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Lunamajella

Poeti del Parco

Poesia in lingua, con traduzione in dialetto abruzzese, uno dei tanti di questa regione, del teatino. Una sola volta la poesia in dialetto precede la versione in lingua “Annine”, che parla in prima persona e racconta. Luna e montagna, cielo e terra, uniti per ricomporre l’unità dell’umanità e del sé. “Lunamajella, globo sospeso / che quasi ci tocca, verso Palena / ma è come verso Marte...” Un altro mondo, appunto, un’atmosfera nella quale sembra impossibile vivere a noi cittadini. Perché il grande assente è la città: montagne, terra, natura, uomo, uccelli, vento, pietra, divinità. Qui non ci sono i rumori e le scorie della metropoli - le sue voci - ma “ci sono ancora le voci / tra pianta e fiore...” e dialoghi trai viventi “perché io lo chiamo e lui mi deve aiutare / l’ulivo docile al vento, il fiore / sbreccato, il Dio di mio padre.” Unione tra terra e cielo, pianta e radici; le proprie radici.

Alto e urgente messaggio della Poesia, di questa poesia. Depurarci da ciò che ci inquina e non solo nel respiro, ma nella mente e nella nostra visione del mondo; socializzazione e ricerca del sé sono entrambi componenti del vivere umano e bisogna ritrovare un equilibrio, nella solitudine e nel rapporto con il paese, il borgo, la sua storia, i suoi vecchi. “Qui i poeti / non ti accompagnano/ devi procedere solo”. I poeti, appunto, non la Poesia. Occorre ritrovare l’anima del mondo in cui siamo immersi, il Dio-Natura non panteistico, ma “cosmoteandrico” secondo la profonda ed essenziale definizione di Panikkar. “Canta le tue dispute ricavate nel piatto / la tua pietra, Signore, il rosone che in questo filare / di panche, in questo restare / ha il crescente ruotare del grano.” Le panche, gli uomini a colloquio col Dio, il filare della vite, il vino, il ciclo del grano assimilato al rosone, finestra di luce e simbolo del Sole divino. Il ritmo scandito dall’ are, desinenza aperta, che risuona nel sacro... altare. Certo, non è facile. Di fronte alla montagna si sperimenta il dolore, il vuoto, “dal basso si perde...” eppure resta, il “desiderio di toccarsi e di restare”. Una digressione “geocritica” che fa comprendere meglio questa poesia di Stefanoni. La Majella è una montagna molto diversa dal Gran Sasso, che sembra “aristocratico” più simile ad una vetta alpina, inquieta; la Majella non cerca le altezze, non stupisce con i suoi picchi: è grande, è un muro che incute rispetto, un massiccio calmo e tremendo insieme. Una montagna “paesana e popolare”.

Questa montagna resta, il paese muore, e chi viene da fuori “porta notizie, ma non ode dalle porte”: come ci fosse una comunicazione a senso unico, una abilità nel parlare, ma non nell’ ascoltare le voci, i segni delle morti, della fine del paese, dei paesi- quanti paesi muoiono per far “vivere” le città? E non c’è soluzione, neanche la saggezza degli anziani, che possono solo accusare e preparare “sedie / che restano vuote”. Per chi muore o chi parte. La raccolta si apre con un’affermazione “Chi viene dice / che qui non c’è nulla” e si chiude con un interrogativo “Chi sistema..?” che richiama un’altra poesia “Rassetti”: la morte è il grande rassetto, l’uomo vivente “seduto, veglia”… “Ma seduti vegliamo / rincorrendo dalle case i versanti” cercando nei fianchi della montagna l’ascesi, la grande risposta a tutta l’esistenza. Perché tutto si ricompone nella “chiave” che apre l’ultima porta, il senso sta nell’ultimo passaggio. E non sapremo, se non allora, se il passo inciso sul gradino è il ricordo dell’esistenza o il segno del tra-passo. “Forse l’ultima chiave, il male vinto della casa / nel passo inciso sul gradino.

Recensione
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