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Il mare delle nuvole

Il passo scalzo dell’estate

Invidio a Paolo Carlucci il verso “il passo scalzo dell'estate” nel suo libro Il mare delle nuvole e proseguo.

Non ho intenzione di commentare il suo libro sui contenuti sociali, che dai “satiri e menadi danzanti” preannuncianti “...i fiori del Male / della Modernità che verrà” arrivano a denunciare l'orrore di Lampedusa, e ironizzano su una “Generazione Y”, dal momento che già Plinio Perilli lo ha fatto con precisa e attenta analisi.

Mi dilungherò invece, oserei dire con gran gusto, sui suoi contenuti pittorici. Mi piace farlo perché è nei suoi giochi di parole, nelle sue metafore, che trovo i tocchi di colore che, da appassionata di pittura, mi forniscono una chiave di lettura particolare.

Torno dunque al verso “il passo scalzo dell'estate” che mi dipinge, in un batter d'occhio, la freschezza di un camminare “scalzo” in un'estate torrida. La parola “scalzo” che mi tratteggia il piede nudo a contatto di un suolo, provoca in me una sensazione di ricordi di estati su estati, torride sì ma bagnate di una limpidezza di luci, di colori, e desiderio di ombra. In “.../ nell'ombra m'accaso / un poco nella chiesa / alta e fitta di sterpi...” risuona un po' il “Meriggiare pallido e assorto” dei pruni e sterpi di Montale e, l'osservare tra frondi il palpitare / lontano di scaglie di mare lo avviso nei versi “Aperta tra i colli la ferita / felice del mare”. Però in Paolo percepisco una segreta intimità in quel m'accaso nella chiesa dove va a trovare refrigerio sì, ma un refrigerio di calma solitudine “tra messali di ginestre” che gettano all'improvviso una pennellata di giallo, colore brillante per eccellenza. Questo sprazzo di giallo rivela una luminosa religiosità da scoprire in un angolo ombroso della chiesa.

Con “Batte col suo piede / notturno la terra / un capriccio di vento” è la premessa di un “ritrovare / oscuro il miracolo / nel rosario dei piedi, / industriosi e dispersi, / che l'alba, gravida d'estate, / ad occhi chiusi saluta”. Sento qui, in “Un sogno apre il giorno” il vento di Turner che circola tra i versi; è bastato, per la mia immaginazione, dare alla terra la forza di battere un piede notturno per evocare i cieli gonfi di vento nelle tele di Turner.

D'altronde la parola vento si ripropone spesso tra i versi di questo libro; ma anche senza nominarla oserei dire che spesso i versi di Paolo sono ventosi e lo sono nella misura in cui vi circola aria tra i versi, condizione necessaria, secondo quello che diceva Francois Cheng in Souffle-esprit, affinché si determini in poesia e nell'arte il respiro. Inoltre quel battere della terra il piede notturno mi collega a Turner anche perché la terra nella sua pittura era sempre polverosa, alzata dal vento.

Il colore viene da sé.

“Vorrei mangiarlo” disse una volta una mia compagna di Liceo Artistico, nell'estrarre da una ciotola il pennello intriso di un rosso carminio intenso, bellissimo, e alludendo al suo potere non solo sugli occhi ma sul gusto. Segno che il colore, come la parola, è un elemento quasi fisico, una sostanza, quasi un nutrimento goloso, che va però a nutrire la profondità del nostro essere. Ed attraverso il colore, che incide sui nostri sensi, si esprimono valori etici e morali.

E' sempre quello di Paolo Carlucci un cercare e trovare la parola come un grumo di colore asportato col pennello da una ricca tavolozza di parole cromatiche.

Vado a cogliere, pregustandoli, versi che sono pennellate di parole che in un lampo squarciano la pagina gettando luce su potenti immagini di paesaggi.

Quale impatto “versi di sangue bendati di neve”!; siamo in Russia, il paesaggio è di neve e il sangue di Esenin si “versa” sul verso!

Così “Fu lapide di baci!” che ci raggiunge come una coltellata sul cuore. Come non ricordare al Père Lachais la tomba di Modigliani e non sentire nel verso il freddo, grigio, della lapide mentre “la vita tornava violenta d'aprile”.

E con “Fuoco sulla Poesia!” udiamo il rimbombo di una fucilata nel silenzio della Sierra Nevada, dove si versava “Sulla terra il sangue di una farfalla”; in un istante vedo la traiettoria rossa del fuoco verso il corpo di Garcia Lorca.

Penso a quella chiazza di rosso intenso, la chiazza di sangue che il Caravaggio fa sgorgare nel mezzo della tela nella Decapitazione del Battista, non senza averla dosata per l'equilibrio dell'impianto della scena, così come si dosa una parola nel testo di una poesia.

Fu Proust, con la sua estrema sensibilità al colore, ad esclamare ad un evento mondano, vedendosi venire incontro una donna vestita di un bianco candore con una rosa rossa sul petto: “Pugnalata da una rosa!”.

Abbiamo bisogno del colore e, in poesia del colore nella parola, per fare Arte.

Non dimentichiamo che anche il nero, il grigio e il bianco sono colori, così come lo sono in Guernica, se per esprimere il dolore lancinante della guerra, della distruzione, si voglia fare a meno di altri colori che non esprimano in pieno la disperazione che rende tutto buio, tetro.

La parola, nel testo di Paolo Carlucci, è comunque sempre netta, pulita, tersa anche quando in “I nuovi Sciti” parla di spade, di sangue, di morte, di “il cappio sopra la sedia”; o quando parla dell'ecatombe di Lampedusa. Essa si rinfrange sempre luminosa, in un suo spazio.

I suoi colori, le sue parole, sono puri come quelli di Matisse, intendendo per puri non contaminati da colori che ne guasterebbero la brillantezza.

Infatti ogni parola nei versi di Paolo è come se si staccasse da altre per risaltare. Non è un caso, tra l'altro che Paolo, nel leggere le sue poesie, marchi le parole ad un ritmo che le stacca una dall'altra.

Sarebbe piaciuto molto a Pissarro “sandalo dei pensieri / all'edicola rosa dell'alba”, se torno a quelle sue tele con grumi di colore rosa-arancio di innumerevoli albe; a lui che conosceva bene tutte le sfumature rosa delle mattine, al sorgere dell'alba, tra foschie o gelate: Après-midi, soleil, Rouen; Saint-Sever, Rouen, matin, cinq heures; Bateaux, coucher de soleil, Rouen . E poi effet de pluie; effet de soleil, matin; effet de neige; tutti effetti di rosa in albe.

E sono effetti di colore anche quelli nei versi di Paolo.

I versi di una poesia sono effetti. In ogni verso si crea un effetto che deve colpire la sensibilità, l'immaginazione, i sentimenti di chi lo leggerà. La poesia è arte; non è semplice cronaca.

E Paolo lo sa benissimo: “...poesia è filo che raggruma / un vetro di nubi, parole allo specchio”; anche quando si narrano le vicende di artisti come Pier Paolo Pasolini e Attilio Bertolucci. “Fui petrolio di carne con gli occhiali / scuri che ridevano la prosa di un bacio” e “Messa cantata di un Novecento / nuvole di colori che dalle maremme / andando scorge l'ondulare del mare /...”.

La poesia breve deve in pochi versi raccontare ciò di cui ci vorrebbero fogli su fogli per esaurire l'argomento. Si ha a disposizione un vocabolario interno da cui estrarre le parole che vadano ad incidere il più profondamente ed il più velocemente possibile la sensibilità del lettore.

La parola deve risultare come un colore unico venuto dall'anima, che si rifrange di nuovo nel leggerla; e, di riflesso, il colore trovato si trasforma in parola nel verso, in Poesia.

E diventando parola diventa suono, musica.

Non è di certo solo per essere colore che Paolo sceglie una parola. Non vorrei che si fraintendesse ciò che sto scrivendo. Affinché il dolore o l'allegrezza o altro sentimento fuoriesca dalla parola, questa deve essere scolpita in suono, in colore; suono e colore a suscitare contemporaneamente, all'unisono, l'emozione.

Tutto questo è nella poesia di Paolo Carlucci che, nell'essere poeta, è pittore, e musicista di un ritmo tutto suo.

22 febbraio 2015

Recensione
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