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Il romanzo di Ugo poeta e playboy

Il Foscolo, si sa, aveva assegnato alla forma assoluta della poesia il compito e il potere di superamento del contrasto tra finito e infinito e di assorbimento dell'uno nell'altro. Argomento capitale che si dibatteva in quegli anni, il problema filosofico della conciliazione di finito e infinito; che Hegel aveva affidato alla dialettica della ragione e di cui Kierkegaard, di lì a poco, avrebbe dichiarato l'impossibilità di soluzione, nell'inconciliabilità degli opposti e nel conseguente sbilanciamento d'angoscia tra essere e nulla. Certo, il progetto o l'istinto di compensare nelle perfette geometrie del linguaggio le aforie del mondo e della storia aveva, ed ha, le sue ragioni lecite e necessarie. Ma che il Foscolo ne abbia tratto soddisfazione, specie sul piano psicologico, è un altro conto. E la sua vita sta li a testimoniarcelo.

Ce ne dà conto anche una recente biografia, scritta da Adriana Flamigni e Rosella Mangaroni e pubblicata dall'editore Camunia: Ugo Foscolo, la passione dell'esilio. Un libro oltre tutto di piacevolissima lettura, senza per questo rinunciare ad una ampia ed esauriente documentazione, lungo gli anni di una vita densa e febbrile, dalla nascita nell'isola di Zante alla morte in Inghilterra.

Che la vita del Foscolo sia attraversata da una profonda e insanabile inquietudine, emerge a ogni pagina, a ogni incontro, in ogni rapporto d'amore, di amicizia o di lavoro. Un'angoscia insegue Ugo senza dargli tregua. Un'ansia, nella vita quotidiana, continuamente materializzata in ectoplasmi e combattuta, nei ruoli decisivi, sostenuti di volta in volta o tutti assieme: l'Amante, il Patriota, il Soldato, il Maestro, il Poeta.

E tutto ciò emerge dal bel libro della Flamigni e della Mangaroni. Sulle tracce di questo impetuoso uomo di cultura, amante appassionato, grande dissipatore di sé e delle sue cose, siano esse idee o ricchezze, forze o emozioni. Alla fine, deluso e disincantato, ma non per questo meno acceso e tormentato: eternamente in tensione.

Direi, per usare la terminologia poi introdotta da Kierkegaard, che sullo «stadio estetico», del mondo come spettacolo da godere, nel Foscolo abbia sempre esercitato interferenza lo «stadio etico», di una fedeltà ossessiva a se stesso e ai vincoli che egli si assegnava e riconosceva come inderogabili. Nella consapevolezza, o nel sospetto, che l'interferenza era forzosa e che gli impulsi etici, per quanto giustificati e nobilitati nel piano tutto illuministico di una crescita civile dell'uomo, erano il risvolto della cattiva coscienza e della paura di morte.

Di questa sua dissociazione, il Foscolo è stato in gran parte consapevole; e così pure del fatto che, se da una parte aspirava nella vita a un pragmatismo disincantato, perfino un po' scettico, capace di godere delle bellezze del mondo, dall'altra un imperativo categorico lo riportava alla costruzione, all'impegno, all'esistenza esemplare. Cioè, in termini di letteratura, se anelava (come anelava) alla libertà delle strutture, allo spirito arguto e spregiudicato, al tono brillante, finiva sempre con l'attestarsi sulla perfezione canonica, sulla soluzione drammatica, sulla solennità. Fatto sta che l'intelligenza del Foscolo, come tutte le intelligenze, era innamorata della bellezza; cioè dell'effimero, del frivolo, dell'inconsistente, del mutevole. Ma la sua anima dichiaratamente «pagana» non riusciva a goderne che in parte; per la pretesa, che scopriva, di tradurre il finito in finzione d'eterno e la bellezza in Bellezza, cioè in qualcosa di paradossalmente «utile». Proprio quello di cui il Foscolo era intimamente insoddisfatto; sognando e progettando, ad un certo punto, di vivere e di scrivere alla maniera dello Sterne, cioè senza giustificazioni da chiedere e da dare, senza pregiudiziali, senza forzature, senza leggi divine in assenza di Dio e, cosa difficilissima per lui, senza prendersi troppo sul serio.

Ecco l'inquietudine di cui si diceva: quell'impossibilità di trovare un punto fermo, mai, né nella vita né in letteratura. Né, tanto meno, in amore. La trafila delle donne del Foscolo, da questo punto di vista, è esemplare: da Teresa Pikler a Luisa d'Albany, da Isabella Teotochi Albrizzi ad Antonietta Fagnani Arese, da Marzia Provaglio a Quirina Mocenni Magiotti, da Caroline Lamb a Caroline Pussei. Donne incontrate e perdute, attraversate alla ricerca di un impossibile specchio della propria ansia.

Basterebbe guardare a come hanno scritto del Foscolo quelle donne che ne hanno attraversato la vita. Tra tutte, almeno una, Isabella Teotochi Albrizzi: «Pare che l'esistenza non gli sia cara, se non perché ne può disporre a suo talento: errore altrettanto dolce al suo cuore quanto amaro a quello degli amici suoi».

L'osservazione di Isabella rivela la sua sottigliezza, il suo essere polo di confronto e non semplicemente un fascinoso «recipiente». E' tratta dalla raccolta dei suoi Ritratti: una serie di disegni e arguti flash psicologici di artisti e letterati, da Foscolo a Pindemonte a Cesarotti a Canova a Lord Byron, che frequentavano il suo salotto letterario nella splendida villa sul Terraglio, allo porte di Treviso. Ritratti che sono stati riproposti ora in edizione anastatica da Scheiwiller; accompaqnati da un volumetto, curato da Antonio Chiades: Addio, bello e sublime ingegno. Un epistolario delle lettere scambiate tra Foscolo e la Teotochi AIbrizzi, attraverso il quale si ricostruisce non soltanto il complesso rapporto tra i due amanti e amici, ma quello stesso fervido periodo storico e letterario tra la fine del Settecento e i primi decenni dell'Ottocento.

Recensione
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