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Pietre

La voce libera del poeta in un mondo spezzato e sconnesso è un urlo silenzioso, è un virile “pianto che non si vede”.

Il poeta lucano, animato da una forte tensione etico-civile leva il suo canto di dolore sulle sorti della sua Lucania, emblema della condizione universale in ogni plaga del mondo. “Non si schiara il cielo” per “La piega storta delle idee”, già denunciata nelle sillogi presenti.

La tristezza negli occhi del padre, “che non aveva padroni e rispettava la Legge”, è diventata amarezza nell’animo del figlio per la consapevolezza della “sporca rassegnazione”, che ci investe e “avviluppa il nostro essere”.

Non contiamo più niente: / siamo i deportati della globalizzazione, / le pedine delle multinazionali. … Non abbiamo più nulla: / persa è la dignità …

In due acrostici è racchiusa la condizione umana: chi ha torto e chi lo subisce …

Gente Gente
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ngorda Indigente
Notoriamente Notevolmente
Ingannevole Ingannata

Si acuisce la prevaricazione sull’uomo, sulla natura, sull’ambiente, in nome dell’antica “esecrabile fame dell’oro”.

La storia si ripete: la fame / ci prostra alle lusinghe straniere / e alimenta la morte civile.

Una denuncia sommessa, senza speranza.

… Il treno arriverà nel 2019! / L’hanno deciso a Bruxelles … / … … / Nel frattempo le trivelle / squarteranno la terra / il mare verrà imbrattato / e le neoplasie trionferanno. / … … / Il 2020 sarà l’anno zero.

Versi che trasudano amarezza in un atto di accusa, che coinvolge anche l’io del poeta. Pietre lanciate contro il malcostume generalizzato diventato costume come contro la mancanza di coraggio personale e collettivo.

Il poeta non “baratta il suo pensiero”, non cede alle lusinghe della prostituzione morale che con blandizie cerca di soggiogare. Il poeta si abbevera alle fonti della Musa. Versi essenziali, scabri come pietre, pietre che scuotono le coscienze, suscitando un groviglio di sentimenti, dalla nostalgia al rimpianto per una ribellione mancata, per rivoluzione abortita.

Una disillusione scevra da rancore per ciò che poteva essere e non è stato. L’afflato lirico come panacea e compensazione alla malinconia dell’essere e della Storia.

Recensione
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