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Manuela Bellodi, poetessa nata a Modena che da trent'anni vive a Padova, ha pubblicato finora tre libri di poesie: nel 1980 Distacchi, nel 2001 Per una manciata d'amore e quest'anno la terza raccolta Albicocche per i miei ospiti che lei distribuisce a piene mani a quanti hanno voglia di poesie rilassanti e gustose. Dal suo cesto esce infatti un profluvio di colori e sapori, odori e sentimenti, la cornucopia è piccola, 64 pagine per 44 poesie, ma a getto continuo, abbondanti sono i frutti generati dal giardino mentale dell'autrice.

Già Cicerone sosteneva che, quando si ha un orto e una biblioteca, alla vita non manca nulla. Si può essere tristi e malinconici, un libro è una medicina, un conforto, tanto più se è un libro di poesie arioso e frizzante, solare e leggero come questo. L'aggettivo "leggero" va letto seguendo le indicazioni di Italo Calvino, che nelle sue "Lezioni americane" spiega come il concetto di leggerezza non sia sinonimo di superficialità o, peggio ancora, di stupidità, contrapposto a profondità.

Fin dal titolo il libro induce l'acquolina in bocca, tantopiù che le albicocche, come del resto le ciliegie e le fragole, sono fra i primi frutti dell'anno che maturano nella stagione che chiude l'inverno e prelude ai caldi benefici dell'estate. Dunque un libro che invoglia alla degustazione, tantopiù se si presenta con un dipinto del pittore padovano Gioacchino Bragato in copertina e sotto l'egida di un inedito "Arco di trionfo" augurale che porta la firma di Silvio Ramat, simbolico padrino di battesimo. Ma di cosa parlano queste poesie?

Di giardini e di fiori, di alberi e piante, di boccioli e di semi, che danno il pretesto di mostrare le analogie con gli stati d'animo degli esseri umani: nei testi cuore può far rima con fiore e con amore ma anche con dolore. Il gioco delle rime piace a Manuela Bellodi, che vi si cimenta e ci si sbizzarrisce con enfasi, allora nel suo simbolico giardino, un hortus (mai) conclusus dove lei vede crescere la natura rigogliosa, si realizza, tanto per restare sull'assonanza delle rime, il destino di ciascuno di noi: giardino, destino. Si citava prima un hortus (mai) conclusus, che a Padova è rappresentato dall'Orto Botanico, fra le cui mura cinquecentesche crescono centinaia di specie vegetali. Il lavoro di Manuela fa pensare proprio a questo, con l'aggiunta dell'avverbio di tempo "mai" che sta a indicare come, nella coltivazione di qualsiasi cosa, un'arte, un hobby, una passione, un'amicizia, un giardino, un orto, non si finisce mai di ampliare le conoscenze sull'argomento e perfezionare le tecniche rinnovando il pensiero di continuo. Così si spiega come un libretto di una sessantina di pagine possa contenere una varietà così ampia di esemplari arborei e floreali e di rimpiattini linguistici giocati su un unico tema che però cambia di continuo, come le variazioni in ambito musicale.

Recensione
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