma di chi si identifica con i morti: siano essi uomini, animali o piante. Animali e piante, nei due rispettivi cori, interpreti del pensiero della poetessa, accennano anche all’urbanizzazione di aree di pertinenza fluviale, alle costruzioni di cemento lungo il corso dei fiumi, al disboscamento e concludono con un lungo catalogo di disastri nelle varie parti del mondo e i milioni di vite umane. Poesia di denuncia civile, dunque, questa di Mirella, ma anche poesia scudo, ovvero difesa e resistenza. Resta il fatto, però, che sempre più pesante diviene la fatica del resistere, più stringente l’assedio alla vitalità del pensiero, e cresce il timore dell’appiattimento delle menti. Resta il fatto che bisogna combattere contro un mondo centrato esclusivamente su logiche economiche. E’ una lotta senza armi, ma con un solo mezzo a disposizione: la poesia. Per questo la Genovese si affida alla forza empatica della parola poetica e comunica ai lettori orizzonti di rigenerazione, orizzonti di rinnovamento che – lei spera – si realizzeranno anche grazie a questo libro. Nella sua nota introduttiva, infatti, si legge: “Se i miei versi concentrati – nell’ascolto delle invocazioni delle vittime – scomparse per sempre nell’alluvione – riusciranno a toccare il cuore di chi legge e a suscitare quella condivisione – quasi interamente mancata nel momento del tragico evento – allora riusciranno anche a suscitare l’esigenza di intervenire in favore di quei vivi-sopravvissuti.” |
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