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Lo definisce «fiaba», Venerio Scarselli, questo poemetto che invece è un dramma, il dramma delta storia dell'uomo che dai mitici giorni sereni e innocenti trascorsi nel giardino dell'Eden poi, di evoluzione in evoluzione. assecondando le tentazioni dclla Ragione, arriva sulla Terra. la sottomette con tutte le sue creature, e dà il via alla Storia. Che è una storia, come sappiamo, non priva certo di prove magnifiche delle potenzialità della mente umana, ma anche, purtroppo, fatta di violenza, crudeltà, ricerca di potere e di potenza, inondata da fiumi di sangue innocente. Il genere umano di Scarselli finisce col distruggerlo, il pianeta su cui era approdato. Si salva soltanto un uomo il quale si mette in cerca di qualche altro sopravvissuto e di un angolo di pianeta indenne dalla catastrofe. E qui. forse, cominciano il vero dramma e il rovello mentale scarselliani.

Il sopravvissuto trova, quasi per miracolo, un luogo indenne, ancora ridente e pieno di vita: e accarezza il sogno di ricostruire, partendo da lì, un nuovo Eden basato su un rapporto di rispetto e d'amore tra lui e gli animali, tra lui e le piante. esente dalta cupidigia e della volontà di sopraffazione. E qui Scarselli ci dà alcune pagine molto belle in cui parla dell'idillio francescano tra il suo uomo e le altre creature, tutte definite sorelle e fratelli. Ma, ohimé. gradualmente le antiche vocazioni umane finiscono per prevalere. Quello che doveva essere il nuovo Adamo ricomincia a divorare gli animali, sente crescere in sé la volontà di accaparramento e di dominio. E si rende conto del proprio fallimento. A questo punto la sua coscicnza — e quella del poeta — va in crisi: il Male è dunque insito inesorabilmente nel Dna dell'umanità? Non siamo proprio in grado di costruire una società innocente, basata sull'amore c sull'uguaglianza? Non sapremo mai dominare «il brivido ancestrale che accompagna | soltanto la caccia per uccidere»? Questo è il nostro vero destino: essere impotenti davanti al Male che cova sempre in fondo al nostro cuore? Confessa il personaggio del poemetto: «Ora avevo l'amara certezza | che il subdolo gene del Male | è indissolubilmente attorcigliato | al Dna degli esseri viventi | e viene inoculato nel sangue | di padre in figlio»; la Ragione non può che seguire «la brutale e prepotente volontà | di autoaffermazione dell'Ego». Al culmine della disperazione, viene soccorso da un evento miracoloso: della «luce divina d'Amore | ch'io non seppi creare nel mio Eden | e assomiglia a quella Luce che vedo | sempre pia irresistibilmente vicina | da cui so di essere atteso». Insomma, soltanto Dio — questo l'atto di fede che il poemetto ci consegna — può redimere e salvare la propria creatura.

Un poemetto scritto con maestria linguistica e accortezza intellettuale, in cui si leggono pagine di delicata fragranza francescana accanto ad altre di dolorosa riflessione sulla condizione e sui limiti umani, cioè sulla nostra incapacità d'essere all'altezza del disegno iniziale della Creazione.

in: "Nuova Antologia", marzo 2009.

Recensione
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