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Prefazione a
Da solo e in silenzio
di Francesco Sassetto

la Scheda del libro

Bruno Rosada

"È tempo di scrivere poesie", così Francesco Sassetto sembra giustificarsi della grave colpa di vivere e poetare in una civiltà senza padre ("se accanto avessi mio Padre…" dice ad un altro punto), ma poi soggiunge "sbiadisce presto il sole". E infatti.

Al giorno d'oggi torniamo (vizio ricorrente) a domandarci se abbia un senso scrivere versi. E, se lo ha, perché ce l'ha, un qualche senso. Come se fosse d'obbligo che non lo avesse. Come se fosse nella natura della poesia presentarsi nella veste di un "facile giuoco" enigmistico.

In verità la poesia si mostra anche agli scettici più incalliti come un elemento insopprimibile dell'animo umano, solo che "rempaira" sempre "a cor gentil". E ci sono dei tempi in cui la poesia non ha luoghi dove ripararsi. O ne ha pochissimi.

Questi versi di Francesco Sassetto sembrano però l'esempio di un luogo in cui la poesia potrebbe ripararsi, in altre parole di "come si deve poetare", ovvero "si dovrebbe", soprattutto in un'epoca in cui l'impoeticità regna sovrana perché si è perso il canone, o meglio si è perso il gusto della poesia ("la poesia di sempre che ronza intorno/e torna a farci compagnia") e con esso lo scopo della poesia, ma "è difficile dare un senso, un senso qualunque,/alla strada" (dice Sassetto echeggiando Lee Masters).

Ma quella di Sassetto è una poesia che ha radici, cioè ha un tempo e un luogo di nascita nell'Italia del Novecento. Una poesia come questa è impensabile altrove: si inserisce nella nobile tradizione di un perenne petrarchismo, che nasce un secolo prima di Petrarca col "dolce stil novo", e che dà i suoi esiti recenti nella poesia del Novecento, che rispetto al precedente main stream si presenta da Betocchi a Turoldo a Raboni a Ruffilli, con caratteri molto simili, ma anche con alcune differenze specifiche, in particolare con una carica di significazioni più intensa e quindi con movenze concettuali più esplicite.

E questi aspetti che caratterizzano la poesia di Sassetto, si concretano nella particolare finezza con cui egli organizza la materia fonica, che finisce per assumere una funzione connotativa. Si veda per esempio un verso come "È la mia solitudine nelle mie mani", dove l'alternarsi delle vocali è dominato al centro del verso dalla insistente sequenza delle "e", che anticipano le due "e" dominanti nella clausola del verso successivo "che non tengono niente". Qui al significato specifico delle parole si aggiunge l'atmosfera suggerita da quell'inseguirsi di "e": queste di per sé non avrebbero il senso struggente e disperato che qui invece assumono, e lo assumono proprio perché c'è una inter-azione tra l'aspetto denotativo e quello significativo del verso. È un esempio questo verso, che non ho scelto del tutto a caso, perché in effetti la sua significazione si estende lungo tutta la raccolta e ne costituisce in qualche modo il perno. L'affermazione può sembrare privata, personale, ma per altri versi costituisce il dramma del secolo: non solo per la "solitudine" ("saremo soli/come soli/siamo sempre stati" dice in un altro testo), che si supporta nell'incomunicabilità ("Mai nulla svelò al mio cuore ansioso/il tuo infinito"), ma più ancora per quel "niente", per quell'atteggiamento che rappresenta la delusione per un possesso inesistente.

"E così ci siamo lasciati, ognuno/con i suoi pensieri e con le mani in tasca". E ancora "Dov'è fuggita la bella stagione", e ancora, in dialetto questa volta, "La vita xe 'sto flusso d'acqua scura/che sbate su i pagioi e li destaca". Sono, questi sì presi a caso e se ne potrebbero aggiungere molti altri, i ritmi insistenti di una rassegnata "emozione del distacco" che accomuna la poesia di Sassetto a tanta parte della cultura europea del secolo appena trascorso, e che fonda il suo pregnante negativismo. È un negativismo ontologico ("trascorre il tempo e con lui tutto vanisce"), ed è un negativismo gnoseologico, forse più amaro: "Altro non so./Altro io non credo", dove il monosillabo "io" del secondo verso, che spezza l'anafora, enfatizza il senso di solitudine e, nel momento in cui l'indifferenza si maschera da tolleranza, ritaglia l'unico spazio riservato all'io nell'età dell'individualismo di massa: "Questa notte sono solo/insieme a te", e non importa che quel "te" poi si sveli essere la tristezza: la chiave del discorso è la contraddizione: "solo insieme": lo spazio riservato all'io è quello della "nebbia d'atti", della inconsapevolezza, l'inconscio freudiano esercitato nel vissuto. Dello sgomento del "discorso interrotto" resta allora lo stato d'animo, il pensiero poetante si è stemperato in una emozione intellettuale ed emerge solo la stanchezza dell'illusione.

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