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L'immagine speculare della gioia e della semplicità, l'incontro della vita con la grazia sulla scena luminosa della parola: ecco l'ultimo, felice libro di Manuela Bellodi, Albicocche per i miei ospiti, accompagnato dai dipinti di Gioacchino Bragato e aperto da una poesia di augurio di Silvio Ramat. All'insegna di una tenera e serena limpidezza, l'autrice vi si fa cantore di un mondo di affetti e di memorie, di figure amate ed evocate con un senso semplice ma profondo della vita, assaporata di gusto in ogni suo aspetto proprio come addentando la sugosa polpa delle albicocche evocate dal titolo.

Fiori, alberi e frutti animano queste pagine (l'epigrafe di Antonio Machado "Giardiniere è il poeta. | Fine brezza scorre nei suoi giardini" ce ne anticipa l'incontro incantato e incantevole), nello spettro suggestivo di una scena vegetale insieme reale e metaforica.

Manuela Bellodi prende le mosse dall'originale riscoperta di un approccio bozzettistico-narrativo rispetto alla realtà esistenziale fatta rifluire, con misura e trasparenza, al livello delle cose e delle figure. In una chiave in qualche modo favolistica e favolosa, che ritorna all'evocazione della vita attraverso i soggetti del mondo vegetale e naturale.

Si può leggere a riscontro esemplare, nel riferimento di nuovo alla pianta emblematica dell'intera raccolta, la poesia "L'albicocco" (e, appunto all'albicocco del suo giardino – albero maestro e albero che si è fatto Maestro –, è dedicato da Manuela Bellodi il libro):

Mi avevano detto
che saresti morto,
ma avevano torto.

Io
ti ho parlato
baciato
abbracciato
implorato

e tu, un po' trasecolato
per tanto amore
sei di nuovo in fiore.

Il dono della vita e il senso del suo incommensurabile valore attraversano tutto il libro e ne sono il messaggio in qualche modo squillante, anche formalmente, a livello di cromatismo verbale. Anche se, apparentemente, il tono del discorso è dimesso e sommesso; anzi, proprio con un effetto inversamente proporzionale alla controllata contrazione del grado del parlato. Secondo una formula contemplativa che subordina i gradi del pensiero ai risvolti più umani dell'affetto e della comprensione; nella vigile volontà di ridare credibilità ai valori attraverso l'uso del "sottovoce" e fuori, dunque, da ogni intenzione retorica srotolando il filo del discorso della poesia.

Recensione
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